Il Nowruz, il capodanno persiano, è amaro quest’anno: sotto le bombe l’Iran si ritrova a festeggiare la rinascita, in una festa che simboleggia, come tante altre, l’estrema resilienza del popolo iraniano
Nella sua ora più buia l’Iran ha salutato il “nuovo giorno”, il Nowruz. Venerdì, precisamente alle 15:46 in Europa centrale e alle 18:15 in Iran, gli iraniani hanno celebrato le festività per l’inizio di un nuovo anno, il 1405 secondo il calendario dell’Egira. Una festività nata per celebrare l’equinozio di primavera, osservata dagli iraniani da più di duemilacinquecento anni. Ma questa volta il Nowruz ha trovato un Paese in una situazione particolarmente drammatica. Nonostante le condizioni tragiche dell’Iran, e le bombe che continuano a cadere a Teheran come in moltissime altre città iraniane, la popolazione ha comunque provato a festeggiare come poteva quest’importantissima ricorrenza.
Il mito di Nowruz e il ritorno della primavera
Ricorrenza che insieme a Shab-e Yalda, il Natale persiano, affonda le sue radici nel mito e nella storia plurimillenaria del popolo persiano. Stando allo Shahnameh, il “libro dei Re” di Ferdowsi tanto caro agli iraniani, a dare il via a questa tradizione fu infatti niente meno che il mitico Re Jamshid, uno dei primi illuminati Shah di Persia, il quale venendo sollevato in cielo sul suo trono ingioiellato da una moltitudine di demoni, rifletté i raggi del sole scacciando il freddo inverno che attanagliava il Paese.
E forse, questa storia ha avuto un significato tutto nuovo quest’anno per gli iraniani alla luce delle devastazioni subite nelle scorse settimane. Nowruz simboleggia del resto la rinascita, il ritorno della primavera. Ma sotto una pioggia di missili e droni forse neanche il mitico trono di Jamshid può scacciare il freddo.

Nonostante le avversità, però, il popolo iraniano festeggia comunque la primavera e l’inizio di un nuovo anno. E dopotutto, perché non dovrebbe? Di avversità, anche ben peggiori di quelle vissute in questi ultimi anni, l’Iran ne ha vissute molte. Ed è sempre sopravvissuto per salutare un nuovo anno, un Nowruz.
L’incontro tra Nowruz ed Eid al-Fitr
Quest’anno, poi, il capodanno coincide con un altro importante giorno: quello della fine del mese di Ramadan. Tra giovedì e venerdì c’è stato infatti l’Eid al-Fitr, la festa della rottura del digiuno, una delle più importanti del calendario islamico. Una coincidenza di date insolita visti i diversi metodi di determinazione — solare per il Nowruz, lunare per l’Eid al-Fitr — che non si verificava dal 2000 e non si verificherà ancora prima del 2080. Una coincidenza significativa, che mette in luce le due anime dell’Iran moderno: quella persiana, vecchia di migliaia di anni; e quella islamica, ereditata dagli arabi. Entrambe fondamentali per comprendere ciò che sta succedendo oggi nel Paese.
Uno degli elementi più discussi dell’attuale guerra in Iran è infatti quello relativo alla mancata sollevazione popolare contro il regime. Dopo le proteste di gennaio in molti, specialmente negli Stati Uniti, si aspettavano che dopo i violenti attacchi lanciati contro il Paese l’opposizione sfruttasse la favorevole congiuntura storica per tentare la spallata al regime, indebolito e distratto dal conflitto. Ma questa spallata non c’è stata e le ragioni di questa mancanza possono essere comprese guardando alla storia e alla cultura iraniana.
Una identità che resiste alle ingerenze
Nowruz ed Eid al-Fitr, in tal senso, sono molto di più di due semplici celebrazioni. Sono la testimonianza diretta e viva delle radici di una collettività unica nel suo genere e che tale si percepisce. Una collettività che può tracciare le sue origini senza soluzione di continuità con i grandi imperi persiani di un tempo.
A livello linguistico, culturale ed etnico gli iraniani, come i cinesi, mantengono un legame diretto e solido con i propri predecessori, di cui sentono ancora quotidianamente l’eredità. E collettività di questo tipo tendono a mal digerire, storicamente, le ingerenze straniere volte a modificare la propria eredità culturale o il proprio modello di organizzazione sociale. Questo è uno degli aspetti chiave per comprendere l’attuale situazione in Iran e la mancanza di movimenti di protesta generalizzati contro il regime.

Nelle scorse settimane, sotto bombe e missili israeliani e americani, si è osservata una dinamica di ricompattamento attorno al regime in una parte significativa della popolazione in risposta a quella che è stata percepita come un’aggressione esterna. Un’aggressione percepita come volta a minacciare l’essenza stessa della collettività persiana e a sradicarne le radici. Radici di un popolo che nonostante continue invasioni ha sempre assimilato, e infine “persianizzato”, i propri conquistatori mantenendo quasi inalterata la propria eredità culturale.
Il precedente della guerra con l’Iraq
Il fenomeno di compattazione attorno al regime era ampiamente prevedibile. Quando l’Iraq di Saddam invase il Paese, nel 1980, la risposta degli iraniani fu infatti sostanzialmente la stessa. Entrando in Iran, i soldati iracheni si trovarono di fronte un regime ancora debole, frammentato e in lotta con sé stesso per colmare i vuoti di potere lasciati dalla caduta degli Shah. Un Paese fragile, isolato a livello internazionale e con poche o nulle capacità militari. Facile preda, secondo Saddam e i suoi consiglieri, per le potenti forze armate di Baghdad. Ma le cose non andarono come previsto.
Davanti all’invasione, alla prospettiva di assoggettamento ad un popolo “altro” non persiano, l’Iran rispose chiudendosi a quadrato attorno agli Ayatollah. Solo due anni dopo l’inizio dell’invasione, tramite stoica determinazione e sacrifici umani inimmaginabili, l’Iran non solo riuscì a non cadere sotto i colpi iracheni, ma lanciò anche la prima di molte operazioni offensive in Iraq, portando la guerra oltreconfine.
Quel conflitto, spesso dimenticato in Occidente, è ancora oggi il perno della narrazione ufficiale della Repubblica Islamica e dimostra quanto, anche al netto di politiche impopolari, una parte consistente della società iraniana si sia dimostrata disposta a sopportare costi altissimi in presenza di una minaccia esterna. Se a Washington avessero studiato bene la storia dell’Iran, e della Persia ancor prima, forse avrebbero potuto comprendere quanto la resilienza di fronte alle avversità occupi un ruolo centrale nella narrazione storica e politica iraniana. E quella resilienza è ciò che spinge oggi l’Iran e una parte importante degli iraniani a continuare a combattere nonostante le devastazioni e la pioggia continua di missili contro le città.
Il ruolo dello sciismo e del sacrificio
Questa caratteristica è tanto frutto dell’eredità culturale persiana quanto della peculiare forma di Islam praticato in Iran. Per gli sciiti, eredi e seguaci degli Imam discendenti da Alì, disponibilità al sacrificio e resilienza di fronte alle avversità sono elementi fondamentali, centrali. Per comprenderlo basta guardare, del resto, alle cerimonie di commemorazione per la morte dell’Imam Husayn — secondo figlio di Alì, genero del Profeta — tenute nel mese di Muharram durante quella nota come l’Ashura. Celebrazioni che ricordano proprio il sacrificio disperato di Husayn e della sua famiglia, uccisi mentre tentavano di combattere, senza averne la reale capacità numerica, quelli che ai loro occhi erano dei regnanti ingiusti.
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Tutte queste celebrazioni — Nowruz, Eid al-Fitr, ma anche l’Ashura — mostrano quanto sia stratificata l’eredità culturale dell’Iran moderno. Ed è proprio questa stratificazione — imperiale, religiosa, nazionale — a rendere l’Iran un Paese tanto unico quanto difficilmente leggibile con categorie esterne. E finché sopravvivranno la percezione di continuità con il passato e quella di una minaccia alle proprie eredità storiche e religiose, ogni pressione militare o politica rischierà di produrre l’effetto opposto: non indebolire il sistema, ma rafforzarlo.


















