Il petrolio resta bloccato nello Stretto di Hormuz mentre i prezzi ufficiali non riflettono la crisi reale: aeroporti europei a rischio carburante entro tre settimane
I numeri che circolano sui mercati non raccontano cosa sta succedendo. Chi cerca online il prezzo del greggio trova le quotazioni più diffusi. ll Brent europeo nei giorni scorsi si aggirava intorno ai 109 dollari al barile, lontano dai picchi del 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Ma nel mercato reale, quello delle consegne immediate via nave, il prezzo ha sfiorato i 145 dollari al barile, un record assoluto e più del doppio rispetto a prima dell’escalation militare degli Usa in Iran del 28 febbraio scorsi.
Aeroporti europei verso la carenza di carburante
Secondo il Financial Times, gli aeroporti europei rischiano una carenza “sistemica” di carburante entro tre settimane se il traffico nello Stretto di Hormuz non tornerà,presto, al piùpresto, a livelli regolari. L’allarme arriva da Aci Europe, che ha scritto al commissario europeo ai trasporti Apostolos Tzitzikostas segnalando riserve in rapido esaurimento e una pressione crescente sulle forniture a causa delle operazioni militari nell’area del Golfo.
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Il problema è temporale: l’avvicinarsi dell’alta stagione estiva, quando il traffico aereo sostiene una parte cruciale dell’economia turistica europea, rischia di amplificare l’impatto della crisi. Per ora non si registrano carenze diffuse nel continente ma i prezzi del carburante per aerei sono già raddoppiati. Diverse compagnie stanno valutando cancellazioni e riduzioni dei voli. In Asia, intanto, i primi razionamenti sono già realtà, con effetti immediati.
Dall’energia al cibo, il rischio di una crisi globale
L’impatto della crisi va oltre voli e carburanti e si estende all’intera economia globale. Il presidente dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, parla della “crisi energetica più acuta della storia mondiale”, più grave delle tre grandi precedenti messe insieme.
In un’intervista a Le Figaro ha spiegato, “il mondo non ha mai vissuto un’interruzione delle forniture energetiche di questa portata”, sottolineando come il blocco quasi totale del traffico nello Stretto di Hormuz – da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas mondiale – abbia provocato un’impennata dei prezzi dell’energia. Le conseguenze, avverte Birol, colpiranno tutte le grandi economie, dall’Europa al Giappone fino all’Australia, ma saranno ancora più pesanti per i Paesi in via di sviluppo, esposti a un aumento simultaneo dei prezzi di energia e beni alimentari e a una nuova ondata inflazionistica. Per contenere l’impatto, i Paesi membri dell’Aie hanno già iniziato a rilasciare parte delle riserve strategiche, ma il rischio di escalation resta alto: le tensioni tra Stati Uniti e Iran continuano a pesare sui mercati, tra segnali di tregua e timori di un nuovo irrigidimento del conflitto.
Le interruzioni nelle forniture di petrolio e gas stanno già producendo effetti a catena, ma il punto più critico riguarda altri prodotti strategici che transitano dal Golfo, in particolare i fertilizzanti. La loro carenza rischia di tradursi in un aumento dei prezzi agricoli e in difficoltà produttive, aprendo la strada a una possibile crisi globale dei beni alimentari. Un effetto domino che lega energia, trasporti e sicurezza alimentare. Tutto ruota attorno allo stesso snodo: lo Stretto di Hormuz. L’economia mondiale è ristretta, conferisce lì.
Lo stretto di Hormuz e il petrolio bloccato
Il conflitto attuale ha reso estremamente rischioso il passaggio delle petroliere nello Stretto. Le stime indicano che almeno il 10% della produzione mondiale di petrolio è stato di fatto bloccato perché le navi non riescono a transitare in sicurezza. Una quantità enorme di greggio resta intrappolata nel Golfo Persico, senza raggiungere raffinerie e mercati.
Futures contro spot: perché il mercato è “rotto”
La differenza sta tra prezzi futures e prezzi spot. I primi sono strumenti finanziari che riflettono le aspettative dei trader sul valore del petrolio nei prossimi mesi. I secondi rappresentano il costo reale per ottenere subito il greggio fisico. In condizioni normali le due cifre si avvicinano, ma oggi la distanza è enorme. “Il mercato futures non rappresenta affatto la realtà”, ha spiegato al New York Times Vikas Dwivedi, strategist energetico di Macquarie. Anche Mike Wirth, amministratore delegato di Chevron, ha parlato di un mercato che sottostima la tensione reale sull’offerta.
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Prezzi in salita e carenze di carburante
Le conseguenze sono già visibili. I prezzi dell’energia stanno salendo in tutto il mondo, ma in alcune aree la crisi è ancora più concreta. Diversi Paesi asiatici, dipendenti totalmente dal petrolio del Golfo, stanno affrontando vere carenze. In Vietnam e Thailandia alcune stazioni di servizio hanno smesso di vendere carburante. In Sri Lanka è stato introdotto un giorno festivo settimanale per ridurre i consumi. Si incita a razionare le docce. I condizionatori, a indossare magliette a maniche corte, a evitare gli ascensori.
La tregua non basta a sbloccare il mercato
L’annuncio di una tregua tra Stati Uniti e Iran ha fatto scendere i prezzi nelle ore successive, ma sul terreno è cambiato poco. Le compagnie di navigazione continuano a evitare lo Stretto di Hormuz e gran parte del petrolio resta fermo. Per gli analisti, è proprio il prezzo spot a raccontare la verità: il mercato è molto più teso dei numeri ufficiali.






















