Il disastro provocato da una frana e dal collasso di una massa glaciale sull’Himalaya. Oltre 10 mila persone salvate. Tra i dispersi 592 stranieri, ma non è ancora disponibile un elenco per nazionalità
Il bilancio delle inondazioni che hanno colpito il Nepal continua a salire: le autorità hanno comunicato 903 morti e almeno 4.247 dispersi. Tra le persone ancora irreperibili ci sono 592 cittadini stranieri, ma non risulta al momento un elenco pubblico per nazionalità né una conferma ufficiale su eventuali italiani dispersi. La catastrofe, che ha investito anche il Tibet, è stata innescata da una frana e dal collasso di una massa glaciale nell’Himalaya.
Soccorsi e dispersi
L’emergenza riguarda soprattutto le aree settentrionali del Nepal, lungo il confine con la Cina, dove acqua, fango, rocce e detriti hanno travolto abitazioni, ponti, strutture turistiche, strade e infrastrutture energetiche. Nel distretto di Rasuwa e lungo le valli attraversate dai corsi d’acqua Lhende Khola, Bhote Koshi e Trishuli, molti centri abitati restano difficili da raggiungere a causa di frane, viabilità interrotta e rischio di nuove piene.
Secondo l’Autorità nazionale nepalese per la gestione del rischio di disastri, le squadre di soccorso hanno salvato finora 10.451 persone, tra cui 252 cittadini stranieri. L’operazione ha richiesto centinaia di voli in elicottero e il dispiegamento di oltre 20 mila uomini delle forze di sicurezza.
Tra i dispersi ci sono anche centinaia di lavoratori impegnati negli impianti idroelettrici della zona. Le autorità stanno cercando di raggiungere persone rimaste intrappolate o isolate nei tunnel e nei cantieri lungo i fiumi travolti dalla piena: circa 933 lavoratori risultano ancora mancanti nei progetti energetici colpiti.
Il numero di 592 stranieri ancora irreperibili impone verifiche anche sul fronte italiano. Le aree coinvolte sono frequentate da trekker, turisti e lavoratori di diversi Paesi, ma le autorità nepalesi non hanno comunicato le nazionalità dei dispersi. Al momento, dunque, non è possibile confermare la presenza di cittadini italiani nell’elenco delle persone ricercate.
Il collasso in alta quota
Le prime ricostruzioni scientifiche escludono che si sia trattato soltanto di una piena causata dalle piogge. Immagini satellitari, filmati e rilevamenti sismici indicano che un’ampia porzione del versante sotto il ghiacciaio del Langtang Lirung, vicino alla frontiera tra Nepal e Tibet, avrebbe ceduto in quota.
Al cedimento della roccia si sarebbe aggiunto il distacco di una grande massa di ghiaccio. Una porzione del ghiacciaio, stimata in circa 600 metri di larghezza, sarebbe precipitata per oltre un chilometro verso valle, liberando un’enorme quantità di energia e trasformando ghiaccio, neve, acqua, fango e pietre in una colata ad altissima velocità.
La massa di detriti ha raggiunto il sistema fluviale, incanalandosi nelle valli e dando origine a un’ondata che ha distrutto infrastrutture e insediamenti nel giro di pochi minuti. La frana avrebbe inoltre creato un temporaneo sbarramento naturale, con la formazione di un lago e l’aumento del rischio di ulteriori piene nel caso di piogge intense o di un improvviso cedimento della diga di detriti.
Kathmandu-Pechino, il tema della prevenzione
Accanto alle cause immediate della tragedia, si apre ora il capitolo della prevenzione e del coordinamento transfrontaliero. Secondo quanto riportato da Channel News Asia, funzionari nepalesi avevano chiesto alla Cina una maggiore condivisione di dati sui rischi glaciali e sui livelli delle acque tre mesi prima del disastro.
La richiesta sarebbe stata avanzata il 27 maggio, durante un incontro a Kathmandu fra rappresentanti nepalesi e cinesi, compresi funzionari della regione autonoma del Tibet. Il confronto riguardava la cooperazione nel monitoraggio delle piene, degli eventi meteorologici estremi e delle aree glaciali più vulnerabili. Secondo due funzionari nepalesi citati dal sito, dopo l’incontro Kathmandu non avrebbe ricevuto integralmente i dati richiesti.
L’idrologo nepalese Sauhardra Joshi ha spiegato che il Paese aveva bisogno di conoscere con anticipo eventuali movimenti dei ghiacciai o cambiamenti nell’area montana. Il governo di Kathmandu punta ora a un accordo che consenta uno scambio di dati più frequente su precipitazioni, portata dei fiumi e rischio glaciale, con aggiornamenti anche ogni dieci minuti per alimentare sistemi di allerta più rapidi.
Esperti e funzionari citati da Channel News Asia invitano però a non collegare automaticamente il rallentamento nella condivisione dei dati alla risposta al disastro: non ci sono, allo stato, elementi per considerarlo un fattore determinante nella tragedia. L’evento si è sviluppato in modo improvviso in un’area remota e complessa da monitorare.
L’ambasciata cinese in Nepal ha respinto le critiche, sostenendo di avere fornito informazioni «tempestive» a Kathmandu. Pechino afferma inoltre che i due Paesi hanno mantenuto contatti stretti e realizzato «progressi sostanziali» nello scambio di informazioni sui disastri transfrontalieri. Il ministero degli Esteri cinese ha anche definito «illazioni malevole prive di fondamento» le accuse rilanciate da alcuni media indiani su una possibile responsabilità cinese nell’origine della colata, sostenendo che il crollo glaciale si sia verificato in territorio nepalese.
Una crisi che supera il confine
Il disastro non si ferma sul versante nepalese. In Tibet le autorità cinesi hanno registrato almeno 16 morti e 546 dispersi. Il totale provvisorio sulle due sponde dell’Himalaya raggiunge quindi almeno 919 vittime e oltre 4.700 persone ancora da ritrovare.
Le cifre restano destinate a cambiare. In molte località le comunicazioni sono compromesse, i soccorsi procedono lentamente e l’identificazione delle vittime richiederà tempo. Intanto l’emergenza rilancia una questione che riguarda l’intera regione himalayana: rafforzare il monitoraggio dei ghiacciai e i sistemi di allerta in territori dove il riscaldamento globale, la fragilità delle montagne e l’assenza di dati condivisi possono trasformare un collasso in alta quota in una catastrofe a valle.





























