17 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Mar, 2026

Hormuz, l’Europa dice no a Trump: nuova autonomia o solo paura?

Lo Stretto di Hormuz

Nel pieno della crisi nel Golfo, l’Europa rifiuta l’intervento militare richiesto dagli Stati Uniti e rompe l’automatismo dell’alleanza: una scelta tra prudenza e debolezza che apre interrogativi sul suo ruolo globale


Il rifiuto europeo, esplicito o implicito, di seguire l’invito di Donald Trump a partecipare militarmente alla gestione della crisi nel Golfo segna un passaggio che va oltre la contingenza. Non è ancora una strategia compiuta, certo, ma per la prima volta, in modo così netto – «questa non è la guerra dell’Europa» – si rompe l’equazione tra alleanza e adesione, con una sospensione del riflesso automatico che ha regolato per decenni il rapporto transatlantico.

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Lo Stretto di Hormuz e la guerra asimmetrica

Per comprendere la portata di questo scarto bisogna guardare al contesto. Lo scenario nello Stretto di Hormuz era previsto da decenni: un corridoio marittimo strettissimo, dove la superiorità militare tradizionale perde gran parte della sua efficacia. L’Iran, pur indebolito sul piano convenzionale, conserva la capacità di disturbare il traffico con mezzi relativamente semplici: motoscafi, missili mobili, mine. Non serve chiudere completamente lo stretto, basta renderlo incerto e il mercato globale amplifica immediatamente questa instabilità. È la dimostrazione più chiara della logica asimmetrica: la potenza può colpire, sì, ma non controllare.

I rischi per l’Europa

Ora, dal punto di vista europeo, aderire alla richiesta americana significherebbe assumere un rischio elevato – militare, economico, politico – senza avere una chiara definizione dell’obiettivo finale. Scortare le petroliere? A quale costo, e per quanto tempo? E con quale mandato politico? Chi decide le regole d’ingaggio? E, soprattutto, chi risponde di un’eventuale escalation?

Una guerra senza soluzione tecnica

Le esperienze passate, come le operazioni di scorta negli anni Ottanta, appartengono a un altro mondo tecnologico e strategico. Oggi qualsiasi convoglio diventerebbe un bersaglio, ogni presenza militare un potenziale detonatore. Non esiste una soluzione “a basso costo”, e forse non esiste nemmeno una soluzione puramente tecnica.

La prudenza europea

L’Europa, che spesso viene accusata di indecisione, in questo caso sembra muoversi per una forma diversa di prudenza, rifiutando di entrare in un meccanismo che potrebbe condurla verso un conflitto più ampio senza averlo scelto. È una prudenza imperfetta, contraddittoria, potremmo definirla per certi versi persino opportunistica, ma in ogni caso introduce un elemento nuovo: la possibilità di dire no.

Il significato del rifiuto

Trump interpreta questo rifiuto come un deficit di lealtà, ma è possibile leggerlo in modo opposto: come il tentativo, ancora incerto, di ridefinire il significato stesso dell’alleanza. Perché un’alleanza che funziona solo come automatismo – che chiede adesione prima ancora di discutere fini e limiti – rischia di trasformarsi in una catena di comando.

La fragilità interna dell’Europa

C’è poi un altro elemento che orienta questa scelta. L’Europa si trova oggi in una condizione di fragilità interna, con le sue economie esposte agli shock energetici, le opinioni pubbliche polarizzate, i sistemi politici attraversati da tensioni che mettono in discussione la stessa tenuta democratica.

Una scelta anche difensiva

Entrare in una crisi militare ad alta intensità significherebbe importare questa instabilità all’interno delle proprie società, amplificarla, trasformandola in conflitto interno. Il rifiuto, perciò, è anche una forma di autodifesa politica, una linea di contenimento non dichiarata.

Il limite dell’Europa

Resta, però, una domanda, a questo punto ineludibile. Se l’Europa rifiuta la logica dell’escalation, sa costruire una alternativa credibile? Oppure il suo è soltanto un gesto difensivo, destinato a dissolversi alla prossima crisi?

Un inizio ancora incerto

Per ora, la risposta è incerta. L’iniziativa europea è soprattutto di segno negativo: segnala un limite, più che indicare una direzione. Non c’è ancora una proposta, una visione condivisa, né un soggetto politico capace di passare dal rifiuto a un progetto.

Il realismo dello Stretto

E tuttavia, proprio in questo limite si intravede qualcosa di nuovo. Perché il problema dello Stretto di Hormuz – come hanno riconosciuto da tempo gli stessi strateghi americani – non ha una soluzione puramente militare. Garantire davvero la sicurezza significherebbe controllare le coste iraniane, cioè entrare in una guerra di terra su larga scala. Tutto il resto è gestione del rischio, non la sua eliminazione.

Il ritorno della politica

In questo senso, il rifiuto europeo può essere letto come una forma embrionale di realismo, come il riconoscimento, cioè, che non tutto quel che è tecnicamente possibile è politicamente sostenibile. Che la forza ha dei limiti, e che ignorarli li aggrava.

L’Europa come soggetto politico

È ancora poco, certo. Non basta dire “questa non è la nostra guerra” per costruire una politica estera. Ma è un inizio. Perché per la prima volta dopo molto tempo, l’Europa sembra affacciarsi su una consapevolezza che riguarda sé stessa prima ancora che il mondo, quella di un’alleanza che non può cancellare la responsabilità.

Il vero nodo

Resta da capire se questo sarà solo un episodio – una parentesi dettata dalla paura e dalla contingenza – oppure l’inizio di qualcosa di più profondo: il tentativo, finalmente, di trasformare l’Europa da spazio economico in soggetto politico. Un soggetto capace anche di proporre e guidare. E forse è proprio questo il vero nodo, molto più dello stretto che oggi paralizza il petrolio mondiale.

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