28 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Apr, 2026

Petruccioli: «Chi caccia ebrei e bandiere ucraine? Stalinisti»

Claudio Petruccioli

L’ex dirigente del Partito Comunista Italiano commenta gli episodi che hanno avuto luogo durante le manifestazioni per il 25 aprile e offre una lettura dello stato della sinistra italiana oggi


«Chiariamoci innanzitutto sui termini. Se quella gente è di sinistra, allora io non lo sono. E viceversa». Claudio Petruccioli, per più di trent’anni militante del Partito Comunista, in cui ha svolto ruoli di alto dirigente, è impietoso rispetto a chi, nelle piazze del 25 aprile, ha cacciato la brigata ebraica, gridato insulti antisemiti o, ancora, ha impedito alle bandiere ucraine di accodarsi ai cortei.

Petruccioli ricorda anche la sua attività giornalistica, coronata dalla direzione dell’Unità: «Agli operatori dell’informazione, tra cui mi annovero, ribadisco che se la parola “sinistra” viene usata per chi ha determinato quegli episodi di violenza e di settarismo, allora non voglio che sia usata per me. Mi sembra perfino troppo generoso definirli “gruppettari”; sono degli estremisti stalinisti». Chi si è reso protagonista di quegli episodi però si qualificherebbe senz’altro come di sinistra.

«Sono gruppi di estremisti radicali che si impossessano di alcune sigle, oggi a disposizione di pochi agitatori che hanno in mente una sola cosa: sfasciare ogni progetto che la sinistra voglia o possa costruire per governare il paese. Io ho 85 anni. Nel ’45 ne avevo quattro. Sicuramente non ho potuto essere partigiano. Oggi, a capo di quelle associazioni c’è gente più giovane di me. Non hanno nulla a che fare con la Resistenza e con i partigiani».

La leader del Pd Schlein è stata molto timida nel condannare quegli episodi. Non vede il rischio che la sinistra finisca per inseguire i violenti?

«Purtroppo, oggi a dirigere la cosiddetta sinistra ci sono persone che credono che il loro tasso di “sinistrismo” si misuri sulla capacità di correr dietro a questi cascami della sinistra. Gli corrono dietro e ne hanno paura. Inoltre, a sinistra ci si accapiglia su tutto, ma non su quello che si deve fare per mettere i cittadini in condizioni migliori rispetto a quelle in cui si trovano adesso». 

In quell’area politica c’è un’evidente contraddizione tra riformisti e massimalisti. Dove affonda le sue radici?

«Dobbiamo tornare a quarant’anni fa. Dopo le lunghe esperienze in decenni di vita repubblicana, nel Pci ci si rese conto che era ora di affrontare un problema: dotare l’Italia di una sinistra che si proponesse di governare nell’ambito di una normale alternanza democratica, perché questo serviva al paese. Già allora, una parte del partito contrastò questa ipotesi. Quella fazione minoritaria si è incistata in alcune realtà organizzative, utilizzando alcune sigle per svolgere una politica di antagonismo permanente, un antagonismo “di sistema”».

In questo modo i riformisti di sinistra diventano i principali nemici.

«Non solo i riformisti, ma tutti coloro che pensano che compito della sinistra, in una democrazia avanzata come l’Italia, sia quello di competere con la destra per il governo. E, se possibile, vincere».

È vero che i comunisti hanno sempre considerato il 25 aprile un loro monopolio?

«Quando ero tra i dirigenti del Partito comunista di Milano, negli anni ’70, nei cortei del 25 aprile le bandiere italiane erano molto più numerose delle bandiere rosse. Questo non per caso, ma per una precisa scelta politica del Partito comunista che, insieme alla Cgil, guidava il corteo. Nelle prime file c’erano i reduci dei campi di sterminio, gli ebrei con la loro divisa bianca e celeste. Insieme a loro sfilavano tutte le organizzazioni partigiane, di tutti i colori: verdi, bianchi e rossi. In Piazza Duomo, gli oratori erano sempre un comunista, un laico e un cattolico, perché questa è stata la Resistenza. Nella sua grande maggioranza, il Pci ha combattuto gli estremisti di cui quelli delle piazze di oggi oggi sono il cascame. Certo, il Pci ha vissuto su una grande contraddizione: Togliatti, seguiva una strategia politica sostanzialmente socialdemocratica, kautskyana. Ma teneva vivo il mito rivoluzionario tramite il legame con l’Unione Sovietica».

E la contraddizione non è stata ancora risolta?

«Noi la sciogliemmo dopo la caduta del Muro. È vero, l’abbiamo sciolta tardi, ma vivaddio l’abbiamo sciolta». 

Oltre alla brigata ebraica sono state allontanate le bandiere ucraine. Sembra che ci sia un retaggio di cui quelle piazze non riescono a liberarsi: retaggi antioccidentali, filosovietici, antisemiti. Cos’altro?

«È una domanda talmente impegnativa che dovrebbe costituire il nucleo di un programma culturale di mesi e mesi. Lei ha parlato di antioccidentalismo. Non mi nascondo: negli anni ’60, quando ero segretario della Federazione Giovanile Comunista, il nostro slogan era “fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia”. Oggi ci troviamo in una situazione completamente diversa. La posizione del Pd sembra restìa a spendere soldi per la difesa perché conta sulla difesa la Nato può garantire. Non li condanno per questo; dico solo che c’è un rivoluzionamento nell’assetto del mondo che non consente di valutare le posizioni di oggi e di allora solo secondo la lente della continuità».

E chi sta con la Russia in quanto erede dell’Urss?

«C’è sicuramente qualcuno di vecchio credo stalinista – e forse altri che non sono mai stati stalinisti – davvero convinto che Zelensky sia nazista, che lo siano tutti coloro che combattono per la libertà dell’Ucraina e che Putin sia in qualche modo il continuatore della Rivoluzione d’ottobre. Sono persone che chiudono gli occhi di fronte alla realtà e alla storia del mondo. Forse lo fanno per dormire sonni più tranquilli. Ma c’è qualcuno che gli sbatta in faccia la verità, anche sulla stampa?».

Cosa non va nella narrazione che viene fatta di questi fenomeni?

«Sulla stampa vedo troppa disinvoltura nel considerare in continuità queste posizioni estremiste e l’esperienza del Partito Comunista Italiano. Io lo considero offensivo, anche personalmente. Tutto questo non ha niente a che fare con la sinistra, ne è il cascame. È come la morchia, il deposito dell’olio».

È un problema anche culturale? La cosiddetta cultura di sinistra ha finito per appiattirsi sulle categorie di fascismo e antifascismo, abusate fino al punto di svuotarle di senso. 

«La possibilità di pensare una società, relazioni umane e politiche diverse da quelle dominanti, immaginare una gestione del potere più umana e democratica, che è il compito della sinistra, richiede una profonda conoscenza della realtà attuale. Chi non ha gli strumenti non può farlo. Qui il problema non riguarda soltanto la “morchia”, ma tutti coloro che considerano il riformismo un territorio dal quale è bene che la sinistra si tenga lontano se non vuole perdere la sua capacità critica. Anche costoro rivelano un deficit culturale enorme. Ci sono parole e categorie che hanno completamente cambiato significato».

Ad esempio?

«Pensiamo a “pace” e “guerra”. Oggi la guerra ha contenuti di tipo tecnologico, politico ed economico. Il rapporto tra la guerra e gli esseri umani è del tutto diverso da quello che era in un conflitto pure molto moderno come la seconda guerra mondiale. È un altro millennio. I problemi che incombono sono quelli che vediamo: il fatto di restare senza forniture energetiche, il problema del debito, l’intelligenza artificiale e i posti di lavoro di cui determina la perdita. In realtà, sta accadendo che quello che Marx chiamava il “lavoro socialmente necessario” per riprodurre la società e assicurare lo sviluppo si va riducendo drasticamente. Il tempo libero sociale e il tempo libero delle singole persone diventa sempre più ampio e il lavoro è oggi infinitamente più produttivo. Su questi problemi dovrebbe concentrarsi la cultura, in particolare di sinistra. Sono ammirato dai ricercatori ucraini, che si sono visti aggredire dalla seconda superpotenza mondiale e le hanno tenuto testa sviluppando conoscenze e tecnologie straordinarie. È su queste frontiere che la sinistra deve muoversi, non innalzando la cresta rossa per fare sfoggio di antifascismo. I veri antifascisti sono quelli che hanno combattuto il fascismo quando questo era al potere».

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