Due anni fa Jane Doe denunciò di essere stata violentata da studenti di una confraternita della Cornell. New York ora riapre l’inchiesta e mette in discussione la legge sul consenso. Ma questa è la storia di una ragazza di vent’anni che ha continuato a urlare. Mentre tutti si abituavano a non sentire
Se hai una figlia di vent’anni, ti senti chiedere: «Mamma, ma hai visto la storia della Cornell, gira su tutti i social?». E minimizzi, tu, giornalista. «Di cosa parli, hai messo a posto la camera?». Lei insiste. «Mamma, parlo dello stupro alla ragazza di un’università americana, non si parla d’altro. Una ragazza come me». E ti senti pensare.
«Perché ti interessa questo caso più di mille. È successo anche ai Parioli di Roma. Succede costantemente. Dai da mangiare al gatto. Basta social. Di stupri ce ne sono così tanti. L’alcol, la ketamina, le denunce».
E sai di essere blasfema, pigra. Vecchia dentro. Perché c’è la legge elettorale, l’intelligenza artificiale. Gli studenti, in Francia. Arrabbiati, che bruciano tutto, compresi i presidi.
Ma la violenza lascia segni, sempre, e se non fossimo anestetizzati da troppa informazione, serie tv e talk show, li sentiremmo graffiarci.
Due anni fa una studentessa della Cornell University entra in una delle confraternite dell’ateneo americano. Viene stuprata da sette ragazzi che si incitano tramite smartphone nella chat di gruppo. Dicono: Venite qui. C’è lei. È strafatta. «Free». La Cornell University fa parte dell’Ivy League, tra gli atenei privati più prestigiosi. Si trova a Ithaca, Stato di New York, nella regione dei Finger Lakes.

La notte del 19 ottobre 2024
La storia della violenza risale alla sera del 19 ottobre 2024. La ragazza sulle carte viene chiamata Jane Doe. Il nome convenzionale delle vittime senza identità pubblica. Ha vent’anni. Poco meno di un mese dopo, l’8 novembre del 2024, denuncia tutto alla polizia universitaria. Quattro ore di deposizione che i poliziotti riducono a sei paginette di verbale. Minimizzano. Dimenticano perfino di mettere all’inizio la frase più importante che Jane Doe pronuncia: «Posso dire con certezza al 100 per cento» di essere stata violentata.
Il college, pensano gli agenti. E mandano il compitino ai vertici dell’università. Passerà, passa sempre. Passo e chiudo. Cornell apre un’indagine interna secondo le procedure previste dal Title IX, la normativa federale contro le discriminazioni sessuali nelle istituzioni scolastiche. La confraternita viene sospesa e poi chiusa. Alcuni studenti sanzionati o espulsi. Messi in punizione. Orecchie d’asino. Ma sul piano penale la vicenda prende un’altra strada. Siccome sono tutti figli di gente che paga retta e tasse, il procuratore della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, decide di non formulare accuse. Due anni dopo, due giorni fa, all’inizio di ottobre, la governatrice dello Stato di New York ha riaperto il caso.
Lo ha fatto anche grazie al lavoro incessante dei giornalisti del quotidiano universitario. Reporter in erba che per due anni hanno interrogato testimoni, descritto il caso, minacciato di far uscire i nomi dei rampolli. Perché lo stupro di una di loro non restasse inosservato, impunito. Uno stupro è tutti gli stupri. Jane Doe ha combattuto per due anni contro l’indifferenza della normalità. Contro il male, la non importanza. Ma alla fine l’eco è arrivata fin qui. jane doe
Perché Jane Doe ha dovuto urlare così a lungo?
«Mamma, hai sentito, che ne pensi tu?». Che pensiamo. Non abbiamo sentito. Ma perché Jane Doe ha dovuto urlare così a lungo? Sui social la storia girava. Ma gira gira gira il mondo e scrollano gattini, corsi di Tai Chi. Tutto scivola via, anche le urla.
Ora la governatrice di New York, Kathy Hochul, accusa sia la polizia della Cornell che la procura della contea di Tompkins di aver fallito nella gestione della denuncia. E ha affidato la nuova indagine alla procuratrice generale dello Stato, Letitia James. Sarà lei che potrà raccogliere nuove prove, interrogare i testimoni e, se riterrà che esistano gli elementi, procedere penalmente. jane doe
Le prove che la procura non volle vedere
Van Houten oggi dice che gli elementi trasmessi al suo ufficio non erano sufficienti. Che la dichiarazione firmata dalla ragazza non sosteneva che fosse stata drogata contro la propria volontà, costretta ad avere rapporti sessuali o resa incapace di consentire. Drogami, abusa di me. Se io non voglio, tu puoi.
Ma adesso il New York Times ha scoperto che la procura due anni fa non si limitò a non interrogare Jane Doe. Rifiutò anche di esaminare le altre prove che la polizia della Cornell aveva già raccolto. Il 25 novembre 2024 un investigatore del campus informò la procura che c’erano interviste, chat, segnalazioni anonime e contatti con alcuni degli uomini accusati. La risposta fu che non interessavano: sulla base delle sei pagine firmate dalla ragazza, le accuse penali non sarebbero state perseguite. jane doe
La causa civile e quelle sette ore
Jane Doe non si è mai arresa e il 16 settembre 2026 ha presentato una nuova causa, questa volta civile. Ha raccontato tutto di nuovo. L’uscita con le compagne, l’aver bevuto molto. E l’arrivo intorno alle 23 nella sede della confraternita Chi Phi, a Ithaca. Ha spiegato di essere stata spinta ad assumere altro alcol, marijuana e ketamina e portata a uno stato di intossicazione tale da non essere più in grado di prestare un consenso consapevole. Ha accusato i sette appartenenti alla confraternita di averla stuprata per sette ore.
Alcuni di loro, chiamati, hanno già contestato le accuse. Gli accertamenti penali ora però dovranno stabilire che cosa sia effettivamente avvenuto. Nella documentazione della causa civile c’è anche lo screenshot di Snapchat. La chat di gruppo. Van Houten sostiene che nel 2024 il suo ufficio non lo ricevette. Cornell afferma di averlo trasmesso. Che sarà, sarà. Ma ormai i nuovi elementi della causa civile e le ricostruzioni dei media americani sollevano dubbi che non saranno più insabbiati. jane doe
Il caso tolto al procuratore
Le accuse contenute nelle oltre cento pagine della causa civile hanno provocato proteste nel campus e una crescente pressione sulla procura. Van Houten in un tentativo poco credibile ha riaperto l’indagine penale e assicurato piena collaborazione. Continua a dire di non aver mai avuto «il quadro completo» della vicenda. Come se si trattasse di qualcosa da appendere in salotto o mettere in cantina.
La mossa arriva troppo tardi. Hochul ha dichiarato di avere perso fiducia nella capacità del procuratore locale di gestire il caso in maniera imparziale e ha deciso di sottrargli l’inchiesta. Ha quindi messo sotto accusa le istituzioni che avrebbero dovuto proteggere la ventenne e che invece l’hanno «tradita». Si è detta «profondamente turbata» dalla gestione dell’inchiesta da parte della polizia della Cornell. E poi ha aperto un secondo fronte, ancora più complesso. jane doe
La legge sul consenso
La legge dello Stato di New York contempla i casi nei quali una persona non può consentire perché incosciente, incapace di comunicare oppure intossicata involontariamente. Diventa però più difficile costruire un’accusa quando chi ha assunto alcol o droghe lo ha fatto volontariamente. In questo caso l’incapacità di prestare consenso deve essere dimostrata attraverso lo stato mentale. Ed è uno dei problemi emersi dalla vicenda Cornell.
Hochul chiede ora al Parlamento statale di modificare la normativa: secondo la governatrice, se una persona è troppo intossicata per prestare consenso, non fa differenza che abbia assunto volontariamente alcol o droghe. Se io non voglio, mamma.
Una proposta di modifica è da anni al centro del confronto politico di Albany: il Senato statale l’ha già approvata, ma il provvedimento si è fermato all’Assemblea. I contrari sostengono che una formulazione troppo vaga potrebbe indebolire le garanzie dell’imputato e aumentare il rischio di condanne ingiuste.
Intanto la procuratrice Letitia James ha già avvertito che un’indagine di questa complessità richiederà tempo. Altro tempo. Per riaprire le ferite, una per una, da capo. La Cornell University sarà parallelamente sottoposta a una verifica indipendente sulla propria gestione del caso. L’America è costretta ad ascoltare i suoi figli, e qui, noi, i nostri.
E mentre tutti ora parlano, Jane Doe ha un altro nome. Che nessuno conosce. Che tutti sanno. È una di più, non di meno. Resta la vergogna di non averla ascoltata prima. Perché a volte denunciare non basta, bisogna farlo ancora e ancora e ancora. Ma parliamo pure di intelligenza artificiale. Finché anche questo diventerà noioso.
«Mamma, tu sai la storia della Cornell?». Chiedi a ChatGPT. Lei lo sa sicuro































