A Metz, nella terra di Robert Schuman, Leone XIV interroga l’Europa sulla guerra e sulla pace: no alla corsa agli armamenti, ma anche a un «ingenuo irenismo». Sullo sfondo la domanda decisiva: quale difesa e quale ruolo per l’Europa nel nuovo ordine mondiale
A Metz, nel Centro Congressi intitolato a Robert Schuman, Leone XIV ha dedicato uno dei discorsi più significativi del suo viaggio apostolico in Francia di questi giorni. Il luogo, naturalmente, conta.
La Mosella è una terra di frontiera, passata nel corso della storia recente attraverso sovranità diverse. Una vicenda che segnò profondamente anche la biografia politica di Schuman, destinato a fare della riconciliazione franco-tedesca uno dei cardini del progetto europeo e a tradurla nella Dichiarazione del 9 maggio 1950, atto d’avvio del processo d’integrazione europea.
Il Papa torna dunque alle origini dell’Europa comunitaria per interrogare un continente nel quale, ottant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la guerra è nuovamente una realtà.
L’«illusione del riarmo» e l’«ingenuo irenismo»
Il cuore politico del discorso è la pace. Leone XIV insiste sul dialogo, sulla negoziazione e sulla disponibilità a sacrificare alcune posizioni in vista di un bene superiore, ma introduce immediatamente una precisazione importante: la ricerca della pace, afferma, non deve essere confusa con un «ingenuo irenismo».
Subito dopo riprende Schuman: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano». Tuttavia il Papa aggiunge anche che occorre guardarsi dall’«illusione del riarmo» e domanda se l’aumento delle capacità militari sia accompagnato da un autentico lavoro politico per la pace oppure serva soltanto a prepararsi meglio alle guerre future.
Come si custodisce la pace quando è minacciata
Questa tensione va interrogata. Leone XIV si esprime con chiarezza contro l’«illusione del riarmo» e non offre alcuna giustificazione di una corsa agli armamenti europea. Al tempo stesso, però, il suo rifiuto di un «ingenuo irenismo» e il richiamo ai «pericoli» che minacciano la pace impediscono di considerare esaurita la questione con il solo auspicio del disarmo.
Resta infatti aperto un problema che il Pontefice non pretende di risolvere, ma che la politica non può eludere: come si custodisce la pace quando essa è minacciata da soggetti che non condividono gli stessi vincoli? Non a caso, nell’ambito di un richiamo al diritto internazionale, il Papa ricorda il principio “pacta sunt servanda”: i patti devono essere rispettati.
Da qui anche l’elogio del multilateralismo e dell’eguaglianza degli Stati, opposti alla volontà di dominio. Ma è lo stesso Pontefice a registrare il deterioramento del quadro internazionale, osservando che oggi il valore della parola data viene sempre più spesso disprezzato.
Quando il diritto incontra la forza
Ed è qui che il discorso religioso incontra inevitabilmente la domanda politica. Come si protegge un ordine fondato sul diritto quando qualcuno tenta di modificarlo mediante la forza? La storia europea del Novecento impedisce di liquidare il problema con formule troppo semplici.
L’Europa nata dopo il 1945 è certamente figlia del rifiuto della guerra, ma è anche figlia della sconfitta militare dei totalitarismi che avevano travolto l’ordine giuridico europeo. Questo non autorizza a fare della forza il principio delle relazioni internazionali. Allo stesso tempo, un ordine giuridico incapace in ogni circostanza di difendersi rischia di essere consegnato a chi lo vuole smantellare. In questo quadro anche l’ammonimento contro il riarmo può essere preso sul serio senza farne un’alternativa astratta alla difesa.
Il primo nodo: una vera difesa europea
La domanda decisiva, infatti, non riguarda soltanto quante risorse l’Europa debba destinare alla sicurezza, ma quale soggetto debba disporne, secondo quale strategia e per quale idea delle relazioni internazionali. Ventisette Stati che aumentano parallelamente le proprie spese militari restano ventisette politiche di difesa.
Una vera difesa europea presupporrebbe invece una politica estera comune, una definizione condivisa delle minacce e soprattutto una concezione comune del fine per il quale la forza può essere impiegata. Questo è il primo nodo sulla difesa europea.
Il secondo nodo: quale Europa
Sul piano internazionale, intanto, si afferma sempre più una concezione nella quale grandi potenze rivendicano sfere di influenza entro cui agire in autonomia rispetto a regole e vincoli comuni, sostituendo il multilateralismo con un multipolarismo della potenza.
Qui si pone il secondo nodo: l’Europa vuole diventare semplicemente un altro polo della competizione internazionale, oppure acquisire gli strumenti necessari a difendere un ordine nel quale anche la forza resti comunque sottoposta al diritto? La differenza non è marginale, perché riguarda il fine prima ancora che i mezzi. In queste due alternative si gioca anche una parte essenziale dell’identità europea.































