10 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Apr, 2026

Siani e Regeni, quando il potere non sopporta la verità

Le vicende di Giancarlo Siani e Giulio Regeni hanno in comune la dimostrazione di un potere che non regge il peso della verità storica


Ci sono verità che a forza di essere raccontate smettono di fare paura. E ce ne sono altre che, proprio perché non riescono a diventare racconto, continuano a inquietare. Le storie di Giancarlo Siani e Giulio Regeni stanno su questa linea sottile: due verità evidenti, due percorsi opposti.

Siani scriveva di camorra da dentro il territorio, con la leggerezza ostinata di chi crede che il giornalismo sia prima di tutto un servizio. Regeni studiava i movimenti sindacali egiziani con lo sguardo curioso e metodico del ricercatore. Nessuno dei due aveva costruito attorno a sé un’aura eroica. Non erano martiri designati, ma ragazzi che facevano il proprio lavoro. È proprio questa normalità che li rende, a posteriori, simboli così potenti e così disturbanti.

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Il perturbante ridotto a narrazione

Siani, all’inizio, non è stato un racconto. È stato un caso disturbato, quasi indecifrabile. La sua morte a Napoli nel settembre del 1985 per mano della camorra fu subito avvolta da una narrazione laterale, fatta di allusioni, sospetti, deviazioni biografiche. Un montaggio imperfetto, per usare una categoria cinematografica: invece di chiarire, confondeva. E questo non per errore, ma per necessità. Era troppo presto per dire la verità. Poi, col tempo, il racconto si è stabilizzato. La figura di Siani è stata ricomposta, la sua funzione di giornalista in una redazione distaccata de “Il Mattino” riconosciuta, il movente reso lineare. A quel punto, la storia è diventata rappresentabile. Cinema, letteratura, memoria pubblica: tutto ha contribuito a trasformare il fatto in una narrazione comune. Processo che però non è mai neutrale. La rappresentazione, quando si consolida, tende a produrre una forma di “pacificazione”. Ciò che era perturbante diventa leggibile, ciò che era irriducibile diventa schema.

La realtà poco avvincente

Il caso Regeni si colloca all’altro estremo. Nonostante ci siano tutti gli elementi di una narrazione potente – un giovane ricercatore, un contesto autoritario, una morte brutale, un intreccio internazionale – la sua storia non riesce a trovare una forma condivisa. Non diventa film, non diventa racconto pubblico pienamente legittimato. Funzionari governativi arrivano al punto di negare il finanziamento a un documentario. Qui si apre un paradosso quasi grottesco. Nel cinema e nella letteratura internazionale, le spy stories sono strutture consolidate: intrecci complessi, apparati segreti onnipotenti, strategie sofisticate; con una logica interna ferrea che le rende credibili nella loro fantasiosità, in quanto tali appassionanti ma non per forza realistiche. La realtà che ha ucciso Regeni però non aderisce al codice, anzi si oppone: confusa, brutale, persino stupida nella sua esecuzione; con depistaggi maldestri, versioni contraddittorie, costruzioni narrative che si smentiscono da sole. Come se la realtà fosse meno avvincente della finzione.

Le verità che scuotono il sistema

Come se realtà e rappresentazione non fossero interessate l’una all’altra. Questo non è un dettaglio. Le similitudini tra i due casi stanno nel loro inizio: in entrambi, la verità è stata disturbata. Siani attraverso il pettegolezzo, Regeni attraverso il depistaggio. Due strategie diverse, ma con la stessa funzione: ritardare l’emergere di una verità che, di per sé, è evidente. L’omertà è il primo dispositivo. Nel caso Siani, è radicata nel tessuto sociale. Nel caso Regeni, è istituzionale, diplomatica. Non si tratta di ignoranza, ma di gestione del sapere. I non detti costituiscono il secondo livello. Le parole decisive non vengono pronunciate, le responsabilità non vengono nominate esplicitamente. Si costruisce un linguaggio che gira attorno ai fatti senza mai attraversarli completamente. Le connivenze, infine, rappresentano il livello strutturale. Nel caso Siani, emergono nella lentezza del riconoscimento. Nel caso Regeni, nella paralisi giudiziaria. In entrambi, indicano un limite: quello di un sistema che fatica a confrontarsi con verità che lo mettono in crisi.

Le forme della rappresentazione


Ma è sul piano della rappresentazione che si coglie la differenza decisiva. Siani è stato, col tempo, “montato”. La sua vicenda ha trovato una forma narrativa stabile e si è inserita nel genere nuovo di grande successo “alla Saviano”, un genere in cui realtà e fantasia si avvingono una all’altra nella forma spettacolare del racconto. È diventata parte del nostro immaginario civile. Regeni, invece, è ancora un film senza montaggio definitivo, come un girato di seconda mano di dubbio interesse. Non perché manchino le immagini forti, ma perché manca – o viene impedita – la possibilità di organizzarle in un racconto condiviso. Qui entra in gioco il tema più ampio: il ruolo delle narrazioni nello sviluppo politico delle società occidentali. Una società si definisce anche attraverso le storie che è in grado di raccontare. Non tutte le verità diventano narrazione. Solo quelle che il sistema riesce a sostenere senza destabilizzarsi.

Le altre restano sospese, marginali, incompiute. La camorra, ormai, è narrabile. È stata storicizzata, codificata, trasformata in linguaggio. Non fa più paura alle istituzioni, è stata integrata. Il potere egiziano è invece attuale, operativo, inserito in equilibri che lo rendono intoccabile. Raccontarlo fino in fondo significherebbe rompere questi equilibri. Il rifiuto di finanziare un documentario, allora, non è un episodio isolato. È un atto che riguarda la possibilità stessa di costruire un racconto. È un intervento sul montaggio della realtà. Siani e Regeni, in questo senso, non sono solo due vittime, ma due indicatori. Due segnali di ciò che una società può o non può raccontare di sé. Non è una questione di gravità dei fatti. È una questione di attualità del potere.

Memoria e presente

Una verità può essere raccontata quando non mette più in crisi lo status quo. Siani è diventato memoria. Regeni è ancora presente. Queste due storie non parlano solo di due morti, ma di due tempi della verità. Il tempo lungo, che assorbe, rielabora, restituisce. E il tempo corto, che trattiene, sospende, rinvia. Nel primo, la verità trova una forma. Nel secondo, resta esposta, senza protezione. Ma è proprio questa esposizione che la rende ancora viva. Ancora capace di disturbare. Perché una verità raccontata può essere accettata. Una verità che non si lascia raccontare, invece, continua a interrogare. Continua a chiedere conto. E forse è proprio questo che la rende così difficile da sostenere. Non il fatto che non si sappia, ma il fatto che si sappia benissimo. E che dirlo fino in fondo significherebbe cambiare qualcosa che, evidentemente, non si vuole cambiare

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