7 Ott, 2026

7 ottobre, tre anni dopo: Israele ricorda le vittime, Gaza resta in macerie

7 ottobre la commemorazione a Tel Aviv

Alle 6.29 Israele si ferma per ricordare l’attacco di Hamas. Tre anni dopo restano il lutto, le domande sulle responsabilità, un Paese cambiato che va alle urne e, dall’altra parte del confine, le macerie di Gaza


Alle 6.29, l’ora in cui tre anni fa cominciò l’attacco di Hamas, Israele si è fermato. Un minuto di silenzio. L’unico silenzio di una giornata di commemorazioni, cortei, proteste che hanno attraversato le vene del Paese fino alla sera. Il terzo anniversario del 7 ottobre 2023 non è solo guardare indietro, con le elezioni del 27 ottobre, è anche scegliere un futuro prossimo. Che risponda alle domande seguite solo da silenzio, un altro tipo di silenzio. Come fu possibile che Hamas riuscisse a sorprendere Israele, chi ne porta la responsabilità, quanto è cambiato il Paese?

Il Consiglio del 7 ottobre ha riassunto così il significato della giornata: «A distanza di tre anni, questa data non deve diventare solo un altro giorno sul calendario». Dietro le vittime e le famiglie, sottolinea, «ci sono ancora domande» alle quali Israele deve rispondere.

«Tre anni fa è crollato il mondo»

A raccontare quella giornata ci sono gli oggetti lasciati indietro. Una piccola bicicletta senza pedali. Apparteneva ad Ariel Bibas, il bambino dai capelli rossi diventato uno dei simboli del 7 ottobre. Fu rapito insieme al fratellino Kfir Bibas, che aveva nove mesi, e alla madre Shiri Bibas. Nessuno dei tre è tornato vivo da Gaza. La biciclettina sarà esposta al Peres Center for Peace and Innovation di Giaffa nella mostra The Space Left Behind, insieme ad altri effetti personali di decine di persone uccise, rapite o travolte dall’attacco. Che ritorna nelle piccole cose che non ci sono più. Un uomo racconta che anche a suo figlio piaceva il caffè italiano. Aveva vent’anni, lavorava come cameriere al festival Nova ed è stato ucciso quel giorno.

E poi c’è Ayala Metzger, nuora di Yoram Metzger, morto mentre era prigioniero. Dice «esattamente tre anni fa è crollato il mondo». Mette insieme l’angoscia. Il non capire, le notizie frammentarie, una dopo l’altra. Poi la dimensione del massacro, gli ostaggi, la guerra, i soldati morti e gli israeliani rapiti uccisi durante la prigionia.

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Dalle 6,29 fino alla cerimonia di Tel Aviv

Gli eventi sono stati organizzati in circa 400 località, a partire proprio dalle 6,29. Cerimonie anche nell’area del festival musicale Nova, vicino a Re’im, e all’incrocio di Sha’ar HaNegev, dove la bandiera israeliana è stata issata a mezz’asta.

Nel pomeriggio manifestazioni in diverse città e alle 21,15, al Parco Hayarkon di Tel Aviv, la cerimonia nazionale organizzata dalle famiglie del 7 ottobre e condotta dall’ex ostaggio Eli Sharabi con l’attrice Shani Cohen.

Poi ci sono le proteste. Gli attivisti davanti alle abitazioni dei ministri che erano al governo il giorno dell’attacco.

Il fallimento del 7 ottobre entra nelle urne

Il 27 ottobre Israele voterà nelle prime elezioni dall’attacco di Hamas e dalla successiva guerra a Gaza. Il fallimento dell’apparato di sicurezza e del governo continua a pesare sul Paese e sulla candidatura del primo ministro Benjamin Netanyahu, che si è ripresentato nonostante i suoi 19 anni complessivi alla guida del governo.

L’ex capo dell’Idf Herzi Halevi e l’ex direttore dello Shin Bet Ronen Bar hanno riconosciuto le proprie responsabilità per quanto accadde. Netanyahu, invece, no. Durante la campagna elettorale sono tornate le accuse secondo cui il premier avrebbe ricevuto segnali sull’attacco imminente senza comprenderne la portata, mentre la sua base più fedele continua a sostenerlo.

Un Paese più a destra, ma che non si sente più sicuro

Tre anni di guerra hanno modificato anche l’opinione pubblica israeliana. Secondo un sondaggio dell’Israel Defence and Security Forum nel settembre 2023 il 31% degli intervistati considerava la nascita di uno Stato palestinese un disastro per Israele. Oggi è il 52%.

Il movimento opposto riguarda la possibilità di un accordo con una leadership palestinese ritenuta affidabile: tre anni fa la considerava necessaria il 52%, oggi soltanto il 31%.

Ma lo spostamento a destra non significa che gli israeliani si sentano più protetti. Una ricerca dell’Institute for National Security mostra che il 59% ritiene possibile che nei prossimi anni si ripeta al confine con Gaza un attacco simile a quello del 7 ottobre. E nelle rilevazioni elettorali compare anche una piccola ripresa della sinistra: i Democratici di Yair Golan vengono accreditati di circa dieci seggi, contro i quattro deputati della sinistra presenti nell’attuale Knesset.

Hamas celebra il «Diluvio di Al-Aqsa»

Dall’altra parte, Hamas sceglie il terzo anniversario per rivendicare ancora una volta l’attacco. In una nota definisce il 7 ottobre una «giornata gloriosa per la storia del nostro popolo» e sostiene che l’operazione abbia rappresentato un passaggio della lotta contro Israele.

Il movimento afferma che il conflitto non sia cominciato il 7 ottobre e rivendica il «diritto legittimo» alla resistenza fino alla fine dell’occupazione. Nel comunicato vengono inoltre celebrati Ismail Haniyeh, Saleh al-Arouri, Yahya Sinwar e Mohammed al-Deif.

L’operazione militare in Cisgiordania

Nelle stesse ore, in Cisgiordania, l’Idf ha condotto operazioni con arresti e interrogatori di persone sospettate di attività terroristiche e di sostegno ad Hamas. L’agenzia palestinese Wafa riferisce inoltre che un palestinese di 44 anni, Ali Hassan Yasser al-Bazzari, è stato ucciso e altre 14 persone sono rimaste ferite durante un attacco di coloni estremisti contro raccoglitori di olive a Burqa.

Quel che resta di Gaza

Tre anni dopo, dall’altra parte del confine, ci sono le macerie di Gaza. Le immagini satellitari mostrano interi quartieri di Rafah e Khan Yunis trasformati in distese di polvere e detriti, dove al posto di palazzi, scuole e moschee restano edifici sventrati o completamente cancellati.

L’offensiva israeliana lanciata dopo il massacro del 7 ottobre ha decapitato i vertici di Hamas, compresi Yahya Sinwar e Mohammed Deif, ma ha avuto un costo enorme per la popolazione palestinese. Secondo i dati dell’Ocha, in tre anni almeno 74mila persone sono state uccise dalle bombe o dalla fame e 175mila sono rimaste ferite. Anche dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, più volte violato da entrambe le parti, sarebbero morte almeno altre 1.400 persone palestinesi.

La distruzione materiale dà la misura di ciò che resta: secondo le Nazioni Unite, il 92% degli edifici della Striscia è stato distrutto o danneggiato e le macerie ammontano a circa 61 milioni di tonnellate. Fino a 10mila corpi potrebbero essere ancora sepolti sotto i detriti. Per rimuoverli serviranno tra sette e dieci anni e decine di miliardi di dollari.

La ricostruzione, intanto, è ancora in gran parte sulla carta. Acqua potabile e aiuti umanitari restano insufficienti, il sistema sanitario è devastato e una parte della popolazione si prepara ad affrontare un altro inverno nelle tende o in rifugi di fortuna. Tre anni dopo il 7 ottobre, un minuto di silenzio non copre più il rumore del male.

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