Per sciogliere il nodo dei salari bassi è necessaria una riforma della formazione e un ripensamento profondo del sistema degli investimenti
Ogni primo maggio si torna a parlare di lavoro, salari e diritti. Ma come sempre il rischio è che il dibattito resti ancora una volta polarizzato e ideologico, senza affrontare i nodi strutturali del mercato del lavoro, e del sistema produttivo, italiano. C’è di buono che almeno quest’ anno abbiamo forse evitato la polemica ideologica sul salario minimo, grazie al nuovo decreto lavoro del Governo in cui viene introdotto il concetto di “salario giusto”: un salario definito all’interno della contrattazione collettiva, legato ai diversi settori e alle specificità produttive, e accompagnato da meccanismi di tutela contro il lavoro povero. Un salario che le imprese sono invitate (non obbligate) ad usare, se vogliono accedere a qualunque forma di incentivo statale: dunque un approccio più flessibile e coerente con la struttura del sistema produttivo italiano.
Ma non basta. Perché il vero problema del lavoro in Italia non è solo quanto si guadagna, ma quanto si produce. E senza affrontare questo nodo, ogni intervento sui salari rischia di essere fragile, se non controproducente. L’economia italiana continua infatti a muoversi su un sentiero di crescita modesta, circa lo 0,6% nel 2026 come indicato dal nuovo Dfp del Governo, in un contesto internazionale segnato da shock energetici e tensioni geopolitiche.
L’occupazione
È una crescita insufficiente per sostenere un aumento robusto dei salari, ma anche troppo debole per ridurre in modo significativo il peso del debito o contrastare l’impatto negativo degli shock cui il Paese è esposto.
Il problema strutturale è noto da tempo, ma continua a essere sostanzialmente eluso. Da oltre vent’anni l’Italia è intrappolata in un cattivo equilibrio che si autoalimenta, una “trappola” ben sintetizzata dal Rapporto Produttività 2025 del Cnel: salari relativamente bassi riducono l’incentivo delle imprese a investire in tecnologie e innovazione; la scarsa innovazione limita la crescita del valore aggiunto; e senza valore aggiunto non c’è spazio per aumenti salariali sostenibili. Nel frattempo cresce l’occupazione, ma spesso in segmenti a bassa qualificazione, con un impatto limitato sulla produttività complessiva.
È una trappola silenziosa, perché nel breve periodo può sembrare persino virtuosa. Più occupati, meno disoccupazione. Ma nel medio periodo indebolisce tutto il sistema: imprese meno competitive, salari fermi, giovani che cercano opportunità altrove. Per uscire da questo equilibrio non basta intervenire sui salari. Bisogna intervenire sul meccanismo che li determina. E quel meccanismo ha un nome preciso: capitale umano.
Il nodo della formazione
La vera priorità, oggi, è dunque la formazione. Non come slogan, ma come architrave di una strategia che porti a precise scelte di politica economica. L’Italia continua a soffrire di un disallineamento profondo tra competenze offerte e competenze richieste dalle imprese, soprattutto nei settori tecnologici e ad alto valore aggiunto. Questo gap riduce la produttività e scoraggia gli investimenti: se mancano le competenze, le tecnologie non vengono adottate; e se le tecnologie non vengono adottate, le competenze non si sviluppano. È qui che si gioca la partita decisiva. E da qui bisogna partire.
In questo quadro, la riforma degli ITS varata dal Governo può rappresentare molto più di un intervento settoriale. Può diventare il fulcro di una nuova politica industriale. Gli Istituti Tecnici Superiori sono lo strumento più diretto per collegare formazione e sistema produttivo, per creare competenze immediatamente spendibili e per accompagnare la trasformazione tecnologica delle imprese. Ma perché questo accada, serve un salto di qualità. Gli ITS devono crescere in dimensione, in qualità e in integrazione con il tessuto produttivo. Devono essere rafforzati nei settori strategici — digitale, energia, manifattura avanzata — e diventare parte di un ecosistema stabile che coinvolga imprese, università e territori.
La formazione “on the job”
A questa strategia va affiancato un intervento deciso anche sulla formazione lungo tutto l’arco della vita lavorativa. Non basta agire sui giovani: è necessario rafforzare in modo strutturale sia la formazione dei disoccupati sia quella “on the job”. Oggi in Italia la quota di disoccupati coinvolti in percorsi formativi resta troppo bassa rispetto agli standard europei, e questo limita la possibilità di reinserimento in settori a maggiore produttività. Allo stesso tempo, la formazione continua nelle imprese è ancora troppo episodica e poco legata ai reali fabbisogni tecnologici. Per questo occorre incentivarla in modo più mirato, ad esempio estendendo e rendendo più efficace il credito d’imposta per la formazione nelle competenze digitali e avanzate, introducendo sistemi di certificazione e monitoraggio dei risultati e collegando questi strumenti alle politiche attive del lavoro. Investire nella formazione dei disoccupati e nella riqualificazione dei lavoratori già occupati significa aumentare rapidamente il capitale umano disponibile, ridurre il mismatch tra domanda e offerta di competenze e creare le condizioni per un’accelerazione della produttività — e quindi dei salari.
Gli investimenti
Infine, bisogna ripensare il sistema degli incentivi agli investimenti. Oggi troppo spesso frammentato, poco selettivo e poco orientato alla produttività. Gli incentivi dovrebbero premiare non solo l’acquisto di beni o tecnologie, ma la capacità di creare conoscenza e trasferirla nel sistema produttivo. Questo significa legarli in modo più stringente alla cooperazione tra imprese e università, ai progetti di ricerca applicata, ai programmi di formazione avanzata. Dove esiste collaborazione, cresce la produttività. Dove esiste trasferimento di conoscenza, si creano le condizioni per salari più alti.
È una scelta di politica economica, ma anche di visione. Perché implica spostare il focus dal breve al medio periodo, dalla redistribuzione alla creazione di valore. Queste scelte di politica economica non negano la questione salariale, ma la affrontano alla radice. Senza crescita della produttività, ogni aumento dei salari è destinato a scontrarsi con i vincoli delle imprese e della finanza pubblica. Con una produttività più alta, invece, si apre uno spazio virtuoso: salari che crescono, investimenti che aumentano, conti pubblici più sostenibili. Senza questi passaggi, continueremo ogni primo maggio a discutere di salari, senza riuscire ad aumentarli davvero. Con poche, precise scelte, il lavoro può invece tornare a essere il motore della crescita nel nostro Paese. E non il suo limite.


















