7 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

6 Apr, 2026

Pasqua di guerra, il Male non ha l’ultima parola

Monsignore Vincenzo Bertolone

Dalle guerre in Ucraina e Gaza alle crisi dimenticate, il dolore del mondo non si ferma. Ma la Pasqua continua a parlare di speranza e resistenza


A Kharkiv le sirene coprono le campane di Pasqua. Nella striscia di Gaza i bambini cercano acqua tra le macerie. In Africa subsahariana, conflitti che i nostri telegiornali hanno già smesso di raccontare consumano generazioni intere. Il dolore del mondo non ha confini. Non ha bandiere.

Eppure la Pasqua torna. Torna con le sue processioni antiche, con il profumo delle zagare sulle colline calabresi, con il passo lento degli uomini che portano il Cristo nelle strade del Venerdì Santo. Torna come se il mondo non bruciasse. E questa ostinazione non è ingenuità: è forse la forma più profonda di resistenza che l’umanità abbia mai elaborato.

Una festa nata nel buio

Il paradosso: una festa nata nel buio. La Pasqua cristiana è l’unica grande festa del mondo nata dentro una condanna a morte e un sepolcro non sbarrato. Non celebra un esercito vittorioso, non commemora un trattato di pace. Celebra un uomo condannato, crocifisso, sepolto. Che non rimase nel sepolcro.

Il Cristo che la fede proclama risorto è lo stesso che ha gridato dal legno della croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). Non c’è allegoria in quelle parole: c’è l’abisso del dolore umano, assunto fino in fondo. Dio, per chi crede, non è rimasto fuori dal dolore. È entrato dentro.

Ferite trasfigurate, non cancellate

Il Cristo risorto porta ancora i segni dei chiodi nelle mani e nel costato (Gv 20,27): la risurrezione non cancella le ferite, le porta con sé trasfigurate. Bernanos lo esprimeva con tre parole, messe in bocca a una suora morente nel suo romanzo più celebre: «Tout est grâce» – tutto è grazia. Anche il buio, se lo si attraversa fino in fondo.

Il grido dei poveri e la responsabilità

Il grido dei poveri: una coscienza che non può tacere. C’è una madre che questa notte non sa se suo figlio tornerà. C’è un uomo che ha perduto la casa, la famiglia, la terra dei suoi padri. C’è un bambino che non conosce altro suono che quello delle armi e dei droni intelligenti. È lì che il messaggio pasquale deve arrivare. Non solo nelle cattedrali illuminate — anche nelle macerie. Chi prende sul serio questo messaggio non può voltarsi dall’altra parte.

Guerra, perdono e coscienza civile

Lo sapeva Giovanni XXIII, che scrisse la Pacem in terris nel 1963, in piena Guerra Fredda, come atto di profezia civile e spirituale. Lo ha ripetuto Papa Leone, che afferma con voce ferma: «La guerra è sempre una sconfitta dell’umanità». Fëdor Dostoevskij, nei Fratelli Karamazov, metteva in bocca al fratello ribelle Ivan un argomento disarmante: nessun ordine del mondo, nessun fine ultimo può giustificare la lacrima di un solo bambino innocente. La risposta del Vangelo non è intellettuale: è una presenza. Un Dio che non rimuove il dolore, ma lo abita con la sua vicinanza.

La Pasqua cristiana è l’unica grande festa del mondo nata dentro una condanna a morte e un sepolcro non sbarrato. Non celebra un esercito vittorioso, non commemora un trattato di pace. (Nella foto Monsignore Vincenzo Bertolone e un particolare della “Resurrezione di Cristo” di Raffaello)

Ed è l’uomo — credente o no — chiamato a fare altrettanto. Hannah Arendt sosteneva che il perdono è un atto politico fondante, non una concessione sentimentale. Solo il perdono – distinto dall’oblio e incompatibile con l’impunità – è capace di interrompere la catena automatica della violenza e della rappresaglia. (Nella foto Monsignore Vincenzo Bertolone e un particolare della “Resurrezione di Cristo” di Raffaello)Non è solo teologia. È visione di alta civiltà. Uno dei pericoli più gravi del nostro tempo non è solo la crudeltà — la crudeltà è antica quanto l’essere umano —, ma l’assuefazione. Le immagini di devastazione si moltiplicano ogni giorno, la ripetizione produce anestesia morale: si guarda, si cambia canale, si dimentica. Distogliere lo sguardo è già una forma di complicità.

La pace come giustizia

La pace come pienezza: lo shalom dei profeti. In ebraico, la parola pace è shalom: non significa assenza di conflitto, ma integrità, completezza, benessere dell’intera persona e dell’intera comunità. Il profeta Isaia lo diceva con rigore: «Il frutto della giustizia sarà la pace» (Is 32,17). Una pace che non si fondi sulla giustizia non è pace. È la pausa tra una guerra e la prossima.

Quando i popoli tornano alla vita

Risurrezioni della storia: quando i popoli tornano alla vita. Dalle macerie del 1945 è nata un’Europa capace di decenni di convivenza tra popoli che si erano massacrati per secoli. Non è stato un miracolo. È stata una scelta, di umiltà, di lavoro, di disponibilità a guardare in faccia la verità del passato senza rimuoverla né esorcizzarla.

Il Mediterraneo e il Sud che accoglie

Il Mediterraneo, la Calabria, il Sud: Pasqua di un popolo. Il Mediterraneo è il mare da cui questa civiltà è nata. Sulle sue rive sono sorte la filosofia greca, le tre grandi religioni monoteiste, il diritto romano, il pensiero umanistico che ha dato forma all’Europa, teorizzando la dignità dell’essere umano. Mare di incontro, di scambio, di fecondazione reciproca tra culture per millenni. Oggi quelle stesse acque sono diventate un cimitero silenzioso. Migliaia di esseri umani che fuggono da guerre e persecuzioni annegano ogni anno a pochi chilometri dalle nostre coste. La Calabria lo sa meglio di chiunque altro: le sue rive raccolgono i corpi, le sue comunità accolgono i sopravvissuti. Il Sud d’Italia conosce il Sud del mondo: entrambi sanno cosa significa aspettare l’alba.

Di fronte a questi volti, né l’indifferenza né i proclami vuoti sono risposte degne. L’unica risposta è quella che il Vangelo indica — e che ogni coscienza umana riconosce come propria: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).

Riti, memoria e speranza

Le processioni del Venerdì Santo in Calabria, i Misteri di Trapani, i riti della Settimana Santa in ogni angolo del Sud, non sono soltanto folklore: sono la lingua con cui un popolo che ha conosciuto la sofferenza — l’emigrazione, la povertà, l’abbandono — ha imparato a parlare della speranza.

L’alleluia che costa: speranza senza illusioni. Charles Péguy distingueva la speranza dall’ottimismo. L’ottimismo è la virtù di chi non ha ancora incontrato davvero la durezza del reale. La speranza è tutt’altra cosa: è la virtù dei piccoli e dei poveri, di chi ha guardato in faccia il male senza farsene schiacciare e cammina nell’oscurità sapendo che la luce esiste.

Il male non ha l’ultima parola

La Pasqua non promette che le bombe si fermino almeno la notte del Sabato Santo. Non assicura che la giustizia trionfi in tempi comprensibili alla vita umana. Ma afferma che il male non ha l’ultima parola. Che ogni gesto di riconciliazione, ogni scelta di verità, ogni atto di misericordia, è un seme di risurrezione.

La pace comincia da noi

La pace non si costruisce soltanto nelle cancellerie e nei tavoli internazionali. Si costruisce ogni giorno, nei gesti di chi sceglie la verità invece della convenienza, il dialogo invece del rancore, la dignità dell’altro invece del proprio vantaggio. Nelle famiglie. Nelle scuole. Nelle piazze delle nostre città. Comincia qui. Comincia adesso. Comincia da ciascuno di noi. C’è chi quella luce l’aspetta nell’oscurità, senza certezze. Vale una sola cosa: l’alba del Risorto viene sempre e comunque.

Arcivescovo emerito
di Catanzaro Squillace

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