I casi Emiliano e Bartolozzi riaccendono il dibattito sul rapporto tra magistratura e politica e sull’imparzialità delle toghe, riportando al centro il tema della giustizia perduta
Era dicembre 2021 e il pm anticamorra Catello Maresca, candidatosi sindaco di Napoli e sconfitto da Gaetano Manfredi, decise di ricoprire un doppio ruolo: consigliere comunale di opposizione e consigliere di Corte d’appello di Campobasso, dove il Csm lo aveva trasferito dopo il verdetto delle urne.
I partiti, alcuni sindacati dei magistrati e intellettuali gridarono allo scandalo, indignati da quella commistione tra politica e magistratura. Tanto che la ministra Marta Cartabia promise: «Mai più casi come quello di Maresca».
Da quei fatti sono trascorsi meno di cinque anni, dunque non un’era geologica. Eppure la comprensibile irritazione scatenata dal caso Maresca non ha fermato le porte girevoli, che ancora oggi consentono ai magistrati di andare e venire dalla politica con eccessiva disinvoltura. Ne sono prova le vicende di Michele Emiliano e Giusi Bartolozzi che, dopo le rispettive esperienze in politica, si apprestano a indossare nuovamente la toga. Con buona pace di chi resta convinto che un magistrato debba non solo essere, ma anche apparire terzo e imparziale.
Il caso Emiliano e i paradossi del rientro
Partiamo da Emiliano. L’ormai ex governatore è in aspettativa dal 2003, quando decise di lasciare temporaneamente l’incarico di pm della Direzione distrettuale antimafia di Bari per candidarsi a sindaco proprio del capoluogo pugliese. Sorvoliamo sull’opportunità che un magistrato si candidi al vertice dello stesso Comune nel cui territorio esercita la funzione requirente, circostanza ora per fortuna non più possibile.
Nell’arco di 23 anni Emiliano è stato sindaco di Bari dal 2004 al 2014, poi assessore comunale di San Severo per una manciata di mesi e infine presidente della Puglia dal 2015 al 2026. E, pur non avendo mai preso la tessera di un partito, è stato un alfiere del centrosinistra. Tanto da partecipare alle primarie del Pd nel 2017 contro Matteo Renzi e Andrea Orlando e da diventare uno dei fautori del campo largo.
Ora, dopo avergli negato il nulla osta per ricoprire l’incarico di consigliere giuridico del nuovo governatore pugliese Antonio Decaro, il Csm ha stabilito che Emiliano dovrà tornare a fare il magistrato. Non in Puglia né in Basilicata, per ovvie ragioni di incompatibilità, ma in un’altra sede che potrebbe essere la vicina Campania. Due paradossi. Il primo: a Emiliano si applica la normativa in vigore al momento della sua collocazione in aspettativa, dunque un regime più lasco rispetto a quello introdotto nel 2022 dalla riforma Cartabia. Il secondo: se finisse a Salerno, Emiliano si troverebbe a svolgere le funzioni di pm nella stessa città che un altro “cacicco” del Pd, cioè l’ex governatore campano Vincenzo De Luca, ambisce ad amministrare da sindaco.

Bartolozzi e il ritorno nella toga dopo la politica
La stessa prospettiva si schiude per Giusi Bartolozzi (nella foto), dal 2018 al 2022 parlamentare di Forza Italia e poi addirittura capo di gabinetto del Ministero della Giustizia. Bartolozzi è stata una delle più strenue sostenitrici della riforma della giustizia bocciata dall’elettorato appena un mese fa. Un testo che la “Zarina”, come è stata soprannominata, ha difeso con tale “foga agonistica” da invitare gli elettori a votare Sì al referendum per “togliere di mezzo la magistratura».
Un testo che la “Zarina”, come è stata soprannominata, ha difeso con tale “foga agonistica” da invitare gli elettori a votare Sì al referendum per “togliere di mezzo la magistratura». Magistratura che, secondo la sua definizione, sarebbe «un plotone di esecuzione». In questo stesso plotone Bartolozzi si prepara a rientrare, dopo le dimissioni che la premier Giorgia Meloni le ha di fatto imposto.
Credibilità e imparzialità sotto pressione
I casi di Maresca, Emiliano e Bartolozzi (ai quali potrebbe aggiungersi quello clamoroso dell’attuale procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, in passato capo di gabinetto del ministro Andrea Orlando) hanno in comune almeno due aspetti. Il primo è quello di comportare un inevitabile appannamento non solo dei valori di indipendenza e autonomia della magistratura, ma anche della credibilità delle istituzioni e di chi è chiamato a incarnarle.
Beninteso, qui nessuno mette in discussione la serietà, l’imparzialità e l’onestà intellettuale dei magistrati in questione. Ma ipotizziamo che un esponente del centrodestra campano finisca sotto la lente d’ingrandimento di Emiliano: questo indagato si sentirà sufficientemente garantito, dopo essere stato messo sotto inchiesta da quello che per 23 anni è stato uno dei principali riferimenti del centrosinistra non solo pugliese ma nazionale? (In foto Catello Maresca)

Stesso discorso, ovviamente a parti invertite, nel caso di Bartolozzi: un esponente di centrosinistra si sentirebbe “al sicuro” nel trovarsi di fronte, con la toga sulle spalle, una donna che per due anni ha ricoperto sì un incarico tecnico, ma ha comunque contribuito alla realizzazione dell’indirizzo politico del governo di centrodestra?
Legalità formale e vuoto politico
Il secondo aspetto che balza all’occhio sta nel fatto che questa situazione di potenziale appannamento delle istituzioni si manifesta in una cornice di sostanziale legalità. Il governo che ha sostenuto la separazione delle carriere di pm e giudici e il sorteggio dei membri del Csm, infatti, è lo stesso che ha limitato la portata della norma della riforma Cartabia che, proprio dopo il caso Maresca, aveva introdotto limitazioni significative al rientro in magistratura delle toghe reduci da un’esperienza in politica. È così che Bartolozzi, a breve, tornerà nel “plotone d’esecuzione”. E il governo Meloni è lo stesso che, pur denunciando le evidenti commistioni tra politica e giustizia, nulla ha fatto per evitare vicende come quella di Emiliano.
Le soluzioni possibili e la responsabilità politica
Insomma, i vizi capitali del sistema sono noti a tutti: correntismo, carriere unificate, un procedimento disciplinare che “spegne” gran parte degli esposti contro i magistrati, pm e giudici sistematicamente promossi a pieni voti, errori giudiziari come se piovesse, centinaia di toghe fuori ruolo e – non ultime – le porte girevoli. Ciò che manca, in questo specifico caso, è la volontà politica di soddisfare una comprensibile esigenza di imparzialità e trasparenza che la società civile avverte dinanzi alla magistratura.
La riforma Cartabia, d’altra parte, ha limitato ma non bloccato le porte girevoli. Perciò c’è chi vorrebbe che i magistrati fossero incandidabili, soluzione che tuttavia suscita perplessità circa l’esercizio di un diritto sancito dalla Costituzione. Ancora, c’è chi vorrebbe imporre le dimissioni a pm e giudici in caso di una loro discesa in politica. E, infine, c’è chi propone di attribuire funzioni amministrative – dunque non requirenti né giudicanti – alle toghe che rientrano in magistratura dopo aver fatto parte di assemblee elettive. Le strade per bloccare le porte girevoli, dunque, esistono ed è ora che la politica le percorra fino in fondo. A meno che non preferisca accettare l’idea che lo sgradevole appannamento delle istituzioni si trasformi in una intollerabile ombra.


















