In attesa dell’assemblea Pd (18 ottobre) si attendono sabato Ruffini e Gabrielli. Le garanzie che Renzi offre a Conte. E quelle che pretende. «Guai se non saremo uniti». I sondaggi premiano Meloni. Puniscono Pd e 5 Stelle
A Lucio Malan, capogruppo Fdi al Senato, deve essere scappata la frizione ad un certo punto del giorno. Può succedere. Ai microfoni di Un Giorno da pecora ha parlato della «necessità di votare a maggio, comunque in primavera».
A Palazzo Chigi e in via della Scrofa, cabina di regia del partito di maggioranza della premier, sono sbiancati.
E il povero Malan è stato costretto a correggere subito il tiro: «La legislatura arriva fino in fondo, autunno 2027». Zitti tutti e anche dietro la lavagna. La verità è che – approvato il Melonellum giovedì 8 ottobre – questo Parlamento avrà un solo punto all’ordine del giorno: la legge di bilancio. Il resto sarà già campagna elettorale.
Il campo largo e il rischio dello strappo
L’ipotesi voto anticipato agita tutti, maggioranza ed opposizione. Senza dubbio l’ultima parola sul Melonellum – approvato nonostante il voto segreto o impallinato grazie al voto segreto – farà chiarezza di molte speculazioni. Nel campo-largo sono da mesi alle prese con il delicato percorso che dovrebbe portare ad una coalizione degna di questo nome e in grado di presentarsi davvero compatta agli occhi degli elettori.
Divide la politica estera – tanto quanto a destra, del resto – e l’estenuante dibattito su primarie (fra chi? Mentre perde terreno l’ipotesi di altri candidati Pd), programma («dopo il candidato premier» dice Giuseppe Conte; «prima di tutto» tiene il punto Elly Schlein) e poi quali alleati, con quali garanzie di tenuta.
Il fine settimana appena concluso ha messo in movimento la parte centrista-riformista nella metà campo del centrosinistra. E questo dà molto fastidio a Conte visto che l’ex premier è in qualche modo convinto di essere già il prescelto per guidare il Paese.
La verità è che nell’ultimo fine settimana si è andati molto vicino ad un clamoroso strappo. «Uno non vale uno, siamo generosi ma non ingenui» il macigno delle scarpe che si è tolta Elly Schlein venerdì in Direzione. «E allora andiamo a contarci alle primarie» la replica di Conte che imputa alla segretaria del Pd il suo sforzo unitario che passa anche dal tenere Matteo Renzi nella coalizione.
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Conte non riesce a superare il passato, ovvero il fatto che fu proprio Renzi nel 2020 a favorire il governo Draghi. Ha anche provato a coltivare un «polo centrista» (l’assessore Onorato) utile a togliere dal tavolo l’argomento dei riformisti, della serie non c’è solo Renzi a presidiare quell’area. L’ex premier dalla Leopolda prova a guardare avanti, non replica alle provocazioni e quando lo fa è molto sottile: «Le garanzie che chiedo io sono mai più Salvini e Giorgetti al governo e neppure alleanze con Trump». Ovvero tutto quello che fece Conte quando era a Palazzo Chigi.
L’Opa di Renzi sui riformisti
La verità è che Renzi coordina il centro ma non intende occuparlo. Anzi. Consapevole che «il centrosinistra ha il pallone sul dischetto del rigore. Se qualcuno porta via la palla, se ne assume la responsabilità».
Il pallone sul dischetto può entrare in rete se in squadra ci sono i riformisti che il senatore ex premier sta organizzando nella Casa Riformista protagonista dalla tre giorni fiorentina e dove sono passati tutte le tonalità del riformismo, da Pier Ferdinando Casini a Benedetto Della Vedova, da Stefano Bonaccini a Giorgio Gori, una decina di sindaci e l’ex europarlamentare Pietro Bartolo che Renzi candiderà alla guida della Regione Sicilia.
Dalla stazione del Granduca Renzi ha lanciato l’Opa ai riformisti che stanno a destra, in Forza Italia: «Non potete stare in una coalizione sovranista e anti Europea». Questo ha fatto impazzire Forza Italia: «Il centro siamo solo noi. Punto» ha detto Antonio Tajani. Intanto tre amministratori locali (Modena) di Fi sono passati in Casa riformista. Con la nuova legge elettorale e le preferenze – è il ragionamento – «serve gente forte e conosciuta sul territorio». Lo scouting sarà fra amministratori locali e non parlamentari.
Calenda, Marattin e la battaglia per il centro
Il centro è molto agitato. Carlo Calenda raggiunge dosi di violenza verbale contro Renzi inspiegabili. È convinto di bastare a se stesso che «magari nessuna coalizione raggiunge il 42%, i seggi saranno assegnati su base proporzionale e poi se ne riparla di chi sta con chi». Il sistema di voto però è fortemente bipolare.
Tanto che un ex renziano come Luigi Marattin, fallito l’esperimento con Calenda, l’altro giorno era in prima fila da Roberto Occhiuto con i ribelli di Fi. Sono scesi in campo con il centrosinistra Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, a loro darà il simbolo Bruno Tabacci ma probabilmente dovranno comunque raccogliere le firme per presentarsi alle elezioni (sabato 10 ottobre la kermesse di presentazione all’Eur).
Ecco il punto è proprio questo: l’unico che non deve raccogliere firme è Italia Viva-Casa riformista le cui liste sono a disposizione dei riformisti, dagli under 35 (era piena la Leopolda) ai diversamente giovani. «Pari dignità, 50 e 50» la proposta, il 50 per cento a Iv, il resto ai nuovi arrivati.
Tutti aspettano il 18 ottobre
Tutti aspettano il 18 ottobre, l’assemblea del Pd. In quella sede la segretaria fisserà il percorso del programma e delle primarie con date e modalità. A quel punto sarà tutto più chiaro. Anche chi ci sta.
Schlein deve fare presto. Ha visto i sondaggi con il Pd che frena logorato da un dibattito assurdo (scende al 20,3%) così come M5s che va sotto il 13%. Torna a salire il partito di Meloni (effetto bollo?) che torna al 27,6 dopo tre mesi di calo. Scende ancora la Lega (5,3%), un nuovo minimo mentre è stabile Fi al 7,3%. La novità è che Roberto Vannacci non cresce più. E questa è una buona notizia per Matteo Salvini, Antonio Tajani e Giorgia Meloni.































