27 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Lug, 2026

Trump revoca lo status umanitario: a rischio un milione di lavoratori

Dopo il via libera della Corte Suprema, inizia la revoca voluta da Trump del Tps (Temporary Protected Status): 350mila immigrati haitiani perderanno il permesso. A settembre altri 190mila salvadoregni. Imprese rischiano di perdere oltre un milione di lavoratori regolari


La Corte Suprema americana ha revocato il Temporary Protected Status (Tps). Si tratta del programma umanitario che da oltre trent’anni consente a cittadini di Paesi colpiti da guerre o catastrofi naturali di vivere e lavorare legalmente negli Stati Uniti. Le prime conseguenze scattano oggi, lunedì.

Circa 350mila beneficiari, in gran parte haitiani, perderanno il permesso di lavoro. A settembre potrebbe toccare ad altri 190mila cittadini di El Salvador.

La misura, voluta dall’amministrazione Trump, rischia di avere effetti ben oltre il fronte dell’immigrazione. Settori chiave dell’economia americana, dall’edilizia all’assistenza sanitaria, avvertono che potrebbero perdere decine di migliaia di lavoratori esperti difficili da sostituire.

Un milione di lavoratori a rischio

Negli anni i titolari del Temporary Protected Status sono diventati una componente essenziale della forza lavoro americana.

A Washington squadre di operai salvadoregni hanno partecipato alla costruzione e alla manutenzione di edifici simbolo come il Campidoglio, il Pentagono e il cimitero militare di Arlington. In Florida, Massachusetts e New York migliaia di operatori sanitari haitiani assistono ogni giorno gli anziani nelle case di riposo.

Secondo uno studio dell’Università della Pennsylvania, \ lavora regolarmente negli Stati Uniti, soprattutto nell’edilizia e nella sanità.

L’impatto non sarà immediato, osservano gli economisti, perché alcuni tenteranno di ottenere altre forme di protezione, come l’asilo, mentre altri potrebbero continuare a lavorare in nero. Ma per molte imprese la prospettiva è quella di una grave carenza di personale.

Le imprese chiedono al Congresso di intervenire

La Camera di Commercio degli Stati Uniti, insieme a numerose associazioni imprenditoriali, ha avviato una campagna per chiedere al Congresso di intervenire.

In una lettera inviata il 10 luglio ai leader del Senato, l’organizzazione ha avvertito che il Parlamento dovrebbe esercitare i propri poteri sull’immigrazione «per evitare una grave perturbazione della forza lavoro americana e una crisi umanitaria inutile». Anche diversi amministratori locali, repubblicani e democratici, hanno espresso preoccupazione.

Il governatore repubblicano dell’Ohio Mike DeWine ha definito «un errore» la revoca del Tps per gli haitiani, prevedendo pesanti conseguenze economiche per il suo Stato.

In Florida, dove vive la più grande comunità haitiana degli Stati Uniti, la sindaca della contea di Miami-Dade Daniella Levine Cava, la commissaria Marleine Bastien e vari economisti hanno lanciato un appello contro la decisione. «Revocare il Tps non fa risparmiare denaro agli Stati Uniti», ha dichiarato Bastien.

«Costa denaro all’America».

Lo scontro politico

Il programma è diventato uno dei terreni di scontro più duri sull’immigrazione. Il senatore repubblicano Eric Schmitt ha bloccato il tentativo dei democratici di prorogare rapidamente il Tps per gli haitiani, sostenendo che una misura nata per affrontare emergenze temporanee sia stata trasformata in «uno strumento permanente di immigrazione di massa».

Creato dal Congresso nel 1990 durante la presidenza di George H.W. Bush, il Temporary Protected Status era stato pensato per offrire una protezione temporanea agli stranieri già presenti negli Stati Uniti impossibilitati a rientrare nei propri Paesi a causa di guerre, calamità naturali o gravi crisi umanitarie.

Con il protrarsi delle emergenze internazionali e l’incapacità del Congresso di riformare le leggi sull’immigrazione, il programma è però diventato, di fatto, una forma di permanenza a lungo termine per centinaia di migliaia di persone.

Trump aveva già tentato di smantellarlo durante il primo mandato. Tornato alla Casa Bianca, ha ripreso la battaglia legale ottenendo il via libera della Corte Suprema, che ha riconosciuto all’esecutivo la possibilità di revocare le protezioni.

I rischi delle aziende

Per anni le imprese americane hanno sostenuto il programma, spiegando che molti beneficiari occupano posti di lavoro difficili da coprire. L’associazione dei costruttori Associated Builders and Contractors ha scritto al Dipartimento per la Sicurezza Interna chiedendo di evitare la fine del programma, sottolineando le difficoltà che il settore dovrà affrontare.

L’amministrazione Trump difende invece la scelta.

«Il Dipartimento della Sicurezza Interna sta semplicemente applicando la legge e riportando il sistema al buon senso», ha dichiarato Zach Kahler, portavoce dei Servizi per l’immigrazione. Le aziende che continueranno ad assumere persone prive di autorizzazione al lavoro rischiano multe molto pesanti e anche procedimenti penali.

Famiglie radicate negli Stati Uniti

Per molti beneficiari il problema non è soltanto perdere il lavoro. Molti vivono negli Stati Uniti da oltre vent’anni, hanno acquistato una casa, acceso mutui, aperto attività e hanno figli cittadini americani.

Come riporta il Nyt, Concepcion Morales, arrivato da El Salvador a 23 anni, ha lavorato per oltre due decenni in cantieri federali, dall’Accademia Navale ai National Institutes of Health. «In quasi ogni edificio governativo americano c’è il lavoro di qualcuno che aveva il Tps», racconta.

Morales è riuscito nel frattempo a ottenere la residenza permanente grazie al figlio cittadino americano. Ma la maggior parte dei beneficiari non dispone di una strada diretta verso la green card e rischia ora l’espulsione.

Il caso di Haiti

Tra i Paesi più colpiti c’è Haiti. L’amministrazione ha già annunciato la fine del Tps anche per Etiopia, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Siria e Yemen, mentre il futuro dei beneficiari provenienti da El Salvador sarà deciso alla scadenza del programma a settembre.

Washington organizza già un volo di rimpatrio verso Haiti ogni mese e il numero dei trasferimenti dovrebbe aumentare. Alla domanda se Haiti sia oggi un Paese sicuro, Stephen Miller, tra gli architetti della politica migratoria di Trump, ha risposto: «Per gli haitiani sì. Vivono ad Haiti. È il loro Paese».

Ma il Paese caraibico continua a essere devastato dalla violenza delle bande armate dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021. Gran parte di Port-au-Prince è controllata dai gruppi criminali, oltre un milione di persone è stato costretto a lasciare la propria casa e le organizzazioni internazionali denunciano una gravissima crisi alimentare.

Una infermiera haitiana che vive in Florida e beneficia del Tps dal 2010 racconta al Times di non sapere dove potrebbe andare. «L’ansia è indescrivibile», dice. Negli Stati Uniti ha un figlio piccolo nato in America, mentre ad Haiti non ha più familiari. «Questa ormai è casa mia».

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