2 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Mag, 2026

Ranucci e il diritto all’insinuazione

Il metodo di Ranucci è quello di insinuare senza verificare; poi puntualmente invoca la libertà di stampa, ma così offende la dignità del giornalismo


La Rai ha richiamato Sigfrido Ranucci per le dichiarazioni rese a “È sempre Cartabianca” sul ministro Carlo Nordio. Il conduttore di “Report” ha parlato di una possibile presenza del guardasigilli nel ranch uruguaiano di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio ha smentito categoricamente in diretta, annunciando possibili azioni legali. «Stiamo verificando», ha detto Ranucci, di fronte alla reazione scandalizzata del ministro.

I limiti della libertà di stampa

La Rai contesta adesso al giornalista di aver diffuso, per sua stessa ammissione, una notizia non verificata e, ritenendo che non siano stati rispettati i principi di correttezza cui sono tenuti i dipendenti del servizio pubblico, sarebbe orientata a non garantirgli tutela legale qualora Nordio procedesse. Fin qui il fatto. Ma il fatto, in questa vicenda, si commenta già da sé e si condensa, per così dire, in una domanda semplice semplice: può un dirigente giornalistico del servizio pubblico andare in televisione e lanciare una notizia non verificata su un ministro della Repubblica? Può trasformare una testimonianza raccolta, ancora da controllare, in un frammento di accusa pubblica, consegnandola al circuito televisivo come se il solo fatto di pronunciarla bastasse a darle consistenza? E può invocare in un secondo momento la libertà di informazione come scudo universale, come se la libertà di informazione comprendesse anche il diritto di mettere in circolo ciò che ancora non si è in grado di dimostrare?

L’informazione tossica

La risposta dovrebbe essere facile. Siamo di fronte a una caricatura del giornalismo d’inchiesta, nella migliore delle ipotesi; nella peggiore, a uno sgarro deontologico di una gravità inaudita. Di quelli che non richiedono grandi trattati sui rapporti tra politica e informazione, ma una regola da primo giorno di corso: prima si verifica, poi si pubblica. Prima si controlla, poi si accusa. Questa invece è la formula più tossica dell’informazione spettacolarizzata, quella del “non so se è vero, però lo dico lo stesso”. E se la prova non c’è, intanto il sospetto entra nella rete mediatica. Ranucci ci ha abituati da tempo a questa idea sacerdotale del giornalismo, secondo la quale chi fa inchiesta sarebbe, per definizione, dalla parte del bene; chi lo critica, dalla parte del potere. È un meccanismo che immunizza il giornalista dal giudizio proprio nel nome del giornalismo.

GUARDA VIDEO – Ranucci, Giletti e il mondo della post-verità

Ma non pensavamo di dover assistere in tv a una prova così sfacciatamente esemplare di offesa alla dignità del giornalismo. Ranucci, nella sua risposta, ha scritto di non temere il giudizio del ministro e ha aggiunto che “ci sono cose che hanno un prezzo, altre che hanno un valore”, identificando nella libertà di informazione un valore inalienabile. È questo il punto cieco del «ranuccismo»: l’idea che il controllore del potere non possa mai essere controllato. Il problema, invece, è che il valore della libertà di informazione non autorizza a sospendere il valore della verifica. La libertà senza verifica diventa arbitrio. E il servizio pubblico non può permettersi di diventare il luogo in cui la notizia incerta viene lanciata con la stessa disinvoltura con cui al bar si racconta una voce sentita da qualcuno.

La difesa delle regole

Per questo la lettera della Rai non è un attentato all’articolo 21 della Costituzione. Semmai stupisce che ci si debba ancora scandalizzare del richiamo e non del comportamento gravissimo che lo ha provocato. Il Pd in Vigilanza Rai ha espresso solidarietà a Ranucci, richiamando il principio della libertà di stampa. Ma Barbara Floridia, che pure dovrebbe essere “super partes”, con quale coraggio parla di richiamo “politico” e di “clima tossico”? Che cosa si sta difendendo esattamente? Il diritto di cronaca o il diritto all’insinuazione? Perché non basta pronunciare la parola “Costituzione” per trasformare una scorrettezza professionale in un martirio civile. Si dovrebbe sapere che le istituzioni si difendono anche difendendo le regole.

E che non si può trasformare ogni richiamo disciplinare in una rappresaglia. Altrimenti Ranucci sarebbe intoccabile per definizione. La verità è che la Rai, questa volta, non ha censurato un giornalista scomodo. Ha semplicemente ricordato a un proprio dirigente la prima regola del mestiere. Ma le reazioni indignate mostrano fino a che punto una certa cultura mediatica e politica abbia smarrito la differenza tra informare correttamente e colpire arbitrariamente con le insinuazioni. La libertà di stampa, però, è una cosa troppo seria per essere consegnata a chi la invoca ogni volta che viene richiamato al dovere elementare di fare giornalismo.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA