Da Hormuz a Bab el-Mandeb torna la “legge dei pirati”, sia quella professata dai somali o dalla marina degli Usa
«L’obiettivo della guerra navale è il controllo delle comunicazioni marittime». Così Sir Julian Corbett, uno dei più grandi teorici navali della storia, riassumeva lo scopo ultimo del potere marittimo. A fargli eco, una trentina d’anni più tardi, è Nicholas Spykman. Per il quale «la missione primaria di una Marina è garantire il dominio del mare».
Dominio da esercitarsi prevalentemente tramite il controllo degli stretti. E tramite questi del commercio marittimo, visto che «ciò non solo permette di mantenere le comunicazioni marittime per le proprie navi, impedendone l’uso al nemico, ma fornisce anche i mezzi per una stretta supervisione del commercio neutrale». In buona sostanza, una potenza navale egemone è tale solo fino a che può esercitare un controllo diretto sul movimento di mezzi sul mare.
Dottrina navale e realtà operativa
E solo fino a che riesce a proteggere suddetti movimenti da possibili attacchi e turbamenti. Per questo motivo quanto detto giorni fa dal presidente Donald Trump riguardo all’agire della Us Navy in Medio Oriente sembra totalmente estraneo a una concezione realista del potere navale. Per il tycoon, infatti, la Marina a stelle e strisce starebbe operando nei pressi di Hormuz «come dei pirati». «Siamo un po’ come dei pirati. Ma non stiamo giocando», ha detto in tal senso il presidente americano raccontando un abbordaggio riuscito di una nave mercantile nei pressi dello Stretto.
«Noi… siamo atterrati sopra e abbiamo preso il controllo della nave. Abbiamo preso il controllo del carico, del petrolio. È un’attività molto redditizia», ha raccontato il tycoon descrivendo quello che, almeno nel modus operandi, sembra in effetti un vero e proprio gesto di pirateria. Un’azione sia pur «redditizia» ma che va in aperta contraddizione con tutto quanto incarna la Marina Militare americana, la sua storia e la sua dottrina operativa. Per gli Stati Uniti, del resto, è fondamentale mantenere il controllo dei mari e non aumentare l’instabilità delle rotte commerciali marittime.
Instabilità che favorisce anche altri attori, questa volta dei veri e propri pirati. I quali con il trambusto in Medio Oriente potrebbero trovare nuovi spazi di manovra decisamente vantaggiosi. Mentre gli Stati Uniti giocano ai corsari a Hormuz, infatti, nell’altro grande collo di bottiglia della regione, a Bab el-Mandeb, i pirati somali sono tornati in azione. Riuscendo a sequestrare una petroliera a largo dello Yemen. Azione svolta forse, come sembrano suggerire alcune testate internazionali, con il supporto indiretto degli Houthi.
Un equilibrio sempre più fragile
Un gesto, quello compiuto dai somali, di per sé non devastante per il commercio internazionale in generale, ma che va ad aggravare una situazione già molto complessa e che rimane estremamente volatile. Proprio questo, in fin dei conti, è il punto più importante e più grave di quanto sta succedendo in Medio Oriente. L’instabilità sulle rotte si ripercuote a macchia anche in zone molto distanti da quelle interessate direttamente.
Il perno della globalizzazione, infatti, è l’interconnessione e questo è tanto più vero quando si parla della vera linfa vitale del commercio globale moderno, ovvero quello che viaggia via mare. Con l’aumento delle pratiche di “pirateria”, siano esse dovute ai “vecchi” pirati somali o alle azioni delle marine iraniana e statunitense, la sicurezza del naviglio commerciale globale diminuisce. Provocando effetti a cascata che rischiano d’incrinare rotte fondamentali per la gran parte delle economie più importanti del pianeta, Europa in primis.
Il danno per l’Occidente
Per questo motivo, quando il presidente Donald Trump sembra vantarsi dell’operato dei suoi marinai, rivenduti come una sorta di corsari moderni, il danno è gravissimo per tutto l’Occidente. A rendere ancora più evidente la portata del problema è il riflesso immediato che queste dinamiche hanno sull’economia reale. Ogni incremento del rischio lungo snodi cruciali come lo Stretto di Stretto di Hormuz o Bab el-Mandeb si traduce in un aumento dei premi assicurativi per le navi.
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Deviazioni delle rotte e ritardi nelle consegne completano il quadro. Il risultato è un effetto domino che colpisce il prezzo dell’energia, il costo dei beni importati e, in ultima analisi, il potere d’acquisto dei consumatori europei. In un sistema economico profondamente interconnesso, la sicurezza delle rotte marittime globali non è una questione astratta di strategia navale, ma una componente diretta della stabilità economica. Quando una potenza come gli Stati Uniti introduce ambiguità nel proprio comportamento in mare, il rischio non resta confinato al piano militare.



















