2 Ott, 2026

FlyDubai, il pilota Smit Machchhar: «Non potevo lasciarli morire»

Smit Machchhar

Il comandante Smit Machchhar racconta per la prima volta l’attacco sul volo Dubai-Tel Aviv. Ferito e a terra, riuscì ad aprire la cabina mentre il Boeing perdeva oltre 16 mila piedi, quasi 5 mila metri, in 30 secondi. A bordo circa 170 passeggeri


«Stavo lottando per la mia vita». Per la prima volta Smit Machchhar, il comandante del volo FlyDubai attaccato dal copilota durante la tratta tra Dubai e Tel Aviv, racconta dal letto d’ospedale quei secondi in cui, gravemente ferito, ha capito che l’aereo stava precipitando e che doveva riuscire ad aprire la porta della cabina di pilotaggio.

A bordo c’erano circa 170 passeggeri. Il Boeing 737 Max 8 perse oltre 16 mila piedi, quasi 5 mila metri, in appena 30 secondi durante l’attacco. Machchhar era a terra, ferito dopo essere stato accoltellato dal copilota. Ma è riuscito a raggiungere la porta e ad aprirla, permettendo a passeggeri e membri dell’equipaggio di entrare e sopraffare l’aggressore.

«Ero ferito così gravemente che ero caduto a terra», ha raccontato venerdì Machchhar durante una videochiamata con il primo ministro indiano Narendra Modi, diffusa dal governo di Nuova Delhi. «Ma sapevo che dovevo agire. Sentivo che l’aereo stava scendendo».

«Smit, è l’ultimo sforzo. Fallo»

Machchhar ha 17 anni di esperienza di volo, 11 dei quali da comandante. Nonostante le ferite, ha raccontato di avere percepito immediatamente che cosa stesse accadendo al Boeing.

Mentre era sul pavimento della cabina, si ripeteva: «Smit, è l’ultimo sforzo, fallo. La porta è proprio lì».

Riuscire a raggiungerla significava salvarsi. Ma non soltanto. «Lo stavo facendo per salvare me stesso», ha raccontato. «Ma sapevo anche che non potevo lasciarli morire tutti».

È il passaggio decisivo di una vicenda che fino a questo momento era stata ricostruita soprattutto attraverso le testimonianze dei passeggeri e le dichiarazioni delle autorità. Adesso è il comandante a raccontare dall’interno della cabina i momenti in cui il volo rischiò di trasformarsi in una catastrofe.

La caduta di quasi 5 mila metri in 30 secondi

Secondo le autorità israeliane, il copilota avrebbe tentato di far precipitare volontariamente l’aereo dopo avere accoltellato Machchhar. Gli investigatori stanno però ancora cercando di ricostruire la dinamica completa dell’attacco e soprattutto il movente.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il copilota avrebbe subito un «indottrinamento islamista», senza fornire ulteriori elementi a sostegno dell’affermazione. Le motivazioni dell’aggressore restano dunque oggetto dell’indagine.

Nel frattempo il Boeing stava perdendo quota a una velocità impressionante: più di 16 mila piedi in mezzo minuto.

Una volta aperta la porta della cabina, passeggeri e membri dell’equipaggio sono riusciti a immobilizzare l’aggressore. Due persone a bordo con esperienza di volo hanno poi contribuito a portare l’aereo fino all’atterraggio in Arabia Saudita.

Il comandante ricoverato negli Emirati

Machchhar è stato inizialmente ricoverato in Arabia Saudita e successivamente trasferito negli Emirati Arabi Uniti. Durante la conversazione con Modi ha spiegato di essere assistito adeguatamente e di ricevere buone cure.

In India il comandante è diventato il simbolo della tragedia evitata. «Il suo coraggio e la sua presenza di spirito, la decisione presa in una frazione di secondo, hanno salvato così tante vite», gli ha detto Modi durante la videochiamata. «Ha reso orgoglioso l’intero Paese».

Ma nel racconto di Machchhar non c’è l’immagine di un uomo che pensa di compiere un gesto eroico. C’è quella di un pilota gravemente ferito, steso sul pavimento della cabina mentre sente il suo aereo precipitare e vede a pochi passi la porta che può ancora permettere agli altri di entrare. «Sapevo che dovevo agire».

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA