15 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Mar, 2026

Trump: «Ora altri Paesi inviino navi ad Hormuz»

Teheran: «Lo stretto resta chiuso». Raid Usa sull’isola di Kharg. E Macron chiede a Israele di accettare il dialogo proposto da Beirut per arrivare al cessate il fuoco 


La guerra che contrappone l’Iran a Stati Uniti e Israele è entrata nella sua seconda settimana. Al momento non è chiaro come le parti belligeranti possano, ammesso che vogliano, trovare vie per porre fine al conflitto. Al contrario, le azioni più recenti di Teheran, Washington e Tel Aviv sembrano andare nella direzione opposta.
Il presidente Trump ha affermato di aspettarsi che molti Paesi – tra cui ha menzionato Francia, Regno Unito, Corea del Sud e Cina – inviino forze navali per scortare le imbarcazioni che devono attraversare lo Stretto di Hormuz, chiuso dagli attacchi iraniani. È difficile pensare che l’inquilino della Casa Bianca si aspetti realmente che una coalizione tanto eterogenea quanto improbabile possa ergersi a guardiana della libertà di navigazione nel Golfo Persico in queste circostanze.

Gli ostacoli sulla strada di Trump

Innanzitutto, la Cina e altri Paesi asiatici (in primis l’India) potrebbero cercare di tutelare le proprie esigenze energetiche semplicemente aprendo canali diplomatici con Teheran, con cui intrattengono rapporti positivi. Inoltre, Pechino non ha alcun interesse nel risolvere un problema che, seppur negativo per la propria economia, complica oltremodo la situazione geopolitica degli Stati Uniti. Più probabilmente, quindi, Trump segnala che gli USA restano concentrati sullo scontro con l’Iran, cercando di minimizzare gli ingenti danni causati dal blocco dello Stretto di Hormuz.

Inoltre, e cosa più importante, nessuna marina al mondo al momento sarebbe in grado di scortare le navi per le acque del Golfo Persico senza essere costantemente bersagliata dagli attacchi iraniani con missili e droni. Ciò richiederebbe complicate offensive aeree per distruggere le batterie iraniane sulla costa, se non un’operazione terrestre che a Washington nessuno sta prendendo in considerazione al momento.

Non è comunque da escludere che l’amministrazione Trump metterà pressione sugli alleati europei affinché aumentino il proprio coinvolgimento nell’area, almeno nelle operazioni difensive.

La proposta del presidente francese

L’unica proposta negoziale regionale è stata avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron per far cessare i rinnovati scontri tra Israele e la milizia filo-iraniana Hezbollah in Libano, che prevede il riconoscimento diplomatico di Israele da parte di Beirut. Tel Aviv e Washington stanno ancora valutando l’offerta francese. L’obiettivo perseguito da Parigi è impedire che il Paese dei Cedri – su cui i francesi cercano di preservare la propria storica influenza – venga definitivamente destabilizzato dagli attacchi israeliani. Timore ben presente nei vertici di Beirut. Il presidente libanese Michel Aoun si già è detto pronto ad aprire negoziati diretti con lo Stato ebraico. Il punto è che il Libano non è in grado di dare a Israele ciò che quest’ultimo vuole veramente: l’uscita di scena di Hezbollah.

I piani di Israele

Dunque la prospettiva più probabile nel Levante è un’ulteriore escalation tra Tel Aviv e il Partito di Dio. Processo già in corso. Israele sta applicando la dottrina Dahiya, la quale prevede risposte sproporzionate che considerano le infrastrutture civili usate dalle milizie nemiche come legittimi bersagli militari. Inoltre, il governo israeliano sta preparando un’operazione terrestre nel Libano meridionale, che potrebbe configurarsi come un’invasione su larga scala per raggiungere il fiume Litani. E la capacità di Macron di incidere sui calcoli israeliani è pari a zero.

Solo gli USA sono in grado di influenzare lo Stato ebraico. Ma al momento, almeno finché il conflitto con l’Iran continuerà, l’amministrazione Trump potrebbe lasciare mano libera agli israeliani, soprattutto visto che il governo libanese non è in grado di disarmare Hezbollah.

5.000 marines verso il Medio Oriente

Anche nel più ampio conflitto tra USA e Iran la soluzione diplomatica appare complicata, salvo colpi di scena. Le due azioni più recenti dell’amministrazione Trump vanno nella direzione opposta. In primo luogo, il Pentagono sta inviando in Medio Oriente un’unità di spedizione di Marines (almeno 2.200 uomini) più ulteriori navi da guerra, per un totale di 5.000 soldati. Inoltre, il presidente Trump ha annunciato che gli USA hanno colpito obiettivi militari nell’isola di Kharg, al largo della costa iraniana. Si tratta di un territorio estremamente strategico: nei terminal di Kharg si concentra il 90% del petrolio che l’Iran esporta. Non a caso, Trump ha esplicitamente ventilato la possibilità di un futuro attacco contro l’isola per distruggere le infrastrutture energetiche.

L’invio dei fanti di marina è direttamente collegato alle minacce di escalation pronunciate da Trump contro Kharg. L’unità di spedizione di Marines aumenterebbe le opzioni di Washington. Tra queste figura anche la presa di Kharg: la missione sarebbe nelle capacità dei Marines, ma gli esporrebbe al fuoco di artiglieria, droni e missilistico di Teheran. In alternativa, Trump potrebbe ordinare la distruzione delle infrastrutture petrolifere, all’interno di una più ampia intensificazione degli attacchi per massimizzare l’indebolimento materiale del regime iraniano, che può però uscire rafforzato dal conflitto sul piano simbolico.

Il presidente Usa al bivio

In definitiva, l’amministrazione Trump è di fronte a un bivio: concludere le opzioni o puntare sull’escalation. La prima significa accettare il fallimento delle operazioni, senza la garanzia che l’Iran accetti di cessare i suoi attacchi senza alzare i propri termini per una tregua. La seconda punterebbe a fare leva sulla superiorità operativa americana e israeliana per creare danni strutturali all’Iran post-conflitto. Ma innescherebbe rappresaglie iraniane. In una dinamica molto imprevedibile.

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