La guerra in Medio Oriente modifica l’equilibrio di molte potenze, in primis le monarchie arabe, in balia del riassetto geopolitico
Dal presidente americano Donald Trump la scelta di non proseguire con l’operazione “Project Freedom” nel Golfo Persico è stata venduta come un gesto di buona volontà. Una scelta che, secondo Trump, avrebbe dovuto segnalare agli iraniani la disponibilità degli Stati Uniti a negoziare con Teheran in uno stato di calma. Ma, come spesso succede quando a parlare è l’esuberante presidente americano, le cose potrebbero non stare proprio così. Stando alle indiscrezioni circolate sulla stampa statunitense, infatti, a bloccare l’intera operazione per scortare il naviglio commerciale nel Golfo sarebbe stata nientemeno che Casa Saud. Riyadh non avrebbe concesso il proprio spazio aereo agli Stati Uniti, rendendo impossibile garantire la copertura aerea necessaria.
Che le monarchie del Golfo fossero scontente dell’andazzo degli ultimi mesi nella regione era cosa ben nota. Dopotutto, a pagare il prezzo maggiore nel confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran sono state proprio Riyadh, Abu Dhabi, Doha e Manama. Colpite sia dai missili iraniani sia dalla crisi petrolifera innescata dal blocco dello Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per le fragili economie delle petromonarchie, ancora fortemente dipendenti dagli idrocarburi. Il conflitto regionale, dunque, ha mostrato tutta la vulnerabilità delle monarchie arabe.
La sfida saudita agli Stati Uniti
Che le case reali della Penisola Arabica avessero abbastanza coraggio da sfidare apertamente l’alleato americano, però, era fino a poco tempo fa quasi impensabile, vista la lunga storia di mutua dipendenza con gli Stati Uniti. Tuttavia, in geopolitica nessuna alleanza conserva per sempre la stessa solidità. Del resto, poche cose mettono alla prova la fedeltà tra alleati quanto una guerra combattuta a danno di una delle parti. Le monarchie arabe, forse, stanno già preparando il terreno a un futuro meno dipendente da Washington.
Il problema centrale di tutta la questione del Golfo, per le monarchie arabe, è quello legato al futuro assetto geopolitico dell’area. Qualora gli americani dovessero effettivamente ritirarsi, in tutto o in parte, le case reali arabe si ritroverebbero sole e impreparate. Facile vittima, in potenza, delle nuove e rinnovate ambizioni di Teheran, che già fa sapere di esser intenzionata a creare «nuove regole» per il traffico marittimo passante per Hormuz.
«Nuove regole» fondate non sulla negoziazione condivisa tra le parti, ma sulla coercizione. Tramite la minaccia della forza, l’Iran potrebbe infatti costringere a seguire le sue regole le vulnerabili monarchie sull’altra sponda del Golfo, ancora dipendenti da garanzie di sicurezza esterne. In questo scenario, Teheran punta a consolidare la propria influenza regionale sfruttando il vuoto strategico lasciato dagli Stati Uniti.
Il riavvicinamento tra Riyadh e Teheran
Ma forse Riyadh ha trovato un modo, seppur rischioso, per uscire da questa crisi. Ed è un metodo che, in fin dei conti, Casa Saud ha già tentato di adottare in passato: avvicinarsi all’Iran. Già anni fa, nel marzo 2023, le due sponde del Golfo hanno tentato un primo timido riavvicinamento tramite la scelta di riallacciare rapporti diplomatici diretti mediata dai cinesi. Nel mutato contesto regionale, non è escluso che quel modello possa essere replicato.
L’obiettivo saudita sarebbe rafforzare — e in parte “blindare” — la propria posizione in un Medio Oriente sempre più instabile. Magari a discapito di altri attori regionali, come gli Emirati Arabi Uniti, invisi tanto a Teheran quanto a Riyadh. Durante il picco degli scontri in Medio Oriente, infatti, ad esser maggiormente colpita dall’Iran non fu Riyadh, ma Dubai e in generale gli Emirati. La federazione emiratina ha subito più di 3000 attacchi tra droni e missili durante la guerra.
Un Medio Oriente che cambia
Una differenza abissale che segnala quanto i rapporti tra Riyadh e Teheran, in fin dei conti, non siano così tesi come si credeva solo fino a qualche anno fa. Nell’ombra del più ampio conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, dunque, qualcosa sta mutando in Medio Oriente. Le alleanze tradizionali si stanno rimescolando per far fronte a una situazione geopolitica volatile e incerta, dove non esistono più punti fermi.
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In questo nuovo equilibrio regionale, la vera domanda non è più quindi se il Medio Oriente cambierà assetto, ma quanto rapidamente gli attori locali riusciranno ad adattarsi a un ordine sempre meno dominato da Washington. E quanto il nuovo ordine regionale finirà per favorire quello che, forse, è già il grande vincitore strategico della crisi: la Cina.


















