24 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Apr, 2026

Malacca come Hormuz? La guerra mette fine al diritto del mare

Dopo Hormuz, anche l’Indonesia annuncia di voler nazionalizzare lo stretto di Malacca, riaprendo il dibattito sulla fine del diritto del mare innescata dalla guerra in Iran


Prima Hormuz, poi Malacca? La provocazione l’ha lanciata, col tono di chi fa una fuga in avanti più per sondare le acque che per avventatezza, il ministro delle finanze indonesiano Purbaya Yudhi Sadewa, intervenendo a un simposio economico a Giacarta mercoledì scorso. Secondo l’importante ministro del grande Paese-arcipelago posto a cavallo tra Asia e Oceania, l’Indonesia dovrebbe applicare il medesimo schema di “pedaggio” che i Pasdaran intendono istituire a Hormuz anche allo stretto di Malacca.

Lo strategico braccio di mare posto tra l’isola indonesiana di Sumatra e le nazioni continentali di Malesia e Singapore e la cui tratta attualmente è libera e garantita dal principio della libertà di navigazione. La proposta ha di che lasciare interdetti: l’Indonesia, a differenza dell’Iran, non è in guerra con nessuno e non ha alcun nemico limitrofo che potrebbe impiegare i suoi mari come base per aggredirla.

Non solo, ma Giacarta – proprio in virtù della sua condizione – è anche una nazione non allineata. Con buoni rapporti tanto con la Cina quanto con gli Stati Uniti, con i quali proprio recentemente ha giocato un ruolo importante. Offrendo persino la propria partecipazione al cosiddetto Board of Peace di Gaza. Apparentemente dunque l’Indonesia non ha alcuna ragione valida per contestare l’ordine internazionale a tutela della libera circolazione del naviglio commerciale.

Ambizioni e opportunità

Se non una, anzi due. Il desiderio di far contare di più una nazione discreta ma che porta con sé il peso di una società da quasi 290 milioni di abitanti in rapido sviluppo e l’opportunità offertagli da questa congiuntura storica per concretizzare i propri desideri. Il ministro Yudhi Sadewa lo dice chiaramente: «L’Indonesia non è un Paese periferico. Ci troviamo su una rotta strategica del commercio e dell’energia globale, eppure le navi transitano nello Stretto di Malacca senza essere tassate», ha detto citando proprio una direttiva del presidente-generale Prabowo Subianto. Secondo la quale Giacarta deve puntare a essere una nazione meno «periferica» nello scacchiere mondiale.

Il rappresentante indonesiano ha citato esplicitamente il caso di Hormuz come ispirazione. Spiegando che il “pedaggio” potrebbe concretizzarsi non con una guerra ma tramite un accordo coi Paesi vicini. «Se dividessimo il gettito in tre parti — Indonesia, Malesia e Singapore — potrebbe trattarsi di una cifra considerevole. La nostra tratta è la più grande e la più lunga», ha aggiunto. Il messaggio è stato respinto al mittente. Il ministro degli Esteri singaporiano, Vivian Balakrishnan, ha ribadito che il diritto di transito negli stretti è garantito a tutti.

Il rifiuto di Singapore e Malesia

Singapore non parteciperà ad alcun tentativo di chiudere, bloccare o imporre pedaggi nelle acque della regione. «Il diritto di transito non è un privilegio concesso dallo Stato rivierasco, non è una licenza da richiedere, non è un pedaggio da pagare», ha insistito. Dello stesso avviso, il ministro dei Trasporti della Malesia, Anthony Loke, che ha ribadito l’impegno di Kuala Lumpur a garantire la libertà di navigazione e transito nello Stretto di Malacca nel rispetto del diritto internazionale.

Ma, se lo stretto di Malacca resterà aperto almeno nel prossimo futuro, la suggestione avanzata con serietà dall’Indonesia segnala – come il proverbiale canarino nella miniera – il grado di (inarrestabile) disgregazione dell’ordine internazionale. Inutile ormai girarci attorno: la somma delle ripetute scosse telluriche che si sono susseguite negli ultimi anni ha ormai infranto definitivamente l’ordine globale come un terremoto che sconquassa la Pangea.

Da esso ora si profila una frantumazione in cui i vari blocchi rischiano di andare alla deriva, ognun per sé, rendendo instabile e pericolosa l’orientamento come in un mare buio e pieno di iceberg. Nell’attesa che i blocchi trovino naturalmente una nuova ricomposizione, resta aperta la domanda su cosa ne sarà di quello che fino ad oggi abbiamo chiamato sistema internazionale e dell’economia globale che esso ha sostenuto.

Il ritorno dei pedaggi

Se i casi iraniano e indonesiano faranno da apripista, la frantumazione in blocchi regionalizzati non implicherà necessariamente la fine delle grandi catene di approvvigionamento. Semmai il loro ritorno a una dimensione più complicata, più difficoltosa, più sporca, più profana. Il pagamento dei pedaggi evoca il ritorno ai feudi, dove si paga un tributo al potente locale per poter attraversare il suo territorio e avere protezione.

Il processo in atto è accelerato dal fatto che la superpotenza che ha fondato e difeso finora l’ordine globale uscente, vale a dire gli Stati Uniti, ha abbracciato la crociata revisionista teorizzata – paradossalmente – dai suoi nemici avvallando lo smantellamento del sistema vigente in favore del ritorno a una logica del saccheggio e del vassallaggio. Fatto che contribuisce all’instabilità globale e alla disunità del blocco occidentale.

LEGGI Iran, Trump: «Distruggeremo qualsiasi nave metta mine a Hormuz»

Proprio ieri l’ex premier canadese Justin Trudeau ammetteva: «Siamo costretti a lavorare con la Cina perché gli Stati Uniti non vogliono più lavorare con noi». Pochi giorni prima il suo successore a Ottawa, Mark Carney, ha confermato: «I nostri legami con l’America erano un nostro punto di forza ma oggi sono diventati un punto di debolezza». Dalle coste della Malesia all’Artico, dalle acque minate di Hormuz fino alla giungla venezuelana, il mondo sta prendendo una nuova direzione. Per dove, al momento, ancora non si sa.

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