Dopo gli attacchi incrociati di Trump e Putin alla premier Meloni si affaccia la sfida e l’opportunità per l’Europa di farsi trovare unita
Nel giro di pochi giorni, Giorgia Meloni è stata presa di mira dall’America e dalla Russia. Il doppio attacco ha portato ad una doppia difesa da parte di Elly Schlein, facendoci così assaggiare un possibile 25 aprile fondato finalmente su valori comuni. Non andrà così, visto che per dire no ad un qualsiasi Decreto Sicurezza, ieri l’opposizione è tornata al cliché di intonare “Bella Ciao” alla Camera. Ma per un attimo è successo: prima delle idee e degli interessi di parte, l’Italia.
È necessario avere la stessa visione per l’Europa. Ora. Subito. Perché il mondo è cambiato in modo repentino e drastico. La Russia e l’America di oggi, la Cina, i Brics e le monarchie del petrolio sono tutti con il fucile puntato contro un continente che vedono debole, vecchio e decadente. Eppure, ancora troppo potente e minaccioso. Quindi da demolire in tutti i modi. L’unico soggetto che vedono come il fumo negli occhi, è l’Unione. Non Berlino, Parigi o Roma, ma Bruxelles e Strasburgo. Per questo, oggi il Patto di stabilità di cui si dibatte a Cipro non è il problema. È l’alibi. E la questione dei tempi stabiliti dai trattati per l’ammissione dell’Ucraina, e il diritto di veto della Slovacchia o di chiunque altro, non sono i problemi.
Il cambiamento della governance
Sono anch’essi alibi, che producono estenuanti ritardi e incalcolabili danni politici. Di fronte alla pandemia, l’impulso di Mario Draghi fu «whatever it takes», qualsiasi cosa occorra. E arrivò il Recovery fund, quindi un alto debito comune per un’epoca storica straordinaria. Qualcuno, cinque anni dopo, può sostenere che la guerra in Ucraina e in Iran, la crisi energetica e la sostanziale fine dell’Alleanza Atlantica lo siano di meno?
Draghi, in fondo, era “solo” un banchiere. Non poteva cambiare la governance europea, cioè renderla più snella e davvero capace di fondere scelte strategiche, energia, industria, difesa. Avrebbe dovuto farlo la politica, e non l’ha fatto. È rimasta ferma sugli interessi di bottega di questa o quella cancelleria. Per vari decenni, il morbo fu l’asse franco-tedesco. In questi ultimi anni lo è stato un residuo di protezionismo statale unito all’insorgere del calcolo di Paesi come l’Ungheria, a sua volta favoriti dal feticcio dell’unanimità. Al punto che sono nati i “volenterosi” e l’Europa a geometria variabile, giusto per poter contare qualcosa.
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Le priorità per l’Europa
Ora quel tempo è finito. Esiste una priorità storica, e i vizi dei singoli Paesi vengono molto dopo. Ad esempio, il governo italiano sbaglia ad incolpare solo il superbonus di Conte. Se il vincolo del 3% non è stato rispettato, è il Paese intero a doverne rendere conto, perché nel rapporto debito-pil non ci sono solo i soldi spesi ma anche quelli non conquistati dalla crescita e dalla competitività. Ma oggi il problema non sono le scelte fatte, ma quelle ancora da fare. L’Europa continuerà ad auto-paralizzarsi, se non coglierà lo spirito di un tempo che esige una nuova politica comune in tema perlomeno di sviluppo industriale, innovazione, energia e ricorso al mercato per le necessità di bilancio.
Avere i conti in ordine aiuta. Ma se si è soli contro un mondo ostile, quel mondo farà in modo di farteli saltare di nuovo. E accanto ai conti, c’è la difesa. Questa Europa continua ad impiccarsi su regole e tempi scritti sui libri sacri, invece di prendere atto che l’esercito ucraino è diventato per forza di cose l’avamposto irrinunciabile della tanto decantata difesa comune europea. L’Ucraina è la nostra prima linea, per tutelare valori di libertà e pluralismo che oggi non sono più al sicuro. Il nostro vero stretto di Hormuz è qui.


















