Si aggrava il bilancio delle proteste: circa 2mila persone fermate dall’inizio della mobilitazione, il 90% minorenni. Tra i 65 dipendenti dell’Istruzione feriti ci sono 40 presidi. Darmanin chiede che siano i genitori a pagare i danni provocati dai figli
Non i boschi. Sono le scuole a bruciare in Francia alla fine di un’estate devastante. E la rivolta degli studenti non si ferma. Duemila persone sono state fermate dall’inizio della mobilitazione, il 90% sono minorenni. Sessantacinque dipendenti dell’Istruzione pubblica sono rimasti feriti, tra loro 40 presidi.
Sono i numeri che questa mattina misurano quanto la protesta partita dai licei sia ormai diventata un’emergenza nazionale.
Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha chiesto ai procuratori di far valere la responsabilità civile dei genitori per i danni provocati dai figli durante i blocchi e le devastazioni: dovranno, ha detto, «pagare le riparazioni». Un terzo delle persone fermate, ha precisato, è stato trattenuto per violenze contro le persone.

Il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray ha aggiornato invece il bilancio dentro le scuole: 65 dipendenti feriti, 40 dei quali presidi. E mentre il governo cerca di contenere una mobilitazione che si allarga, il premier Sébastien Lecornu ha cancellato fino a lunedì gli spostamenti dei ministri e convocato un vertice di crisi.
La pressione politica aumenta insieme a quella delle piazze. Marine Le Pen e il governo accusano La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon di alimentare le sommosse. Ma Daniel Cohn-Bendit, uno dei simboli del Sessantotto francese, legge nella protesta qualcosa di più difficile da spegnere: la rabbia, sostiene, nasce da troppi motivi diversi, dal carovita a Gaza.
La rivolta partita dalle scuole
Spinta da un vento di passaparola, dai social, da un’energia giovane e da vecchi problemi, la protesta ha attraversato il Paese. Le immagini dello scontro rimbalzano veloci. Licei che bruciano, fumogeni, polizia con gli scudi, ragazzi con le mascherine. Ma c’è una sproporzione di rabbia che risalta. Presidi aggrediti, trasporti bloccati, migliaia di ragazzi nelle strade. La mobilitazione studentesca è emergenza nazionale.
Il punto di partenza è la scuola. Mancano insegnanti e personale, denunciano i manifestanti. Classi sovraffollate, edifici degradati, orari pesanti. Nel mirino c’è anche Parcoursup, la piattaforma pubblica che regola l’accesso all’università e che molti considerano opaca. Martedì erano 338 gli istituti parzialmente bloccati, il giorno dopo 356. Poi si sono aggiunte decine di università. L’onda ha preso potenza.

Le immagini più impressionanti arrivano da Marsiglia. Al liceo Victor Hugo il preside, il vicepreside, la segretaria generale e un altro responsabile della scuola sono stati aggrediti all’interno dell’istituto e cosparsi di benzina. Nella stessa città, al liceo Saint-Exupéry, centinaia di ragazzi hanno circondato un camion dei vigili. Secondo la polizia, hanno fatto scendere i pompieri e poi gli hanno dato fuoco. La rete dei trasporti pubblici ha sospeso autobus, tram e metropolitane per evitare aggressioni ai conducenti.
Non c’è più controllo, gli studenti corrono, si uniscono, compatti. Mostrano manifesti per la Palestina, contro la guerra, contro il mondo. A Nantes hanno incendiato il liceo Nelson Mandela. A Rouen sono stati feriti due dirigenti scolastici. Nel Pas-de-Calais il preside di un istituto di Auchel è stato colpito all’orecchio da un razzo pirotecnico ed è finito in ospedale. A Parigi un agente della municipale ha riportato ferite alle mani e al volto. Anche molti ragazzi sono feriti, non si sa quanti. A Tours un ragazzo colpito alla testa è stato ricoverato. Molotov anche nella Sarthe, a ovest del Paese.
La rabbia dietro la violenza
Ma la violenza, come la cenere, nasconde ciò che ha acceso la protesta. La mobilitazione coincide con lo sciopero dei dipendenti pubblici francesi, compresi gli insegnanti, che chiedono più risorse e salari più alti.
«Gli studenti hanno rivendicazioni legittime», ha detto Sophie Vénétitay, dirigente sindacale degli insegnanti. «Da anni l’istruzione pubblica è in uno stato catastrofico». Tre sindacati degli insegnanti e del personale scolastico si sono schierati a sostegno dei ragazzi. Condannando le violenze hanno messo sotto accusa anche la gestione dell’ordine pubblico, denunciando «interventi indiscriminati della polizia» e una «repressione» che, sostengono, avrebbe provocato feriti tra i giovani.
A Saint-Denis, nella banlieue parigina, centinaia di ragazzi si sono trovati davanti agli agenti in assetto antisommossa. Uno studente mostrava un cartello: «Possiamo spiegarci senza essere colpiti dai lacrimogeni?».
Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha detto che «gruppi di facinorosi si spostano da una scuola all’altra con l’obiettivo di provocare violenze».

La crisi della scuola diventa crisi politica
La crisi della scuola è quella della Francia. Il governo ha annunciato nel bilancio 2027 una serie di tagli alla spesa destinati ad alimentare nuove tensioni. Per Lecornu il terreno è pericoloso: deve riconoscere i problemi della scuola senza lasciare che la violenza travolga l’esecutivo.
Geffray, pur riconoscendo come «legittime» le rivendicazioni degli studenti, ha denunciato violenze di «estrema gravità». E dove blocchi e devastazioni non consentiranno la sicurezza, le lezioni potranno continuare a distanza. «La violenza non priverà i nostri studenti del loro diritto all’istruzione». Ma sono migliaia a correre proprio per il diritto di farlo.
La rivolta è già politica. Mélenchon ha definito gli studenti «inermi» e criticato la «ferocia» della risposta del governo. La France Insoumise, sostenendo le ragioni della mobilitazione, ha respinto l’accusa di fomentare gli scontri e rivendicato la presenza dei propri parlamentari davanti agli istituti.
Lecornu ha risposto accusando Mélenchon di «soffiare sul fuoco». «Gli studenti hanno diritto alla sicurezza. Il personale ha diritto alla protezione. Gli agenti di polizia al rispetto», ha detto il premier.
Marine Le Pen ha accusato apertamente La France Insoumise. «Non si tratta più di proteste studentesche», ha detto la leader del Rassemblement National, ma di «sommosse» organizzate. Secondo Le Pen, Mélenchon si assume «una grave responsabilità». Jordan Bardella ha proposto che il conto dei danni venga diviso «tra le famiglie degli incendiari e il partito che incita il caos», cioè LFI.
Ora Darmanin porta quella richiesta sul terreno giudiziario, chiedendo ai procuratori di far pagare alle famiglie i danni provocati dai figli.
La crisi nata dalle aule entra così nella lunga campagna per le presidenziali del 2027. Intanto il principale sindacato studentesco ha chiamato i ragazzi a proseguire i blocchi. Il fuoco della protesta nasce da problemi concreti e intorno trova una Francia seccata da tensioni sociali e politiche. È bastata una scintilla, davanti ai cancelli delle scuole.
































