15 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Apr, 2026

Codogno: «L’allarme recessione è giusto. Patto di stabilità? Un non problema»

Lorenzo Codogno

L’economista Lorenzo Codogno, fondatore della società di consulenza Lc Macro Advisors, analizza l’impatto del conflitto in Medio Oriente sull’economia mondiale. Fa il punto sul rischio recessione paventato da Giorgetti e la richiesta di sospendere il Patto di stabilità


Sullo stretto di Hormuz si gioca la tenuta del sistema economico mondiale. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso al 3,1% le prospettive di crescita del Pil mondiale nel 2026. Al 2% nello scenario peggiore, che significa sfiorare la recessione.

Professor Codogno, qual è lo scenario?

«La situazione è molto fluida in questo momento, è  pertanto è difficile fare previsioni. Domani Trump potrebbe dire che ha raggiunto i suoi scopi in Medio Oriente e ritirarsi o potrebbe decidere di bombardare, e il quadro cambierebbe ancora. Il prezzo del petrolio comunque resterà alto per alcuni mesi, sopra i 100 dollari al barile, con picchi a 120 – ipotesi realistica sia perché sono stati distrutti molti siti produttivi e ci sono strozzature che porteranno prezzi elevati – per poi gradualmente tornare verso i 60 intorno alla fine dell’anno. Comunque effetti negativi sull’economia e per un periodo prolungato.

Mi aspetterei quindi una crescita del Pil sostanzialmente piatta in Italia, e molto probabilmente anche in Europa, per i prossimi trimestri. E solo una graduale ripresa a partire dalla fine di quest’anno. Bisogna considerare i problemi legati alla produzione che potrebbe soffrire se ci fosse carenza o razionamento di energia da un lato, e dall’altro la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie. Costrette a pagare bollette più care e ridurre i consumi, che avrebbe ricadute sulla crescita. Poi c’è un effetto di medio periodo che è quello legato ai tassi perché ci sarà una tensione sui prezzi che non si fermerà al comparto energetico. Toccherà il settore dei trasporti, i fertilizzanti, gli alimentari freschi. E a questa pressione inflazionistica la Banca centrale non può che rispondere alzando i tassi».

In che misura?

«Dipenderà dalla reazione dei mercati, dalle negoziazioni salariali, e dal pricing power delle imprese, cioè dalla capacità delle imprese di passare i più elevati costi ai consumatori. Mi aspetterei un punto, un punto e mezzo di rialzo dei tassi entro la fine dell’anno. E questo, con i soliti ritardi della politica monetaria, porterà a un rallentamento dell’economia anche l’anno prossimo. Non siamo al disastro, ma ci sarà un impatto non piccolo sull’economia mondiale, soprattutto su quella europea e in particolare modo su quella italiana che è più esposta degli altri Paesi al caro energia».

È stato troppo allarmista il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, evocando lo spettro della recessione?

«No. Sicuramente non è uno scenario di disastro, ma l’ipotesi è quella di una crescita piatta per i prossimi tre trimestri, potrebbe essere leggermente negativa e quindi si andrebbe in recessione tecnica. Non stiamo parlando di una recessione profonda, ma di un rallentamento. Tuttavia, visto che la crescita potenziale in Italia è molto bassa, non ci vuole molto ad entrare in recessione».

Un allarme giustificato, quindi.

«Sì, ma purtroppo cade nel vuoto perché non ci sono molti strumenti di policy che si possono attivare per mettere in sicurezza l’economia, per supportare con il bilancio pubblico lo sviluppo. O meglio, lo si può fare intervenendo in maniera mirata, specifica e temporanea a sostegno dei settori più a rischio e dei soggetti più vulnerabili come dice la Commissione europea, perché altrimenti si remerebbe contro l’azione della politica monetaria: abbiamo visto che muovere i tassi tempestivamente riduce il costo complessivo per l’economia, però se l’aumento dei tassi viene contrastato con un’espansione fiscale si costringerebbe la Bce ad alzare ancora di più i tassi, innescando una rincorsa deleteria».

Che giudizio dà delle misure adottate finora dal governo contro il caro energia?

«Sono state introdotte prima del referendum per motivi elettorali e non penso verranno mantenute perché sono molto onerose. Il taglio delle accise per calmierare il prezzo dei carburanti costa 500 milioni al mese. Si metterebbe a rischio la traiettoria dei conti pubblici. E quindi alla fine i consumatori dovranno sostenere costi maggiori. Bisogna quindi tutelare i settori più esposti e le fasce più deboli, questo vale per l’Italia come per gli altri Paesi europei. L’Europa subisce questo shock perché non ha l’energia, bisognerà lavorare per raggiungere l’autosufficienza energetica. Che vuol dire investire in rinnovabili e sul nucleare, riducendo i carburanti fossili. Ma parliamo di un processo lungo».

Il 23 aprile arriverà il verdetto di Eurostat sui conti pubblici 2025 che con ogni probabilità confermerà la stima Istat sul  deficit al 3,1%, certificando quindi l’impossibilità per l’Italia di uscire dalla procedura Ue, e limitando quindi gli spazi di manovra del governo.

«Rimanere sotto infrazione non è un dramma, è più che altro una questione simbolica, nel senso che il governo voleva uscire prima delle elezioni per poter giocare la carta dei conti in ordine. In una situazione come quella che stiamo vivendo, fare politiche restrittive non mi sembra una buona idea. Inoltre le regole dicono chiaramente che per uscire dalla procedura non solo bisogna scendere sotto il 3%, occorre anche mantenere un livello del deficit al di sotto del 3% negli anni seguenti e vista l’attuale situazione mi sembra difficile che l’Italia riesca a centrare l’obiettivo. Quindi, credo che resteremo in procedura che, ripeto, non è un dramma. Il problema è riuscire a ridurre il deficit e quindi il debito che è ancora molto alto».

La premier Giorgia Meloni è tornata a sollecitare la sospensione  generalizzata del Patto di Stabilità. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ribadito il suo no, sostenendo che non ci sono le condizioni. Cosa ne pensa?

«Questo è un non problema, perché le nuove regole non richiedono una correzione ogni anno, c’è un programma a sette anni. Se l’Italia sfora un un anno o due, non succede nulla, semplicemente dovrà recuperare negli anni successivi. Quindi se questo shock è temporaneo e i conti peggiorano, avrà il tempo per recuperare e tornare sul sentiero prefissato».

L’energia resta il tema cruciale. L’ad di Eni, Claudio Descalzi, ha affermato che non possiamo fare a meno del gas russo, “consigliando” la sospensione del ban europeo che scatterebbe dal primo gennaio 2027.

«Gli è stato appena rinnovato il mandato e si è lanciato a fare questa dichiarazione secondo me inappropriata perché le politiche le fa il governo, anzi le fa l’Europa e non l’Eni. Spero che abbia fatto solo una considerazione tecnica, dicendo “se volete l’energia a basso costo non ci sono alternative se non utilizzare il gas russo”. Ma questo è un punto geopolitico a cui non si può rinunciare, altrimenti si cederebbe alla Russia di Putin in Ucraina. L’Italia non può far altro che subire un aumento dell’energia nel breve periodo, ma deve lavorare affinché in futuro ci siano alternative».

Ovvero?

«Bisogna puntare sul nucleare, che però per l’Italia è un’impresa estremamente difficile non solo per l’opposizione dei cittadini, ma perché ormai abbiamo smantellato tutta la filiera. I costi degli impianti, poi, sono elevatissimi e il ritorno economico avviene nell’arco di 50 anni. Quindi fare investimenti oggi, sapendo che l’umore politico può cambiare tra dieci o vent’anni è rischioso. Senza contare che non ci sono più capacità, gli ingegneri nucleari sono categoria a se stante. Non ci sono più corsi universitari di nucleare in Italia. dovremmo importare migliaia di ingegneri.

Un’altra partita importante è quella delle rinnovabili, ma per quanto riguarda l’idroelettrico abbiamo già sfruttato tutte le fonti possibili, abbiamo un po’ di geotermico, le risorse di gas e di petrolio sono limitate. Il solare, poi, va scapito dell’agricoltura, l’eolico, limitato al Sud, incontra l’opposizione degli ambientalisti, sulle barricate anche per l’offshore, e bisogna anche considerare che il costo delle autorizzazioni è elevatissimo. Insomma i problemi burocratici e la questione del consenso sono ostacoli difficili da superare. Da trent’anni si parla di  mini impianti nucleari che possono essere sotterrati, quindi con un impatto minimo, ma non si è ancora arrivati a nulla di fattibile».

Il voto di domenica in Ungheria ha chiuso l’era Orban, e ieri si è consumata la rottura con Trump dopo il suo attacco al Papa. Il fronte sovranista si è sgretolato e la premier è rimasta sola… Questo isolamento avrà una ricaduta anche economica?

«Sul fronte della difesa e dell’alleanza militare credo che l’Italia abbia fatto bene a tenere i rapporti con gli Stati Uniti perché l’Europa è debolissima e non ha una capacità di difesa autonoma. L’alleanza con gli Usa è quindi assolutamente necessaria, quindi, anche se in questo momento è difficile e controversa è meglio che ce la teniamo. Il rapporto tra Meloni e Trump si è inclinato già qualche tempo fa, in seguito alle sfortunate dichiarazioni del presidente americano sulla guerra in Iran. Credo che deliberatamente la premier stia prendendo sempre più le distanze dall’attuale inquilino della Casa Bianca, che vuol dire avvicinarsi al resto dell’Europa, e che la sconfitta di Orban accelererà questo processo di mainsteaming che vede Fratelli d’Italia diventare sempre più un partito di centro. Se poi consideriamo Salvini e Vannacci che vanno un po’ per la tangente, la destra estrema è persa. É bene quindi che Meloni punti a raccogliere consensi tra i moderati, che è la parte più rilevante dell’elettorato italiano».

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