Dalle tensioni sul Nobel per la Pace alle pressioni sulla giustizia internazionale, si riapre la frattura tra Washington e l’Europa. Difendere le istituzioni e i limiti al potere significa preservare le fondamenta dell’alleanza atlantica e impedire che la forza diventi l’unica regola nei rapporti tra gli Stati.
Gli europei, nonostante tutti i limiti e le difficoltà di questa epoca, hanno ben presente quali fossero i cardini del manifesto di Ventotene. Quando gli Stati Uniti, speriamo il più presto possibile, recupereranno la bussola della visione democratica, ricorderanno che la Corte penale internazionale proviene dallo spirito di Norimberga. Perché rappresenta l’idea che esistano principi e luoghi che pongono un argine alla legge del più forte. E che quindi non possono essere arruolati o penalizzati a seconda delle loro pronunce. Possiamo non condividerle senza per questo bombardare l’organo che le esprime, come fosse anch’esso un governo di ayatollah che minaccia il mondo con l’arma nucleare.
Il Nobel per la pace non deve dividere l’Occidente
Un Nobel per la pace, poi, non deve diventare l’ennesimo giudizio di Dio su cui costruire un nuovo solco nell’Occidente. Non può essere usato come pretesto per demolire quel che resta di un’architettura di convivenza pacifica fra le nazioni che oggi è ai minimi termini, ma che non smette di essere il nostro orizzonte.
La definizione di genocidio per l’azione di Israele a Gaza è fortemente discutibile. Non ve ne sono gli estremi né le analogie con altre vicende storiche. Ma in questo momento non conta questo: conta solo che la decisione di un organismo privato come la giuria norvegese porti ad una nuova e violentissima divisione fra le due sponde dell’Atlantico. Nel giorno in cui il candidato Nobel per la pace Donald Trump decide di mandare in diretta streaming una fucilazione, da Washington arriva l’ennesima puntata del referendum sull’esistenza dell’Occidente.
Se Trump credeva così di ribadire il suo predominio, in realtà non ha fatto altro che esaltare il ruolo dell’Europa. Le cancellerie europee hanno fatto bene a difendere l’ultima impalcatura del diritto internazionale che rimane. Traballante, incompleta, esposta alle contraddizioni e alle convenienze degli Stati. Ma proprio per questo preziosa, perché unica alternativa alla forza come fonte esclusiva del diritto.
L’Europa custode dei principi dell’alleanza atlantica
Il paradosso è che l’Europa, accusata dall’amministrazione Usa di indebolire l’Occidente, ne sta custodendo la ragione politica più profonda. Un’alleanza democratica tiene perché riconosce un limite anche al proprio potere. Se quel limite scompare, resta un condominio di interessi destinato a sciogliersi appena cambia la convenienza dei suoi inquilini. Difendere le regole significa dunque conservare ciò che distingue un’alleanza da una catena di obbedienze. È anche il modo più concreto per sottrarre l’atlantismo agli umori di un presidente e restituirgli una durata più lunga di un mandato elettorale.
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È un tempo in cui le crisi non gestite pesano oltre misura. Quindi, ogni pronuncia sulla guerra in Medio Oriente viene caricata del compito impossibile di stabilire una volta per tutte dove siano il bene e il male. Ma per quanto quella terra bruci, non possiamo fermarci lì. L’Europa deve oggi difendere le istituzioni anche perché la loro demolizione lascerebbe più soli gli stessi alleati che oggi le contestano. In un domani che speriamo vicino, saranno le stesse democrazie americane e israeliana a ringraziarla. Il diritto internazionale, che bene o male ha accompagnato ottant’anni di pace, è già abbastanza fragile. Frantumare anche le uniche alleanze che potrebbero rianimarlo sarebbe un ben curioso contributo alla pace.



























