30 Set, 2026

Meloni blinda il Melonellum, telefonate alle deputate: «Garantisco io»

Giorgia Meloni

Oggi in aula alla Camera il Melonellum. Meloni consapevole che Tajani e Salvini non hanno il controllo totale sui gruppi. Zangrillo (Fi): «Serve rinnovamento». Domani il primo voto segreto sulle pregiudiziali di incostituzionalità. Vannacci voterà contro


Si erano riuniti, come ogni lunedì, per fare qualche passo avanti sui candidati-sindaco, specialmente a Milano. Più altre ed eventuali, una su tutte la compattezza del voto sulla legge elettorale. Sul candidato sindaco tre erano le proposte all’ingresso e tre sono rimaste all’uscita.

Circa la legge elettorale, è finita che «ok faccio da sola», ovvero la premier sta chiamando una per una le deputate di maggioranza – oltre cento nominativi – per rassicurarle e assicurarsi che nessuna faccia scherzi. In realtà Giorgia Meloni avrebbe preferito che di queste rassicurazioni si fossero incaricati i segretari, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Ma è andata a sbattere contro un’altra evidenza di questo fine legislatura: i gruppi parlamentari non rispondono più come dovrebbero ai rispettivi leader. Tanto vale fare da sola.

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Così, nelle pieghe del bilaterale a Praga con il presidente euroscettico Andrej Babis per fare asse a Bruxelles e ottenere uno stop agli Ets che restano il principale strumento europeo contro gas ed emissioni, la premier Meloni si è messa a fare una serie di telefonate che andranno avanti molto probabilmente anche tutto oggi e domattina e ancora fino al 7 ottobre.

Il messaggio è semplice e diretto e suona più o meno così: «Collega ciao, ti chiamo per rassicurarti circa la tua presenza in lista, io stessa ne sarò garante quando andremo a fare le liste di assicurare l’alternanza di genere». La premier-telefonista non è un inedito. Silvio Berlusconi, di cui ricorreva ieri il novantesimo compleanno, è stato il maestro di questo genere. A modo suo, ovvio.

Due voti segreti e nessuna terza via

Oggi arriva in aula la legge elettorale per quello che dovrà essere il suo terzo e ultimo passaggio. In quella stessa aula della Camera dove due mesi e mezzo fa 37 franchi tiratori bocciarono le preferenze. Oggi non esiste una terza via: il Melonellum diventa legge oppure viene bocciato.

Non è previsto un altro tentativo, ha chiarito la premier ai suoi alleati. Un altro tassello incastrato nel grande puzzle del finale di questa legislatura.

Oggi la discussione generale, domani a fine mattinata il primo dei due voti segreti (il secondo sarà quello finale il 7 o 8 ottobre) che agitano il passaggio finale della legge. Domani si voteranno le pregiudiziali di costituzionalità che sono tante e pesanti stando almeno a quanto è venuto fuori dalla discussione in Commissione Affari costituzionali.

C’è la questione di genere, ovvero la certezza per le opposizioni e anche per molte deputate di maggioranza che la regola dell’alternanza uomo-donna al 60-40% non venga rispettata nella sostanza nonostante la forma. La questione dell’alto numero di firme – 6000 per collegio contro le 1500 attuali – «un numero irragionevole che altera la competizione elettorale in modo grave ed inaccettabile» dice il dem Federico Fornaro, mattatore in Commissione.

E ci sono altri due macigni: il premio (70 deputati e 35 senatori a chi raggiunge il 42%) e l’indicazione del nome del premier nel programma, un punto questo «chiaramente lesivo delle prerogative del Capo dello Stato» secondo molti costituzionalisti e le opposizioni.

È un tris di motivi che – assicura Riccardo Magi di +Europa tra una pausa e l’altra dei lavori in Commissione – «farà andare questa legge a sbattere contro il verdetto della Corte tra gennaio e febbraio». I ricorsi sono pronti, potrebbero partire già l’8-9 ottobre in modo da accelerare ai primi dell’anno nuovo il verdetto della Consulta. È un altro passaggio che la premier non può sottovalutare: una legge bocciata anche solo in parte non sarebbe il migliore finale di legislatura.

I mal di pancia nella maggioranza

A mettere sul chi va là la premier ci sono anche i tanti, troppi mal di pancia nella sua stessa maggioranza. I soci, per quanto junior, sono in difficoltà di idee, consenso e leadership. La Lega è alle prese con un congresso (24-25 ottobre) che, causa regole interne, blinderà ancora di più Matteo Salvini motivo per cui la fronda del nord si è rassegnata ancora una volta a non presentare un candidato.

«Finiremo al 4%», la prospettiva amara, quasi rassegnata di molti leghisti del nord. Salvini non ha capito che un suo passo di lato per lasciare il posto ad un governatore del nord sarebbe una iniezione di fiducia e di prospettiva. Un’intera estate per farglielo capire ma non c’è stato nulla da fare.

Non è messa meglio Forza Italia. Proprio ieri il ministro della Funzione Pubblica Paolo Zangrillo ha ricordato che «il partito deve essere aperto all’innovazione sia sotto il profilo dei programmi, delle persone e della leadership. È un impegno che il partito deve assumere perché ci avviamo verso una campagna elettorale importante e dobbiamo convincere i cittadini che siamo una forza politica viva».

Zangrillo è uno dei ministri che chiedono da tempo il rinnovamento, come Marina Berlusconi e Pier Silvio Berlusconi. Il rinnovamento non si vede. E neppure l’assegno per la fideiussione che tiene in vita il partito ieri impegnato nel ricordare i 90 anni di Silvio Berlusconi.

Aggiungiamo a tutto questo che Lega e Forza Italia hanno capito che se andrà bene sarà eletta in Parlamento circa la metà della squadra attuale. Fratelli d’Italia ha capito che 2/3 dei candidati dovranno andare a cercare i voti casa per casa, con le preferenze. Insomma, a bene sentire, non ce n’è uno in questo Parlamento a cui veramente piaccia il Melonellum. Meglio la legge attuale, dicono. Due junior partner alle prese con questi marosi non sono indizio di forza e compattezza. Al netto di Roberto Vannacci e della sua «sporca dozzina».

Il magic number è 36

Per tutto quanto sopra, poiché non può fallire anche in questa riforma, Giorgia Meloni ha dato disposizioni chiare: il voto sarà controllato dalle tribune in alto e le dita della mano dovranno restare fuori dalla buchetta del voto. Tranne l’unica impegnata sul tasto del Sì. Il magic number è 36 (la maggioranza è 235 su 400): questi i deputati di maggioranza necessari per far saltare il Melonellum. Ieri il barometro degli umori parlamentari diceva che «con tutto questo terrore, la legge passerà. Ma si andrà a votare presto perché così è impossibile andare avanti».

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