Il Washington Post analizza oltre mille pagine del diario privato dell’immunologo americano, rese pubbliche dal senatore Rand Paul. Ne emerge il racconto inedito dei mesi del Covid: il rapporto di Fauci con Trump, la battaglia sull’origine del virus, la fama improvvisa e le minacce
Il suo sguardo, le parole, gli studi, sono indelebili nella memoria collettiva di chi ha vissuto il lungo periodo del Covid. Per due anni Anthony Fauci però, ha annotato quasi ogni giornata della pandemia. Della sua vita nella pandemia.
Più di mille pagine di appunti privati, scritti mentre era il volto più noto della risposta sanitaria americana al Covid-19, raccontano dall’interno il caos della Casa Bianca, i rapporti con Donald Trump e il peso personale di una crisi che ha cambiato il mondo.
I diari, resi pubblici dal senatore repubblicano Rand Paul e analizzati dal Washington Post, mostrano uno spaccato molto diverso da quello che si vedeva nelle conferenze stampa.
Fauci è ritenuto uno dei massimi esperti a livello mondiale nel campo delle malattie infettive e dell’immunologia, è stato consulente per conto di tutti i presidenti degli Stati Uniti d’America a partire da Ronald Reagan nel 1989. Ma con Trump il rapporto fu teso. Fauci descrive un presidente spesso incapace di mantenere il filo del discorso, preoccupato degli ascolti televisivi e convinto che aumentare i tamponi fosse la causa dell’aumento dei contagi. Ma racconta anche il rapporto personale, fatto di telefonate cordiali, complimenti e momenti di forte tensione.
«Trump continuava a divagare»
All’inizio del 2020 il rapporto sembrava promettente. Nel primo incontro nella Situation Room, Trump accolse Fauci definendolo «uno degli uomini più intelligenti» che conoscesse e gli disse che gli Stati Uniti contavano su di lui.
Con il passare delle settimane, però, il clima cambiò. Fauci annota di aver cercato più volte di convincere il presidente a non minimizzare la pandemia, spiegandogli che se la situazione fosse peggiorata, gli americani avrebbero pensato a un tentativo di insabbiamento. Il giorno dopo, scrive, Trump tornò lo stesso a ridimensionare il problema. Non voleva accettare la situazione.
Le pagine più dure arrivano a marzo 2020. Durante alcune riunioni Fauci descrive un presidente «che continuava a divagare», parlando di ascolti televisivi, idrossiclorochina, influenza e altri argomenti mentre lui cercava di riportare la discussione sull’emergenza sanitaria.
In un’altra annotazione racconta di aver dovuto spiegare direttamente a Trump che fare più tamponi non produce nuovi casi di Covid ma semplicemente li fa emergere. Secondo l’immunologo, il presidente appariva «disperato» e incapace di comprendere la natura della pandemia.
Le telefonate e lo scontro politico
Nonostante le divergenze, i rapporti personali non si interruppero mai. Trump continuò a chiamarlo, gli disse più volte di «volergli bene» e lo invitò a essere più ottimista davanti ai media.
Dopo un’intervista rilasciata al Washington Post nell’autunno del 2020, il presidente telefonò a Fauci lamentandosi che le sue dichiarazioni gli stavano creando problemi politici. Secondo il diario, Trump gli disse che molti volevano licenziarlo, ma che non lo avrebbe fatto per rispetto della sua carriera. Gli chiese però di essere «più positivo» nelle apparizioni televisive.
Nei mesi successivi Fauci criticò duramente anche il rifiuto di Trump di riconoscere la sconfitta elettorale del 2020, definendo la situazione «un universo alternativo» e parlando del rischio di una crisi costituzionale.
Lo scontro con Rand Paul
Le tensioni tra Anthony Fauci e il senatore repubblicano Rand Paul non nascono dalla pubblicazione dei diari. I due si scontrarono pubblicamente fin dai mesi della pandemia. Già nel settembre 2020 Paul contestò l’efficacia di mascherine e distanziamento sociale, sostenendo che gli Stati Uniti avessero registrato risultati peggiori della Svezia, che aveva adottato misure meno restrittive.
Fauci respinse il confronto, definendolo fuorviante, ricordò che la Svezia aveva avuto una mortalità superiore a quella degli altri Paesi scandinavi e accusò il senatore di «mistificare la realtà». Da allora lo scontro si è progressivamente spostato sull’origine del coronavirus, con Paul convinto sostenitore della teoria della fuga del virus dal laboratorio di Wuhan e Fauci che ha sempre respinto le accuse di aver nascosto o coperto questa ipotesi.
Le accuse sul laboratorio di Wuhan
Nei diari un altro capitolo riguarda le origini del coronavirus. Fin dai primi giorni del 2020 Fauci annotò i dubbi degli scienziati sulla ricostruzione iniziale fornita dalla Cina e promosse incontri con virologi ed esperti per valutare anche l’ipotesi di una fuga accidentale dal laboratorio di Wuhan.
I diari mostrano però che, pur chiedendo ulteriori verifiche, Fauci continuò a ritenere più probabile l’origine naturale del virus. Negli anni successivi definì «teorie del complotto» le accuse secondo cui avrebbe partecipato a un insabbiamento, respingendo in particolare le contestazioni del senatore Rand Paul, convinto sostenitore della teoria della fuga del virus dal laboratorio di Wuhan. Sarà lo stesso Paul, che ha diffuso i diari, a interrogarlo domani, mercoledì 29 luglio, in una nuova audizione al Senato.
Da scienziato a celebrità mondiale
Le annotazioni raccontano anche la trasformazione personale di Fauci. Lo scienziato scrive di sentirsi diventato improvvisamente «una celebrità internazionale». Cita magliette con il suo volto, ciambelle dedicate al suo nome, canzoni, inviti a programmi televisivi e incontri con personaggi come Julia Roberts, Joan Baez e Kareem Abdul-Jabbar.
In alcune pagine riconosce apertamente che l’attenzione mediatica stava superando ogni previsione e osserva come alla Casa Bianca crescesse il fastidio perché la stampa sembrava trasformarlo nella vera star della gestione della pandemia.
Le minacce e la protezione della famiglia
Accanto alla notorietà arrivarono anche le minacce. Fauci racconta che, già nella primavera del 2020, comparvero messaggi contro di lui sul dark web, persone sconosciute iniziarono a fotografare la sua abitazione e fu necessario predisporre una protezione costante per lui e per la sua famiglia.
Anche dopo la fine dell’emergenza, scrive, continuò a considerarsi uno dei principali bersagli dell’estrema destra americana, preoccupato soprattutto per la sicurezza della sua famiglia, la moglie Christine Grady, infermiera e bioeticista, capo del Dipartimento di Bioetica del National Institutes of Health Clinical Center. E le tre figlie, Megan, Jennifer e Alison.





























