Il viaggio della Anatoly Kolodkin, nave di Mosca inviata a sfidare Trump portando petrolio a Cuba, è un segnale politico globale: tra crisi energetica cubana, ambizioni del Cremlino e pressioni degli Stati Uniti, si riapre una partita geopolitica che va oltre l’energia
Anatoly Kolodkin. È questo il nome che in molti, a Cuba, ripetono probabilmente ormai da giorni come un mantra. È il nome ufficiale di una petroliera russa, sanzionata per il suo ruolo come strumento di finanziamento della guerra in Ucraina. Diretta verso l’isola caraibica ormai da mesi alle prese con una pesantissima crisi energetica. Una nave con a bordo 730.000 barili di greggio, imbarcati a Primorsk, non lontano dal confine con la Finlandia. Un carico destinato, nelle intenzioni di Mosca, ad alleviare il bisogno energetico di L’Avana. E a blindare l’isola da possibili spinte aperturiste verso gli Stati Uniti che porterebbero Cuba fuori dall’orbita del Cremlino.
L’arrivo al terminal settentrionale di Matanzas è previsto, rimanendo invariate rotta e velocità di navigazione della petroliera, per il 23 marzo. A patto che, ovviamente, Washington non ponga in essere qualche tipo di azione ostile verso la nave per impedirle di attraccare e di rompere di fatto l’embargo energetico ordinato dalla Casa Bianca. Anche solo rallentarla, del resto, sarebbe un gesto molto potente indirizzato a Mosca.
Un problema politico per gli Stati Uniti
Per Washington, comunque, il tentativo russo di rifornire Cuba è un problema non da poco. Più che a livello energetico – l’invio di quella quantità di petrolio non sarà altro che un palliativo nel medio periodo – il gesto del Cremlino risulta infatti molto incisivo sul piano politico. Dopo la caduta di Nicolas Maduro in Venezuela, catturato senza che né da Mosca né da Pechino si facesse gran ché per aiutarlo, l’invio della Anatoly Kolodkin è un segnale importante inviato dalla Russia al suo ultimo alleato strategico nella regione. Un segnale di vicinanza politica e di sostegno che non passerà sicuramente inosservato da parte della leadership castrista. E che potrebbe influenzare la postura dell’establishment cubano, apparentemente sempre più disposto a trattare con gli americani qualche tipo di accordo distensivo.
Anche in altre regioni del globo, l’invio della petroliera russa nei Caraibi potrebbe avere un impatto considerevole in termini geopolitici. Gli alleati di Mosca sparsi per i vari continenti potrebbero, infatti, guardare a questo gesto come ad un segno del fatto che il Cremlino è disposto ad aiutare i propri partner nel momento del bisogno. Specialmente qualora questi dovessero finire nel mirino del presidente Donald Trump.
Tuttavia, anche se si tratta di un segnale rilevante, visto che non sarà un’azione in grado di risolvere i problemi cubani l’incisività del gesto sarà limitata. A meno di ulteriori spedizioni di greggio, complicate dalle enormi distanze che separano Cuba dalla Russia. E dalla fragilità delle rotte che collegano i due Paesi, la crisi energetica dell’isola perdurerà.
Un aiuto simbolico e temporaneo
L’invio di un’altra nave, la Sea Horse, una metaniera battente bandiera di Hong Kong con a bordo 27.000 tonnellate di gas russo, è solo un altro gesto simbolico che potrà garantire la copertura del fabbisogno cubano solo per poco tempo. E se nonostante questi aiuti l’isola dovesse infine cedere alle pressioni statunitensi l’impatto sulla credibilità del supporto russo sarebbe pesante, anche se non critico.
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In questo senso, la rotta della Anatoly Kolodkin dice forse più di quanto il suo carico potrà mai risolvere. Non è solo una nave. È una linea tracciata sull’Atlantico che misura ambizioni, limiti e paure di una Russia impegnata a difendere ciò che resta della sua rete di alleati. E soprattutto segnala che lo scontro geopolitico con Washington resta un elemento centrale nella strategia del Cremlino. Cuba, oggi come mezzo secolo fa, si ritrova ancora al centro di un equilibrio fragile, sospesa tra un alleato indebolito e la pressione costante degli Stati Uniti.



















