3 Ott, 2026

«Mamma, hai visto?» Lo stupro alla Cornell che scuote l’America. E i nostri figli

La Cornell University

Due anni fa Jane Doe denunciò di essere stata violentata da studenti di una confraternita della Cornell. New York ora riapre l’inchiesta e mette in discussione la legge sul consenso. Ma questa è la storia di una ragazza di vent’anni che ha continuato a urlare. Mentre tutti si abituavano a non sentire


Se hai una figlia di vent’anni, ti senti chiedere. «Mamma, ma hai visto?» E pensi, tu, giornalista, «di cosa parli, hai messo a posto la camera?». Lei insiste. «Mamma, parlo dello stupro alla ragazza di un’università americana, non si parla d’altro. Una ragazza come me». E ti senti pensare.

«Perché ti interessa questo caso più di mille. È successo anche ai Parioli di Roma. Succede costantemente. Non fa più notizia. Metti in ordine la stanza, dai da mangiare al gatto. Basta social. Di stupri ce ne sono così tanti. L’alcol, la ketamina, le denunce».

Speri che passi, anche questo. E sai di essere blasfema, pigra. Vecchia dentro. Perché c’è Giorgetti, la legge elettorale, l’intelligenza artificiale. Gli studenti, in Francia. Arrabbiati, che bruciano tutto, compresi i presidi.

Ma la violenza lascia segni, sempre, e se non fossimo anestetizzati da troppa informazione, serie tv e talk show, li sentiremmo graffiarci. Quello che è successo alla Cornell University in America è su tutti i giornali del mondo, anche su questo.

Due anni fa una studentessa ventenne entra in una delle confraternite del prestigioso ateneo americano. Viene stuprata da sette ragazzi che si incitano tramite smartphone. Si dicono, vieni qui. C’è lei. È strafatta. Allegano una faccina che ride. Con le lacrime.

La Cornell University si trova a Ithaca, nello Stato di New York, negli Stati Uniti, nella regione dei Finger Lakes. È un’università privata della Ivy League, una delle università americane più prestigiose.

La ragazza violentata sulle carte non ha un nome. Viene chiamata Jane Doe e ha abbastanza coraggio da non restare in silenzio. Denuncia tutti alla polizia universitaria. Quattro ore di deposizione che i poliziotti riducono a sei paginette di verbale. Cose da ragazzi, pensano, anche loro. Figli ricchi di college, se la cercano. Mandano il compitino ai vertici dell’università. E siccome sono tutti figli di gente che paga retta e tasse, decidono di non procedere. Passerà, passa sempre. Passo e chiudo.

Due anni dopo e quindi ieri, primo ottobre, la governatrice dello Stato di New York ha riaperto il caso. Che ora è molto più grande, perché dopo due anni lo diventa per forza.

Quando una persona è troppo intossicata per decidere, può davvero prestare il proprio consenso a un rapporto sessuale?

No, diremmo tutti noi, facile. Ma perché non ne abbiamo parlato?

Perché, in compenso e forse senza, ne parlano da due anni i giornalisti della Cornell sul quotidiano universitario. Da due anni, giornalisti in erba e sotto, interrogano testimoni, descrivono, urlano, minacciano di far uscire i nomi dei rampolli. Non vogliono che lo stupro di uno di loro passi inosservato. Uno stupro è tutti gli stupri. Non uno di meno.

Jane Doe per due anni ha combattuto da sola contro l’indifferenza della normalità. Ha denunciato l’università e la polizia, i suoi amici, i suoi aggressori. La vergogna, il male, la non importanza. Altro che panchine rosse.

E alla fine l’eco è arrivata fin qui.

«Mamma, hai sentito, che ne pensi tu?». Che pensiamo, che ne sappiamo noi. Una in più conta. Perché Jane Doe ha dovuto urlare per due anni? «Non mettere a posto i vestiti, amore. Se ti fanno male, fa che io senta. Che tutti ascoltino».

La svolta, negli Stati Uniti, è arrivata ieri. La governatrice di New York Kathy Hochul ha accusato sia la polizia della Cornell che la procura della contea di Tompkins di aver fallito nella gestione della denuncia. E ha affidato la nuova indagine alla procuratrice generale dello Stato Letitia James. Un pezzo grosso della società sorda. James avrà il potere di raccogliere nuove prove, interrogare i testimoni e, se riterrà che esistano gli elementi, procedere penalmente.

Il Washington Post, il New York Times, il Tg1, Tg2 e Tg3 lo riportano tra le prime notizie.

Quella notte dell’ottobre 2024

La storia comincia la sera del 19 ottobre 2024. La ragazza, Jane Doe, ha vent’anni. Secondo quanto sostiene nella causa civile presentata lo scorso settembre, esce con alcune compagne di università e beve molto. Intorno alle 23 raggiunge la sede della confraternita Chi Phi, a Ithaca.

Da quel momento le versioni di ciò che accade quella notte diventano il caso.

La studentessa sostiene di essere stata spinta ad assumere altra sostanza alcolica, marijuana e ketamina e di essere stata portata a uno stato di intossicazione tale da non essere più in grado di prestare un consenso consapevole. Accusa sette appartenenti alla confraternita e sostiene di aver subito violenze sessuali nel corso di circa sette ore.

Alcuni degli uomini chiamati hanno già contestato le accuse. Gli accertamenti penali ora però dovranno stabilire che cosa sia effettivamente avvenuto.

Nella documentazione della causa compare lo screenshot di Snapchat. Secondo l’accusa civile, durante quella notte un messaggio è stato inviato ad altri membri della confraternita invitandoli, in termini sessualmente espliciti, a raggiungere la stanza.

La denuncia e l’inchiesta che si ferma

La ragazza non va immediatamente alla polizia. Denuncia l’accaduto alla polizia universitaria l’8 novembre 2024 e viene interrogata nei giorni successivi.

Cornell apre un’indagine interna secondo le procedure previste dal Title IX, la normativa federale contro le discriminazioni sessuali nelle istituzioni scolastiche. La confraternita viene sospesa e poi chiusa. Alcuni studenti vengono sanzionati o espulsi dall’università. Messi in punizione. Orecchie d’asino.

Ma sul piano penale la vicenda prende un’altra strada.

Il procuratore della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, decide di non formulare accuse. Spiega poi che gli elementi trasmessi al suo ufficio non erano sufficienti. Che la dichiarazione firmata dalla ragazza non sosteneva che fosse stata drogata contro la propria volontà, costretta ad avere rapporti sessuali o resa incapace di consentire.

Drogami, abusa di me. Se io non voglio, tu puoi.

La frase che non sarebbe arrivata al procuratore

Nuovi elementi emersi attraverso la causa civile e le ricostruzioni dei media americani ora sollevano dubbi sulla completezza della documentazione utilizzata per decidere di non procedere.

Secondo una trascrizione dell’interrogatorio ottenuta dalla Cbs, la studentessa avrebbe detto alla polizia di poter affermare «con certezza al 100 per cento» di essere stata violentata. Ma la dichiarazione e altri particolari non sono nel resoconto sul quale lavorò la procura.

Van Houten sostiene che nel 2024 il suo ufficio non ricevette lo screenshot della conversazione Snapchat. Cornell afferma di averlo trasmesso. Che sarà sarà.

C’è un altro dato che ora pesa sulla decisione presa due anni fa: il procuratore non interrogò direttamente la studentessa prima di decidere di non formulare accuse. Hochul, ieri, ha definito questo punto uno degli elementi che rendono necessaria una nuova indagine.

Perché il caso è esploso due anni dopo

A riportare la vicenda fuori dagli archivi è stata la causa civile presentata dalla ragazza il 16 settembre 2026 contro i sette membri della confraternita e altri soggetti.

Le accuse contenute nelle oltre cento pagine della causa, insieme alla pubblicazione di documenti e messaggi relativi alla notte del 2024, hanno provocato proteste nel campus e una crescente pressione sulla procura. L’America si guarda e guarda i suoi figli, e qui, noi, i nostri. L’America è lontana? Non tanto se si parla di diesel.

Van Houten ha riaperto l’indagine penale. Ma la riapertura non è bastata a fermare le polemiche.

Hochul ha dichiarato di avere perso fiducia nella capacità del procuratore locale di gestire il caso in maniera imparziale e ha deciso di sottrargli l’inchiesta. Van Houten ha detto di sostenere la nomina di James e ha assicurato piena collaborazione, affermando che è ormai evidente che alla procura non fosse stato fornito «il quadro completo» della vicenda. Perché un quadro si deve decidere se metterlo in mostra o in cantina.

Oggi la svolta: arriva Letitia James

La nuova procuratrice speciale è Letitia James, attorney general dello Stato di New York. «Ogni newyorkese merita di sapere che quando denuncia un crimine questo sarà indagato completamente e in modo imparziale», ha dichiarato James accettando l’incarico.

Ieri Hochul è andata oltre. Ha accusato le istituzioni che avrebbero dovuto proteggere la ventenne di averla «tradita» e si è detta «profondamente turbata» dalla gestione dell’inchiesta da parte della polizia della Cornell.

Cornell sostiene di aver condotto una propria indagine approfondita e ha accettato una verifica esterna indipendente sul modo in cui l’intera vicenda è stata gestita. Cavoli suoi.

Il problema della legge sullo stupro

Il caso Cornell ha aperto anche un secondo fronte. È come aprire una faglia. La legge dello Stato di New York contempla i casi nei quali una persona non può consentire perché incosciente, incapace di comunicare oppure intossicata involontariamente. Diventa invece più difficile costruire un’accusa quando la persona ha assunto volontariamente alcol o droghe e l’incapacità di consentire deve essere dimostrata attraverso il suo stato mentale.

Ed è uno dei problemi emersi dalla vicenda Cornell. Hochul chiede ora al Parlamento statale di modificare la normativa: secondo la governatrice, se una persona è troppo intossicata per prestare consenso, non dovrebbe fare differenza che abbia assunto volontariamente alcol o droghe.

Se io non voglio, mamma.

Una proposta di modifica è da anni al centro del confronto politico di Albany: il Senato statale l’ha già approvata, mentre il provvedimento si è fermato all’Assemblea. I contrari sostengono che una formulazione troppo vaga potrebbe indebolire le garanzie dell’imputato e aumentare il rischio di condanne ingiuste.

Che cosa succede adesso

Letitia James ricomincerà dunque dall’indagine penale: acquisirà documenti e prove, sentirà i testimoni e potrà decidere se esistono elementi sufficienti per presentare accuse. La procuratrice ha già avvertito che un’indagine di questa complessità richiederà tempo. Altro tempo. Ferite a ritmo.

Parallelamente Cornell sarà sottoposta a una verifica indipendente sulla propria gestione del caso, mentre la politica dello Stato di New York dovrà decidere se riaprire la legge sul consenso sessuale. E mentre si cerca come dare senso a una ferita, Jane Doe ha un altro nome. Che nessuno conosce. Che tutti sanno.

Due anni dopo quella notte non c’è ancora una verità giudiziaria su ciò che è accaduto. Ci sono accuse gravissime che dovranno essere provate, versioni contrastanti su come furono condotte le prime indagini e una nuova inchiesta appena cominciata. Jane Doe è una come mille. Una come tutte. Una di più, non di meno.

Ma parliamo ancora di intelligenza artificiale. Finché, anche questo, diventerà noioso. «Mamma, tu sai della Cornell?».

Chiedi a ChatGPT. Lei lo sa sicuro.

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