14 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

3 Mar, 2026

Sequi: «L’attacco all’Iran mira anche alla Cina, ma è un azzardo strategico»

L'ambasciatore Ettore Sequi

L’ambasciatore Ettore Sequi discute con l’Altravoce delle ragioni geopolitiche dell’attacco Usa all’Iran, visto come mezzo per colpire la Cina ma considerato un pericoloso azzardo strategico


«L’Iran si trovava in una fase di massima debolezza interna e internazionale perché privata della rete degli alleati, dalla Siria a Hezbollah ad Hamas. Sul piano negoziale sembrava disponibile a fare delle concessioni in quanto interessato a ottenere una rimozione di quelle sanzioni che oggi mordono la materia viva della vita economica e sociale del paese. Ma queste concessioni non sono state considerate sufficienti».

Questo è il quadro in cui nasce la decisione di Donald Trump di attaccare Teheran, secondo Ettore Sequi, già segretario generale del ministero degli affari esteri e ambasciatore italiano in Cina, e grande conoscitore della realtà persiana: è stato console a Teheran per 4 anni e mezzo dopo la morte dell’ayatollah Khomeini e in passato ha seguito in prima persona i negoziati sul nucleare tra Usa e Iran.

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«L’Iran – spiega Sequi – non era disposto a discutere della deterrenza tattica, ovvero della possibilità di usare quei missili balistici che rappresentano un’assicurazione sulla vita dello stato islamico, né del sostegno ai proxy, che per Teheran rappresentano quella profondità strategica che permette al regime di attivare situazioni di crisi in aree lontane dal territorio iraniano».

E Trump non poteva ancora aspettare…

«Trump cercava un risultato da offrire alla sua opinione pubblica: in difficoltà tra il caso Epstein e l’intervento della Corte suprema, mentre in Ucraina e a Gaza tutto è bloccato, ha bisogno di esibire un successo. Da qui la sua impazienza strategica. Mentre gli iraniani prendevano tempo, l’investimento economico – 600 milioni sulla flotta – e militare – lo spostamento della flotta nel Golfo – da parte della Casa Bianca facevano capire che Trump voleva un risultato rapido o per via diplomatica o per via militare».

E sullo sfondo c’è il bipolarismo globale con la Cina…

«Questa operazione rappresenta la progressiva messa sotto pressione della Cina sul fronte energetico. Pechino importa il 6% del proprio fabbisogno petrolifero dal Venezuela e circa il 20% dall’Iran, mentre è tra i paesi minacciati per il fatto di approvvigionarsi dalla Russia sotto sanzioni. Dal canto loro, gli Usa dipendono dai magneti speciali e dalle terre rare della Cina. L’attacco all’Iran è un tentativo di creare un nuovo equilibrio».

È anche un modo per indebolire l’asse delle autocrazie?

«Sì c’è anche questo, ma né la Cina né la Russia hanno fatto qualcosa di concreto a difesa dell’Iran. Semmai Mosca e Pechino ottengono da questa operazione il vantaggio di un precedente: i principi che sono stati applicati all’Iran, ovvero colpire fuori dal vincolo strutturale del multilateralismo, possono tornare utili anche a loro, L’altro vantaggio è che gli Usa restano coinvolti lontano dall’Oceano Pacifico. Nel frattempo la Cina può alimentare la sua retorica di attore stabilizzatore e multilateralista».

Intanto la società civile iraniana confidava nell’intervento.

«L’opposizione iraniana è gracile, disorganizzata e frammentata. C’è una grande energia sociale senza una catena di comando e una struttura. La legittimità del regime è erosa, ma resta un blocco armato. La domanda è: quanto è coeso?»

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Qual è la risposta?

«Qui conta la natura intrinseca del sistema iraniano. Nel sistema sciita conta la figura dell’imam. Secondo la tradizione, la figura centrale dello sciismo è il 12° Imam che vive occultato da secoli e tornerà prima della fine dei tempi per ristabilire la giustizia sulla Terra. Nel frattempo c’è un giureconsulto supremo, scelto all’interno del clero sulla base della conoscenza del testo sacro, che lo rappresenta sul piano politico e religioso. Finora questo soggetto è stato Ali Khamenei, figura essenziale del sistema teocratico in cui la legittimazione non viene dal popolo ma da Dio e dall’interpretazione dell’Islam. La continuità del vertice è una componente fondamentale intrinseca del sistema. Ora il regime iraniano annuncia: vi faremo sapere chi è la guida. Certamente colui che farà meno problemi alle guardie della rivoluzione. Ciò inibisce il rompete le righe e comunica che non ci saranno più limitazioni alla messa in atto di tutto ciò che serve per far male e ottenere una de-escalation».

Così si spiega l’attacco anche agli alberghi e all’aeroporto di Dubai…

«Esatto. Colpendo i paesi del Golfo, il regime si aspetta che intervengano sugli Usa affinché la guerra finisca. L’obiettivo è trasformare gli stati del Golfo in mediatori interessati».

Trump ha detto che la guerra durerà 4 settimane. Sono i soliti calcoli improvvisati del presidente americano?

«Trump non va preso in modo letterale. Dicendo così fa capire che ci vuole ancora un po’ di tempo. Ha avviato il conflitto con l’idea di colpire il più possibile, ma anche di ottenere qualcosa rapidamente. Trump dice che gli iraniani sono disponibili a trattare ma vuole garanzie: la pressione militare serve per riprendere il negoziato alle sue condizioni».

Del resto Washington ha sempre detto di non puntare al regime change, ma solo a inibire la potenza militare di Teheran.

«Israele e Stati Uniti hanno un interesse tattico comune ma un interesse strategico diverso. Quello di Israele è indebolire l’Iran, liberarsi del regime e ottenere una egemonia regionale che garantisca la propria sicurezza esistenziale. Come abbiamo visto, invece, agli Usa interessa il confronto con la Cina».

In un editoriale sul New York Times, Bret Stephens dice che, con l’attacco all’Iran, Trump e Netanyahu stanno facendo un favore al mondo libero.

«Non lo possiamo ancora dire: dipende dal grado di instabilità e insicurezza che resterà dopo. All’interno del regime, la generazione più giovane dei guardiani della rivoluzione si era convinta che se l’Iran avesse avuto l’atomica non ci sarebbero stati attacchi americani. Non a caso nel mondo cresce il numero dei paesi – Germania, Polonia, Giappone, Arabia Saudita sono tra questi – convinti che, tutto sommato, la cosa più sicura sia dotarsi della deterrenza nucleare. Non a caso nessuno tocca la Corea del Nord».

Quale nuovo sistema dei rapporti internazionali verrà fuori da questa guerra?

«Il mondo vira sempre più verso la politica di potenza. Questa operazione si chiama “Epic Fury“, furia epica, ma potrebbe diventare un “Epic Gamble“, un azzardo epico. La vera scommessa di Trump è stata cominciare una guerra senza avere le idee chiare su quello che succede dopo».

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