Dalla sentenza della Corte del Commercio Internazionale contro i dazi di Trump alle nuove minacce contro l’Unione Europea: la guerra commerciale Usa si trasforma sempre più in uno strumento di pressione politica, mentre Bruxelles cerca di difendere il sistema multilaterale del commercio.
Nella lunga saga della guerra commerciale iniziata dagli Stati Uniti nel 2018, l’ultima puntata è di giovedì mattina, quando la Corte del Commercio Internazionale ha dichiarato illegali i dazi globali al 10%. Introdotti da Trump sulla base dell’articolo 122 del Trade Act del 1974 – che consente l’imposizione di dazi temporanei per correggere gravi «deficit della bilancia dei pagamenti» – costringendo l’amministrazione a cercare basi legali alternative. Incurante della sentenza, Trump ha alzato il tiro, minacciando dazi fino al 25% sulle auto europee. È dunque evidente la inconciliabilità interna tra l’ordinamento giuridico e la strategia politica dell’attuale presidenza.
Le leggi interne, non soltanto i trattati internazionali, ricordano che buona parte dei dazi introdotti da Trump non hanno alcun fondamento giuridico. Ma il Presidente continua a minacciar dazi ai quattro venti. Nel mentre, da questo lato dell’Atlantico i negoziatori del Parlamento europeo sono in scacco. Dopo le dichiarazioni del capo negoziatore del Parlamento europeo, Bernd Lagne, che i legislatori e i governi stavano compiendo buoni progressi nei negoziati, ma che «c’è ancora molta strada da fare», Trump ha minacciato l’UE, attraverso i social media, di concedere un ultimatum fino al 4 luglio. L’accordo in questione, in stallo dallo scorso luglio, prevede un dazio statunitense del 15% sulle importazioni dall’UE.
I negoziati di Strasburgo
Il prossimo 19 maggio a Strasburgo i negoziatori si riuniranno per un altro ciclo di colloqui sull’approvazione del testo che ha già ricevuto l’approvazione condizionata del Parlamento europeo a marzo. Quando la maggioranza dei legislatori ha aggiunto diverse clausole di salvaguardia, volte a garantire che gli Stati Uniti rispettassero la loro parte del patto. Una di queste condizioni, per esempio, è la garanzia che i prodotti europei realizzati con acciaio e alluminio fossero esclusi dal dazio globale del 50% imposto da Trump su tali prodotti metallici. Che comporterebbe un’enorme discriminazione nei confronti della produzione europea ed estera.
Non è facile orientarsi in questa serie di minacce e ricatti, a causa della sovrapposizione di due piani divergenti: quello economico e quello politico. È ormai chiaro che l’uso dei dazi per Trump è passato da strumento economico a strumento di ricatto. Nelle tesi ufficiali dell’amministrazione Trump, sin dal 2018, il dazio era presentato come una medicina per l’industria interna. L’obiettivo dichiarato era ridurre il deficit della bilancia commerciale sulle merci e forzare, o meglio accelerare, il reshoring. Da cui la scelta di invocare l’articolo 122 del Trade Act del 1974.
La sfida con la Cina
L’obiettivo principale di un uso dei dazi a scopo protezionistico – dichiarato inizialmente da Trump (‘we tax China’) – è l’invincibile competitività di prezzo delle merci provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese. Guadagnata a suon di generosi sussidi elargiti a un’ampia lista di settori. Dati alla mano, nel 2025, nonostante le entrate fiscali miliardarie, l’inflazione sui beni di consumo è salita a circa l’1,9% per i beni primari. Proprio perché la manifattura negli Stati Uniti tarda a rientrare e i prezzi sono rincarati dalla pressione fiscale causata dai dazi, che sono tasse imposte a chi importa, cioè le imprese e i consumatori statunitensi.
La protezione invocata da Trump è illusoria, perché il dazio protegge i produttori locali, ma punisce i consumatori e le filiere globalizzate. Il disavanzo commerciale non si è ridotto, ma semplicemente ne è cambiata la composizione geografica: più import da Vietnam e Sudest asiatico, meno dalla Cina. Ed ecco che i dazi – inefficaci come strumento di politica economica in un mondo profondamente interconnesso – diventano strumenti di ricatto puro. Non servono solo a incassare soldi, ma a ottenere concessioni extra commerciali.
La diplomazia del ricatto
Molti sono gli esempi di leva politica nella diplomazia dei dazi alla Trump: nel settore energetico, l’accordo del 2025 con l’UE ha “convinto” Bruxelles ad acquistare energia dagli States per 750 miliardi di dollari; in un esercizio di geopolitica creativa, ricordiamo le minacce di dazi ai Paesi europei per questioni non commerciali. Ormai il copione è chiarissimo: Trump annuncia dazi elevati per poi “concedere” sconti o esenzioni, come fatto col whisky scozzese nell’aprile 2026, in cambio di fedeltà politica o acquisti massicci di prodotti agricoli americani.
Il dazio da strumento di politica economica a strumento di ricatto comporta numerose implicazioni. Innanzitutto, l’instabilità dei mercati: le aziende non investono in attesa di uno scenario tariffario più stabile, e la volatilità è diventata una tassa invisibile per imprese, lavoratori e consumatori. Poi, la strategia del caos tariffario inasprisce le divergenze interne all’UE, tra Paesi più o meno esposti all’export, e tra paesi più o meno incalzati da scadenze elettorali, nonché tra Paesi membri e istituzioni europee percepite come ingessate o inette rispetto alla formulazione di risposte adeguate.
Il ruolo dei contrappesi giuridici
Non da ultimo, il discredito indiretto del dazio come strumento appropriato, condiviso e lecito, di politica economica e commerciale in circostanze codificate di violazione comprovata di trattati commerciali internazionali. Perciò è importante che il sistema dei “pesi e contrappesi” sia attivo, come mostra la recente sentenza della Corte del Commercio Internazionale degli Stati Uniti, nella quale i giudici rispondono tempestivi in punta di diritto alle sfuriate di Trump.
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Nel frattempo è urgente evitare che l’ordine commerciale mondiale basato sulle regole del WTO tramonti in favore di un disordine imposto per far prevalere la volontà politica dei più forti: sono in discussione, anche a Bruxelles, proprio ieri – 7 maggio – nel settimo EU–Japan High-Level Economic Dialogue, nuove regole per un WTO 2.0 in grado di affrontare efficacemente le contese commerciali giustificate da gravi violazioni del diritto internazionale, nonché i nuovi ambiti di competenza, come il commercio digitale.


















