9 Ott, 2026

Trump, la politica della violenza: esecuzioni in diretta e stretta anti-immigrazione

Dalla controversa ipotesi di trasmettere un’esecuzione pubblica alle operazioni dell’ICE contro i migranti, la Casa Bianca di Donald Trump punta sulla forza e sulla spettacolarizzazione della violenza


La morte in diretta. Questo sarà quello che i cittadini di tutto il mondo vedranno il prossimo 3 dicembre. Giorno in cui gli Stati Uniti compiranno, per volontà esplicita della Casa Bianca, la prima esecuzione pubblica dopo quasi un secolo. La condanna a morte sarà trasmessa in diretta streaming e televisiva, per decisione del segretario della Guerra Pete Hegseth. Una scelta controversa, che ha spinto molti a denunciare la discesa nelle barbarie che l’amministrazione Trump starebbe imponendo all’America. Negli Stati Uniti la pena capitale è diffusa e praticata da tempo, ma da quasi novant’anni le esecuzioni non avveniva più in pubblico e negli ultimi decenni i condannati venivano giustiziati mediante iniezione letale, metodo considerato meno doloroso rispetto ad altre modalità.

L’esecuzione di Nidal Hasan e le critiche internazionali

A essere fucilato sarà Nidal Hasan, condannato a morte per terrorismo. Ex soldato americano di fede musulmana, nel 2009 aprì il fuoco contro i suoi commilitoni nella base militare texana di Fort Hood, uccidendo 13 persone. Hasan giustificò la strage spiegando di voler impedire che quei soldati uccidessero altri musulmani come parte delle guerre americane in Medio Oriente. Per il capo del Pentagono, Hasan «affronterà un plotone d’esecuzione composto da soldati, com’è giusto che sia, e faremo in modo che la gente possa assistervi, che sia pubblica perché la gente deve capire che ci sono serie conseguenze per questo tipo di cose».

Ma la scelta ha immediatamente provocato una levata di scudi. Secondo l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani, le esecuzioni pubbliche costituirebbero un atto di tortura. E questo in quanto parte di un trattamento inutilmente crudele, inumano e degradante. Per le Nazioni Unite gli Stati Uniti si porrebbero così sullo stesso piano di Stati canaglia come Afghanistan e Iran. O di gruppi terroristici non statali come l’Isis.

In campo anche la Chiesa

«Il nostro Dio è il Dio della vita: in nessun modo le azioni di Hassan possono essere giustificate ma questa decisione è una promozione barbara di una cultura di morte e deve essere riconsiderata», ha levato la sua voce l’arcivescovo Paul Stagg Coakley, presidente della Conferenza dei vescovi degli Stati Uniti.

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L’idea che la morte possa diventare un prodotto televisivo da vendere con tanto di pubblicità ha provocato una comprensibile nausea anche in molti fautori della pena capitale. Compresi alcuni parlamentari repubblicani. Eppure, l’ultima boutade dell’amministrazione Trump sembra inserirsi in una cifra precisa della Casa Bianca, quella non solo di impiegare la violenza ma anche di pubblicizzarla. A contribuire a questa impressione è anche il ritorno dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), la controversa polizia anti-immigrazione impiegata dall’amministrazione Trump per scatenare la caccia agli irregolari.

La stretta dell’ICE e la sparatoria a New York

Giovedì scorso i suoi agenti hanno sparato a New York a Oscar Belgal, 28enne originario della Repubblica Dominicana. Colpito al collo da un proiettile esploso dagli agenti dell’ICE mentre si trovava in auto con suo figlio di 5 anni. Un atto violento che si inserisce in una lunga scia di morti e feriti lasciato sul selciato dalle operazioni anti-immigrazione di Trump e che ha provocato l’indignazione del sindaco Zohran Mamdani. «L’ICE rende questa città meno sicura. Li vogliamo fuori. Subito», ha scandito furioso il primo cittadino.

Che in conferenza stampa non si è trattenuto: l’ICE sarebbe «marcia fino al midollo» e va abolita, ha spiegato Mamdani, aggiungendo di stare negoziando con l’amministrazione il rilascio di Belgal. Richiesta respinta dal governo, che anzi si prepara a rilanciare. Martedì scorso la leadership dell’ICE ha informato agli agenti di tutti gli Stati Uniti di aumentare gli arresti per immigrazione di 1.000 persone al giorno. Tornando quindi alla “ quota obiettivo” precedente di 3.000 arresti giornalieri. Il target di arresti quotidiani era stato inizialmente ridotto a inizio anno dopo che due cittadini statunitensi erano stati uccisi da agenti dell’ICE a Minneapolis, in Minnesota.

Minnesota, migranti e nuove tensioni con gli Stati

Proprio sul Minnesota è tornato giusto ieri lo stesso Trump, rilanciando l’idea che lo stato sia invaso dai migranti somali: «Ribellatevi, abitanti del Minnesota, ribellatevi!», ha twittato chiedendo alle autorità locali di acconsentire all’ingresso delle forze federali nello stato. Richiesta rispedita al mittente dai leader democratici del Minnesota, che temono nuovi incidenti.

L’accelerazione impressa adesso alle operazioni anti-clandestini segnalano la volontà dell’amministrazione di riportare le grandi retate ben vista al cittadino americano medio. Una politica controversa, contestata da una parte dello stesso Partito Repubblicano, preoccupato per le ricadute economiche e la paura anche tra i cittadini in regola che le purghe stanno provocando. Ma che serve alla Casa Bianca per mostrare i muscoli in vista delle elezioni di medio termine.

Le elezioni di metà mandato e le difficoltà di Trump

Per molti analisti questa svolta muscolare nasconde in realtà una grande difficoltà. A un mese scarso dalle elezioni di medio termine le rilevazioni restituiscono tutte un quadro impietoso delle chance del Partito Repubblicano. Nonostante gli stravolgimenti delle mappe elettorali e miliardi di finanziamenti elettorali accumulati dalle oligarchie amiche, i conservatori americani combattono una battaglia largamente difensiva in stati che dovrebbero essere vittorie sicure, dal Texas all’Alaska.

Gli elettori centristi e indipendenti hanno già voltato le spalle al tycoon, esasperati dal malgoverno diffuso, dall’inflazione e dalle costanti crisi internazionali. Per questo a Trump non resta che scommettere sul proprio zoccolo duro. Ifanatici duri e puri, la cui fedeltà è stata intaccata dalle molte promesse mancate e che tradizionalmente votano meno alle elezioni di metà mandato. Una loro affluenza superiore alla media è l’unico modo rimasto per risollevare le sorti dei candidati trumpisti.

«Che mi odino, purché mi temano»: la scommessa sulla paura

Per mobilitarli Trump è sceso direttamente in campo («Votate come se ci fossi io sulla scheda», non fa che ripetere da settimane) e ha deciso di offrire loro tutta la violenza che aveva loro promessi. Terroristi fucilati, clandestini picchiati e uccisi, leader stranieri assassinati o rapiti, guerre in totale spregio del diritto internazionale, guerre commerciali per capriccio. Che la violenza spaventi non importa, perché la normale grammatica politica è già data per un concetto superato.

Oderint, dum metuant, «Che mi odino, purché mi temano», sembra voler dire Trump citando Caligola. Per calmare la plebe in crisi, dicevano i romani, gli imperatori usavano pani e spettacoli. Con il caro-vita che colpisce la spesa al supermercato, non restano che i secondi e così ecco Trump, novello cesare, che offre la testa dei condannati alla folla assetata di sangue. Sempre che, di violenza in violenza, alla fine a rotolare non sia proprio la sua.

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