13 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Set, 2026

Preferenze, la rivoluzione che cambia il mestiere del parlamentare

Dopo trentatré anni di liste bloccate, il ritorno del voto di preferenza può ribaltare il rapporto tra eletti, leader ed elettori. Ma alla Camera resta l’incognita del voto segreto: i deputati saranno disposti a rinunciare alla sicurezza della cooptazione?


Non sappiamo ancora come andrà a finire alla Camera, dove si vota con scrutinio segreto. E già si è reso eloquente il gradimento delle preferenze da parte del piccolo popolo dei deputati con la bocciatura del 14 luglio scorso. La premier ha minacciato il voto a gennaio (un po’ temerariamente, in verità, perché non lo decide lei ma il Capo dello Stato) se non passa così com’è l’impianto approvato al Senato.

I parlamentari uscenti valuteranno le loro chance solo in base alle possibilità che hanno di far parte di quel 25-30% di privilegiati dalle cooptazioni previste dalla riforma, giocando sull’uso matematico delle cinque opzioni a disposizione dei capilista bloccati.

Perché entrare nel mare aperto del voto di preferenza, guerreggiando con consiglieri comunali di grandi città o assessori regionali al massimo dello spolvero, significherebbe andare incontro a una trombatura certificata dal notaio. Vedremo.

La mutazione del parlamentare

Intanto cerchiamo di capire che cosa vuol dire l’ingresso, ancorché non in purezza, del voto di preferenza in un sistema che da otto legislature non lo prevedeva più.

Che cosa ha significato questo è presto detto. Una mutazione antropologica del ruolo stesso del parlamentare, passato dalla nobilissima funzione di rappresentante del popolo sovrano che sceglieva il “suo” candidato, a quella “ancillare” di “cooptato” dal grande capo.

Come ciascuno potrà comprendere, si tratta di un totale ribaltamento di prospettiva, un salto, uno spillover che impone una ricostruzione di relazioni, posture, persino di “ontologie” consolidate da trentatré anni e attorno a cui si è organizzato l’intero sistema politico.

Il ritorno al territorio

Facciamo qualche esempio. Chi viene eletto col voto di preferenza deve necessariamente avere un rapporto diretto, costante con il suo bacino elettorale, che impone organizzazione stabile, struttura territoriale, presenza anche fisica non surrogabile con l’ologramma o la benedizione pastorale in video, ma reclama il “di più” di rapporto umano e tanta umiltà, perché chiedere il voto non è facile.

Ora, anche se non si può chiedere ai nuovi candidati di raggiungere le vette inarrivabili di compenetrazione con gli elettori che registrava Andreotti, che riceveva la gente nel suo ufficio dalle sei del mattino e non mancava di fare telefonate di auguri per i compleanni, almeno agli elettori più importanti, bisognerà che gli aspiranti parlamentari comincino a riprogrammare la propria vita dimenticando i lunghi weekend di vacanza. E cominciando a prendere in affitto qualche locale per le segreterie, visto che il Parlamento sostiene profumatamente queste spese alla voce “rapporti con il territorio”.

Se gli elettori possono mandarti a casa

Col voto di preferenza l’eletto assume responsabilità dirette. Deve garantire efficienza, competenza, impegno, perché chi ha scelto ha diritto di sapere se a Roma stai passando le tue giornate come il Grande Gatsby, oppure ti sei messo a studiare e stai incidendo veramente nel processo parlamentare.

E alla fine, se non hai combinato niente, il popolo sovrano ha il diritto di mandarti a casa, perché non ti vota più. È una rivoluzione copernicana, che ribalta anche l’elenco delle doti richieste per fare la carriera parlamentare.

Dall’«obbedir tacendo» al consenso

Nell’era della cooptazione sono essenzialmente due. Non è necessario che tu abbia qualche particolare competenza. L’importante è che aderisca al comandamento di “obbedir tacendo” agli ordini di chi ha proceduto alla tua “sistemazione”.

In quella del voto di preferenza un pochino di più. Un consenso popolare, una “professionalità” (perché la politica non è un mestiere ma va svolta con competenza). Un livello culturale adeguato, perché si stanno mettendo le mani sul processo legislativo.

E poi diciamola tutta. Avere dietro alle spalle un popolo di elettori che ti ha scelto ti rende sicuramente autonomo e in grado di dare senso al precetto costituzionale che afferma il principio della libertà da vincoli di mandato. Quei vincoli che con la lista bloccata da trentatré anni gravano sul Parlamento.

Il possibile big bang delle preferenze

Dunque anche l’ingresso impuro delle preferenze promosso da Meloni potrebbe causare un ragionevole big bang nel sistema politico, con esiti oggi ancora imprevedibili. Ma sicuramente non peggiori di quelli causati dalle liste bloccate.

La domanda allora è semplice. L’approveranno la legge i deputati che hanno visto gli elettori solo in formato digitale? È quello che capiremo col voto alla Camera.

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