Dopo il vertice alla Casa Bianca tra Trump e Netanyahu si parla di intesa e piena sintonia sull’Iran ma dietro le dichiarazioni ufficiali emergono divergenze strategiche e politiche
«Perfettamente allineati sull’Iran». Questo è uno dei pochi criptici elementi emersi dopo l’incontro di ieri alla Casa Bianca tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, volato a Washington per presenziare alle esequie del Senatore Lindsey Graham. Del meeting a porte chiuse, in verità, si sa poco oltre il fatto che non si è discusso dell’annoso caso degli F-35 alla Turchia – mossa fermamente osteggiata da Israele – e che i due alleati si dicono sostanzialmente sulla stessa lunghezza d’onda quando si parla di gestione del dossier iraniano. L’incontro è stato definito «ottimo» da dei funzionari, i quali hanno ribadito la solidità del partenariato tra le due Nazioni.
Il silenzio sui dossier più delicati
Nulla o poco altro, però, è stato reso noto sugli altri spinosi temi dell’agenda mediorientale. Dalla questione del Libano alla ricostruzione di Gaza passando per l’eventualità di nuove azioni offensive contro Teheran o i suoi alleati. Al netto delle dichiarazioni di circostanza, dunque, l’assenza di annunci concreti lascia pensare che su molti di questi dossier non sia stata raggiunta un’intesa significativa. O che, semplicemente, abbiano ritenuto sconveniente comunicare al mondo qualcosa che potesse rendere palese quanto effettivamente i due Paesi sono distanti in termini di policy mediorientale.
Un incontro deludente, in poche parole. Tanto più che le aspettative attorno a questo meeting erano molto alte. Prima d’incontrare il suo alleato israeliano il presidente americano aveva infatti fatto trasparire tutto il disappunto nei confronti delle politiche di Israele negli ultimi mesi. In particolare, Trump si è lamentato con i media americani delle dichiarazioni rilasciate da Netanyahu prima del viaggio. Dichiarazioni in cui, ha sostenuto il tycoon, il premier ha anticipato indebitamente davanti al mondo gli argomenti che i due avrebbero trattato.
Il caso della “Pickaxe Mountain”
«Perché non me lo dici e basta? Perché devi annunciarlo al mondo intero?», ha tuonato a tal proposito il presidente durante un’intervista a “Fox & Friends”. Trump si riferiva piuttosto chiaramente al fatto che Netanyahu aveva precedentemente fatto sapere ai media di voler discutere con il tycoon della cosiddetta “Pickaxe Mountain”. Una struttura fortificata sepolta in profondità nel sottosuolo vicino a uno dei principali siti nucleari dell’Iran. Una fortezza contro la quale Bibi vuole indirizzare tutti gli sforzi offensivi israelo-americani, ma che a Washington considerano fin troppo resistente per meritare ulteriori raid.
Il clima generale in cui i due si sono incontrati – in quello che l’ottavo meeting dal ritorno del tycoon alla Casa Bianca nel 2025, ma il primo dalla guerra di febbraio – non era quindi dei migliori. Il problema, come è evidente da mesi, è che la linea strategica e le necessità geopolitiche dei due alleati, in Medio Oriente, non convergono più. Israele vuole infatti continuare a combattere contro i suoi nemici, ben consapevole che qualsiasi rilassamento del fronte vorrebbe dire un lento ma inevitabile rafforzamento dei propri rivali. I quali possono sfruttare la pausa nel conflitto per ricostruire le proprie forze dopo le perdite subite in guerra.
La priorità americana
Per gli Stati Uniti, invece, la necessità è quella di chiudere il costoso capitolo del conflitto mediorientale, magari portando a casa almeno una vittoria simbolica. Poco importa a Washington del bilanciamento di potere regionale, visto che al momento gli States non hanno le capacità, né soprattutto la volontà, di ribaltare una situazione scomoda per i propri alleati.
Ciò che è più grave, però, è la divergenza d’interessi dei due diretti interessati nell’incontro di ieri. Netanyahu e Trump, del resto, oltre a essere leader dei rispettivi Paesi sono anche dei politici. E come tali hanno necessità politiche da tenere bene in mente nelle loro decisioni. Per il primo l’attuale stato di cose in Medio Oriente è una pesante sconfitta da dover giustificare alle prossime elezioni di ottobre davanti a un elettorato sempre più distante dalle posizioni del suo premier. Incolpato di aver perso la guerra nonostante tutti i sacrifici sofferti in anni di conflitto da Israele.
Il peso dell’opinione pubblica americana
Per il secondo, al contrario, continuare a combattere nella regione senza ottenere risultati validi è praticamente un suicidio politico, visto che tutti i sondaggi – l’ultimo arrivato proprio nei giorni scorsi – mostrano che circa due terzi degli americani è totalmente contrario a proseguire gli attacchi in Medio Oriente. Per questo la partita iraniana va chiusa, possibilmente senza consegnare Hormuz a Teheran.
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Più che un allineamento, dunque, quello tra Israele e Stati Uniti sembra un drammatico allontanamento dettato da cause di forza maggiore. Sul piano politico i due leader potrebbero pure aver trovato una nuova serenità nei rapporti, ma necessità di ordine interno e geopolitico costringono Washington e Tel Aviv a valutare la propria posizione in maniera diversa. La sintonia dichiarata sul dossier iraniano potrebbe quindi nascondere una frattura più profonda: quella tra un Israele che teme gli effetti di una tregua e un’America che considera ormai prioritario trasformare il conflitto in un risultato politico spendibile. L’alleanza resta intatta, ma la direzione di marcia dei due partner appare sempre meno coincidente.






























