17 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Mar, 2026

Ali Larijani, chi era il ‘filosofo in divisa’ che teneva in piedi il regime

Ali Larijani

Ucciso nei raid Israeliani, chi era l’uomo a che teneva in piedi il regime iraniano: fedelissimo di Khamenei, negoziatore sul nucleare e regista del potere tra Pasdaran, diplomazia e gestione della guerra


Ali Larijani è stato per anni molto più di un dirigente politico: un centro di gravità del sistema iraniano, capace di muoversi tra apparati militari, diplomazia e potere religioso con una lucidità rara. Nel pieno della guerra con Stati Uniti e Israele, era diventato di fatto il regista della sopravvivenza del regime, l’uomo chiamato a garantire continuità in uno scenario di possibile collasso. È stato ucciso oggi in un raid delle forze israeliane.

Il filosofo in divisa

“Il filosofo in divisa”: così veniva definito Ali Larijani, per sintetizzare la sua doppia natura. Da un lato ufficiale dei Pasdaran, forgiato nella guerra Iran-Iraq, dall’altro intellettuale raffinato, con un dottorato in filosofia occidentale e studi su Immanuel Kant. Un profilo atipico nel panorama della leadership iraniana, solitamente dominata da figure più ideologiche che analitiche.

La sua formazione gli ha permesso di sviluppare una capacità negoziale temuta anche dagli interlocutori occidentali: logica, dialettica, freddezza strategica. Nei colloqui sul nucleare tra il 2005 e il 2007 è stato il volto dell’Iran, capace di tenere insieme rigidità ideologica e flessibilità tattica.

Fedelissimo ma pragmatico

Larijani è stato uno dei più stretti collaboratori dell’Ayatollah Ali Khamenei, ma non un semplice esecutore. All’interno del sistema ha incarnato la figura del conservatore pragmatico, pronto a scontrarsi anche con altri centri di potere, come dimostrano i contrasti con l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, giudicato troppo impulsivo e dannoso per gli equilibri strategici del Paese.

Alla fedeltà al regime ha sempre affiancato una visione di “ragion di Stato”, che lo ha reso un mediatore indispensabile tra le diverse anime della Repubblica islamica.

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L’uomo delle istituzioni

La sua carriera attraversa tutti i nodi del potere iraniano. Negli anni ’90 guida la radiotelevisione di Stato, trasformandola in uno strumento centrale di controllo e propaganda. Dal 2008 al 2020 è presidente del Parlamento, ruolo nel quale agisce da grande mediatore tra conservatori radicali e moderati.

È lui a garantire il passaggio parlamentare dell’accordo sul nucleare del 2015, il Jcpoa, dimostrando una volta di più la sua capacità di tradurre la strategia in decisione politica.

Negli ultimi anni assume incarichi ancora più delicati: alla guida del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, coordina pianificazione militare, negoziati nucleari e relazioni con alleati chiave come Russia e Qatar.

LA GUERRA GIORNO PER GIORNO

Il regista dietro le quinte

Dopo l’inizio della guerra il 28 febbraio e la morte della Guida Suprema, Iran, Ali Larijani emerge come leader de facto del Paese. È lui a prendere in mano la gestione della crisi, a parlare pubblicamente, a mantenere i contatti con gli alleati e a preparare il sistema a un conflitto prolungato.

Il suo potere è tale da oscurare persino il presidente Masoud Pezeshkian, che appare costretto a deferire a lui anche su decisioni interne, come le restrizioni su internet.

Larijani diventa il punto di equilibrio tra apparato militare e politica, il ponte tra falchi e moderati in una fase in cui ogni frattura poteva diventare fatale.

La dinastia e la rete di potere

A rafforzarne la posizione contribuisce l’appartenenza a una delle famiglie più influenti dell’Iran. Figlio di un Grande Ayatollah e membro della potente “dinastia dei Larijani”, disponeva di una rete di relazioni e informazioni che lo rendeva di fatto intoccabile. Questa struttura familiare gli garantiva protezione, accesso diretto ai centri decisionali e una capacità di influenza trasversale che pochi altri leader potevano vantare.

Tra repressione e diplomazia

Il suo ruolo non è stato privo di ombre. È stato tra i responsabili della repressione delle proteste interne, con l’uso della forza per contenere il dissenso. Allo stesso tempo ha gestito i rapporti con potenze come Russia e Cina, negoziando accordi strategici fondamentali per l’economia iraniana sotto sanzioni.

Incaricato anche di preparare il Paese a un eventuale scontro diretto con gli Stati Uniti, ha costruito scenari di continuità del potere in caso di vuoti istituzionali.

Un equilibrio difficile

Nonostante la vicinanza a Khamenei, non è mai stato considerato un possibile successore alla Guida Suprema, perché non aveva il requisito religioso fondamentale. Aveva però sostenuto l’ipotesi di una leadership più moderata, senza successo: alla fine il potere è passato a Mojtaba Khamenei.

La sua figura rappresentava un elemento di equilibrio in un sistema sempre più dominato dai militari. Proprio per questo, secondo molti osservatori, la sua eventuale eliminazione rischia di spingere l’Iran verso una ulteriore radicalizzazione.

Con la sua uscita di scena, il rischio è che venga meno l’ultimo grande mediatore capace di tenere insieme le contraddizioni del regime.

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