Per l’assalto ai cantieri Tav, il pm chiede il carcere per due 20enni tedeschi, “la misura necessaria per le esigenze cautelari”
Il giudice per le indagini preliminari non ha ancora deciso. Ieri pomeriggio è andato ad ascoltare nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino i due ragazzi tedeschi di vent’anni fermati per l’assalto ai cantieri della Torino-Lione. E poi si è preso un altro giorno per riflettere: la risposta dovrebbe arrivare oggi. Gli accusati da parte loro hanno negato ogni addebito. I loro avvocati, Gianluca Vitale e Lorenza Della Pepa, hanno chiesto invece che vengano rimessi in libertà. La procura ha formulato accuse molto pesanti. Devastazione e saccheggio, lesioni agli agenti, resistenza aggravata dall’aver usato armi e fuochi d’artificio insieme a molte altre persone.
Sabato, alla fine della marcia No Tav, centinaia di incappucciati avevano preso d’assalto il cantiere di Chiomonte con bombe carta e molotov. Con un bilancio di 124 feriti tra le forze dell’ordine e circa un milione di euro di danni, secondo la stima della società italo-francese affidataria dei lavori, Telt.
I due ragazzi sono stati identificati con foto e video. E altri due tedeschi, fermati con loro sono stati allontanati dal prefetto Donato Cafagna e per tre anni non potranno rimettere piede in Italia.
Identificate 3.300 persone
Poi ci sono i numeri della macchina investigativa montata attorno alla protesta, resi pubblici ieri dalla polizia, e raccontano un’altra storia. In quattro giorni sono state identificate più di 3.300 persone. Circa 1.800 fermate e schedate prima ancora che il corteo partisse, fra giovedì e sabato. Altre 436 subito dopo gli scontri. Più di mille lunedì mattina, quando sono state chiuse tutte le strade che portano a Venaus. Chi lasciava il festival Alta Felicità è stato controllato individualmente, fotografato e filmato. Sono stati inoltre emessi sedici fogli di via obbligatori, nove Daspo urbani e diversi provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale nei confronti di attivisti francesi. Alla fine della gigantesca operazione di polizia, tremilatrecento nomi sono finiti negli archivi. E lì resteranno e serviranno anche più avanti per altre indagini.
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Dubbi sulle schedature
Da più parti, soprattutto dai legali dell’area antagonista sono stati sollevati dubbi sulla legittimità dell’identificazione di massa e l’utilizzo futuro delle schedature.
Il lavoro degli investigatori va avanti. La valle ha condannato le violenze, ma non ha scaricato la protesta, una questione sociale e politica non trascurabile. Il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, domenica ha usato parole durissime: «Pura violenza terroristica», opera di gruppi che vivono altrove.
I comuni olimpici dell’alta valle hanno scritto che nessuna opera pubblica, piaccia o no, può giustificare una guerriglia. Ma chi se l’è trovata sotto casa cambia tono. Alberto Lorusso, sindaco di San Didero, uno dei cantieri assaltati, condanna e insieme avverte: non vorrebbe che quella giornata cancellasse vent’anni di mobilitazione e le ragioni di chi protesta. E aggiunge un dettaglio che vale più di molti discorsi: il suo comune non ha mai chiesto un euro di compensazioni, per non diventare favorevole all’opera in cambio di qualcosa.
Venaus, il festival resta
A Venaus il sindaco Antonino Basile, No Tav dal primo giorno, ha detto alla stampa che la guerriglia gli fa schifo, ma non cancellerà il festival che il suo paese ospita da dieci anni.
Dentro il movimento, invece, non si è dissociato nessuno. Non un comitato, non un’assemblea. La spaccatura passa sui metodi, non sull’opera. Ed è un dato che va oltre le carte dei magistrati: che abbiano ragione o torto, dopo trent’anni la Torino-Lione resta indigesta a una larga fetta della popolazione nel territorio.
D’altronde il movimento lo aveva ribadito con chiarezza lunedì, in conferenza stampa a Venaus. Nessuna distinzione fra i buoni della valle e i cattivi venuti da fuori: «Siamo tutti responsabili», ha detto Guido Fissore. Nicoletta Dosio, ottant’anni, ha rivendicato tutto in nome del diritto a difendere la propria terra. Nessuno smobilita. Anzi: da domani a domenica in valle c’è un campeggio di quattro giorni nella piana di Susa, organizzato dal presidio No Tav di San Giuliano a Traduerivi.
Piantedosi chiamato a riferire
L’invito è del 18 luglio, prima degli scontri, e parla di laboratori e discussioni, nessun accenno ad azioni contro i cantieri. Solo che Traduerivi è uno dei quattro siti raggiunti sabato, lì i lavori si stanno allargando, e a iniziative simili la prefettura ha già risposto con una serie di divieti
Sul fronte politico intanto, alla Camera, quasi tutti i gruppi hanno chiesto che il ministro dell’Interno Piantedosi vada a spiegare in aula cosa è successo. Quasi tutti. Verdi e Sinistra si sono sfilati, e il perché è stato spiegato da Marco Grimaldi, Avs, senza giri di parole: a chiedere le dimissioni di Piantedosi si rischia di ritrovarsi Salvini al Viminale.
Per il Pd, Federico Fornaro ha ripetuto che la violenza si condanna e basta, ha respinto l’accusa di fare da sponda ai violenti e ha girato la domanda al governo: a che sono serviti i decreti sicurezza, se mandano a processo chi manifesta in pace e non fermano chi tira le molotov?
Appendino: prevenzione mancata
Chiara Appendino, del Movimento 5 stelle, ex sindaco di Torino, si è detta orgogliosamente contraria all’opera e ha puntato il dito sulla prevenzione mancata: con 1.800 persone schedate prima del corteo, ha evidenziato, com’è possibile che sabato nel cantiere sia entrato il numero più alto di incappucciati mai visto? Nel Pd c’è anche chi commenta con uno sguardo già alle elezioni del prossimo anno. L’ex ministro della Difesa, Lorenzo Guerini condanna le violenze, ma aggiunge che il governo su questo ha fallito e che la sicurezza non va regalata alla destra. Dall’altra parte la Lega insiste per inserire un nuovo reato, il terrorismo di piazza, e Fratelli d’Italia prepara una legge per incriminare come associazione a delinquere anche gruppi nati per una sola occasione































