Marcinelle, settant’anni dopo: l’Unione europea istituisce per l’8 agosto la Giornata delle vittime sul lavoro
Al Bois du Cazier c’è una stele di marmo, nel piazzale dove un tempo i minatori attendevano il turno. Sono incisi 262 nomi, opera dello scultore Dominique Stroobant. Accanto, la stessa scala gialla su cui settant’anni fa passarono i corpi riportati in superficie per tutto il mese di agosto del 1956. Ieri, alla vigilia dell’anniversario, è stato inaugurato di nuovo, dopo un restauro, il monumento che i minatori chiamavano “Où la lampe passe, le mineur doit passer”: dove passa la lampada, deve passare il minatore.
La Giornata delle vittime sul lavoro
Oggi il Belgio e l’Europa tornano al Bois du Cazier. La Commissione europea ha deciso che l’8 agosto diventerà ogni anno la Giornata europea delle vittime degli infortuni sul lavoro. Lo ha annunciato ieri da Bruxelles la vicepresidente della Commissione Roxana Minzatu, ricordando che la maggior parte dei minatori di Marcinelle era arrivata in Belgio in cerca di un futuro migliore e non fece mai ritorno a casa: chi va a lavorare, ha detto, dovrebbe tornare a casa sano e salvo. Un principio semplice, eppure ancora capace di suonare come una promessa non mantenuta. Nella sola Unione europea, ogni anno, più di tremila lavoratori muoiono per infortuni sul lavoro e altri centosettantamila per malattie professionali.
Uomini in cambio di carbone
Quell’8 agosto 1956, nella miniera di Bois du Cazier, un ascensore viene avviato per un malinteso tra gli operatori di fondo e quelli di superficie, mentre un vagoncino sporge ancora dalla gabbia. Risalendo, urta una trave d’acciaio che trancia insieme un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa: le scintille incendiano l’olio e le strutture in legno del pozzo. In pochi minuti il fumo nero riempie i pozzi dove lavorano 275 uomini. Ne morirono 262. Centotrentasei erano italiani, sessanta abruzzesi, arrivati in Belgio grazie a un accordo firmato nel giugno 1946 dal governo De Gasperi: braccia italiane in cambio di carbone a prezzo agevolato, il carburante di cui l’Italia del dopoguerra aveva disperato bisogno.
Le altre sciagure
Non tutti morirono subito: alcuni restarono vivi per giorni, mentre l’ossigeno finiva e le mogli aspettavano fuori, davanti ai pozzi. Tre inchieste e due processi, conclusi nel 1964, non arrivarono a una verità scritta nero su bianco: un solo condannato, un ingegnere, a sei mesi con la condizionale, tutti gli altri dirigenti assolti. La società liquidò venticinque milioni di lire per ogni vittima: il prezzo di un uomo valeva meno di quello del carbone che aveva estratto. Marcinelle non fu un’eccezione, fu la regola scritta col sangue dentro e fuori il continente. Due anni prima, il 4 maggio 1954, a Ribolla, in Maremma, un’esplosione di grisù nel pozzo Camorra uccise 43 minatori italiani: al processo di Verona, nel 1958, nessun dirigente della Montecatini fu condannato, e la sentenza parlò di fatalità.
Migranti italiani
In Canada, nell’ottobre 1958, un violento colpo di tetto nella miniera di Springhill, in Nuova Scozia, sorprese 174 uomini: ne morirono 75. In Germania, sei anni dopo Marcinelle, il 7 febbraio 1962, un’esplosione nella miniera di Luisenthal, nella Saar, uccise 299 minatori: il disastro minerario più grave nella storia della Repubblica Federale Tedesca. Erano gli anni del boom, della ricostruzione. Sotto terra, il miracolo aveva un prezzo che nessuno voleva contare. A Marcinelle, quel giorno, gli italiani non erano ospiti: erano migranti. Partiti con la valigia di cartone, accolti da un Paese dove, raccontano ancora oggi i più anziani, negli annunci degli affitti si leggeva spesso “né animali né stranieri”. Braccia arrivate a peso di carbone, corpi mandati sottoterra perché i belgi non erano più disposti a scendere in quei pozzi.
Settant’anni dopo
Settant’anni dopo, a poche centinaia di chilometri da qui, altri uomini e donne attraversano un confine per cercare la stessa cosa: un futuro. Da fine luglio, a Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco, decine di migliaia di persone hanno tentato l’attraversamento a nuoto o via terra: le squadre di sub e la Guardia Civil hanno recuperato più di ottanta corpi: le vittime delle traversate verso l’exclave dall’inizio dell’anno hanno ormai superato il centinaio. Migliaia sono state rimpatriate in pochi giorni, mentre l’Italia sospendeva Schengen e la Spagna accusava Roma di scarsa solidarietà. Nessuno, tra i migranti annegati davanti a Ceuta, aveva un cartello ad accoglierlo: solo il mare, e poi un obitorio improvvisato in un ex ospedale militare.
Morire per vivere
Restano, da una parte, i propositi espressi ieri da Bruxelles: la dignità del lavoro, la sicurezza come diritto non negoziabile, la promessa che chi parte per cercare un futuro deve poterlo raggiungere, o almeno tornare a casa. E restano, dall’altra, le immagini di Ceuta, dei corpi contati uno per uno sulla sabbia, di un’Europa che oggi come allora ha bisogno di braccia straniere per andare avanti e oggi come allora fatica a riconoscere in quelle braccia degli uguali. Tra i buoni propositi e i fatti resta lo stesso buio di sempre: quello in cui, un tempo come oggi, si continua a morire cercando solo di vivere.
LEGGI: Calderone “Tutela dei lavoratori è pilastro fondamentale dell’Europa”































