A dieci anni dalla Brexit torna a farsi strada il discorso della lontanaza del Regno Unito dalla Ue, con il governo Starmer che sotto pressione in casa guarda a un possibile riavvicinamento
Spesso in politica le decisioni sono tutt’altro che eterne. Specialmente quando si parla di decisioni storiche, destinate a cambiare radicalmente il corso degli eventi e la rotta di un Paese. E oltremanica nessuna decisione è stata tanto rilevante quanto quella di uscire dall’Unione Europea a seguito di un referendum divenuto noto come Brexit. Una scelta al tempo sostenuta e alimentata da timori di natura securitaria. Ma oggi, al contrario di dieci anni fa, il contesto globale è completamente diverso. I timori dei sudditi di Sua Maestà sono altri. Oggi l’Unione non è più così lontana, né l’altro lato della Manica sembra più così ostile.
Di questa opinione, almeno, sembra essere il governo britannico guidato da Sir Keir Starmer, sempre più esposto sul tema di un riavvicinamento con Bruxelles volto ad allineare Londra alle politiche e agli standard commerciali europei. Qualche giorno fa, in tal senso, Starmer ha fatto sapere di credere «fermamente che i migliori interessi del Regno Unito risiedono in una relazione più forte e più stretta con l’Europa». Una relazione non necessariamente volta a ribaltare la Brexit, come viene spesso sostenuto dagli avversari dei Laburisti, ma comunque tendente a un parziale superamento di quella storica svolta.
Le difficoltà dell’allineamento
Un approccio volto ad accorciare le distanze amministrative e legali con l’Unione, al fine di allineare, almeno sul piano commerciale, Londra e Bruxelles. Ma questo approccio, rischia di non essere sufficientemente efficace alla luce dei molti cambiamenti verificatisi negli ultimi anni è della distanza creatasi tra le due sponde della Manica. Anche semplicemente a livello amministrativo e burocratico, del resto, allineare Londra a Bruxelles non è facile in molti ambiti commerciali ed economici.
Dalla Brexit del 2020, per esempio, il Regno Unito ha adottato un approccio diverso su 76 norme e regolamenti relativi ai negoziati sull’accordo SPS, concepito per ridurre la burocrazia per gli esportatori di prodotti alimentari agricoli. E lo stesso vale per moltissimi altri dossier, a dimostrazione di una divergenza normativa crescente che rende più complesso ogni tentativo di riavvicinamento.
Tuttavia, politicamente, la scelta più saggia per Starmer e per i Laburisti è quella di tentare di traghettare il Regno sempre più vicino al Continente. Stando ai sondaggi, infatti, tra gli elettori britannici cresce il sostegno al rientro nell’UE e nel mercato unico. Secondo le ultime rilevazioni, in tal senso, oltre l’80% degli elettori del Partito Laburista, dei Liberal Democratici e dei Verdi risulterebbe favorevole a questa opzione, e complessivamente la quota totale di britannici favorevoli al riavvicinamento con Bruxelles si aggira attorno al 50%.
La pressione delle elezioni locali
Numeri importanti, specialmente in vista delle prossime tornate elettorali, che rischiano di cementare l’ascesa dei partiti ostili al governo e, nel caso di Scozia e Galles, apertamente indipendentisti. In Galles, Plaid Cymru – partito dichiaratamente favorevole all’indipendenza – è attualmente in testa in tutti i sondaggi in vista delle elezioni parlamentari locali di maggio. Lo stesso vale anche per lo Scottish National Party, anch’esso voce dell’indipendentismo ostile a Londra.
In Inghilterra, invece, l’ascesa di Reform Uk di Nigel Farage, dato in testa alle prossime elezioni locali che si terranno sempre a maggio, minaccia di togliere terreno sotto ai piedi del governo e di far scricchiolare la tenuta di Starmer. Perdere tanto alle locali inglesi e vedere saldamente al potere i partiti indipendentisti in Galles e Scozia potrebbe essere, in fin dei conti, un colpo gravissimo per i Laburisti.
Forse proprio per questo motivo, da qualche tempo, Starmer e i suoi hanno ricominciato a parlare di avvicinamento all’Ue, in quello che sembra un evidente tentativo di recuperare elettori a sinistra e di presentarsi come il partito in grado di sanare i gravissimi danni causati dalla Brexit. Una strategia che punta a rafforzare l’immagine di un governo capace di gestire il riavvicinamento Regno Unito Unione Europea dopo Brexit.
Un equilibrio ancora fragile
La partita, però, resta tutt’altro che semplice. Perché se è vero che il vento dell’opinione pubblica sembra lentamente cambiare direzione, è altrettanto vero che la Brexit ha prodotto effetti giuridici, economici e politici difficilmente reversibili nel breve periodo. Il rischio, per Starmer, è quello di trovarsi sospeso tra due pressioni opposte: da un lato un elettorato che chiede più Europa, dall’altro un sistema politico ancora profondamente segnato dalla frattura del 2016.
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In questo equilibrio precario, più che archiviare la Brexit, il Regno Unito sembra destinato a conviverci ancora a lungo. Una condizione che riflette le tensioni interne del Paese e la difficoltà di trovare una sintesi tra apertura europea e spinte sovraniste, lasciando il tema del riavvicinamento all’Unione Europea come uno dei nodi centrali della politica britannica nei prossimi anni.


















