Un cenacolo originale nato nel 1919 dopo il patto per le idee di sette grandi artisti
Aveva tra le mani un piccolo scoop, una notizia confidata da un amico. Ma il guizzo nei suoi occhi fu spento dalla voce implorante del suo interlocutore, pentito di essersi fatto sfuggire la notizia: “Ti chiedo due mesi di silenzio, almeno fino a quando la Compagnia avrà lanciato il suo proclama alle torbe napoletane … Prometto: sarai il primo”. In nome dell’amicizia il giornalista capitolò. Poi nel maggio del 1919 ecco un foglio color cielo firmato “I sette” che segna il battesimo della “Compagnia degli Illusi”. Il proclama è sulla scrivania di molte personalità napoletane fra letterati, pittori e musicisti.
Così il 3 maggio 1919 sul “Giorno”, quotidiano di Matilde Serao (che nel 1921 farà parte con Sibilla Aleramo della Compagnia) Filippo Criscuolo può presentare finalmente il gruppo “Degli Illusi”.
E delinea il profilo di questa associazione, pubblicando il proclama dei suoi sette fondatori, redatto da Mario Venditti “un giovane e grazioso letterato” dallo stile “elegante e scherzoso”.
Chi sono i primi Illusi? La fonte di Criscuolo è sicura: i sette sono la baronessa Soulier, Maria de Sanna, Federico Ravelli, Salvatore Gaetani, Mario Venditti, Aldo Arlotta e Gianni Serra Cassano. La compagnia ha un’autorità super partes: il triumvirato di onore composto da Benedetto Croce, Corrado Ricci e Pietro Mascagni.
La Napoli degli Illusi
Sono anni in cui il fermento intellettuale ruota intorno a figure insigni come il filosofo Benedetto Croce, che rappresenta la tradizione della sua città e il suo spirito critico. Ma ci sono anche personaggi controcorrente, come coloro che danno voce al futurismo, con le animate conferenze di Filippo Tommaso Marinetti e numerose mostre d’arte. Nello stesso ambiente possono quindi incontrarsi la tradizione crociana, il modernismo, il futurismo, l’esoterismo e, verso la fine di quest’esperienza poco più che ventennale, anche la cultura del fascismo.
Insomma, non si tratta di pivellini: sono intellettuali, conoscono altri storici sodalizi come l’Accademia degli Infiammati, sorta a Padova nel Cinquecento, come quella romana “dei Begli Umori”, in voga nel Seicento e quella teatrale “Dei Sonnecchiosi” attiva per pochi anni a Bologna. Il nome scelto per la Compagnia napoletana è nel solco del Romanticismo. C’è un pensiero di Giacomo Leopardi a cui sembrano richiamarsi:
“Senza le illusioni non ci sarà quasi mai grandezza di pensieri, né forza, impeto e ardore d’animo, né grandi azioni che per lo più son pazzie”.

Gli Illusi sono un circolo di artisti e di mecenati, nati per dare un nuovo impulso alle arti e alla letteratura di una città appena uscita dall’angoscia della prima guerra mondiale. Seguono un sogno. Il loro breve statuto, datato “fra le prime violette del 1919”, stabilisce una gerarchia degli iscritti: “adepti”, “neofiti” e “illuminati”. L’ideale è altro: creare un cenacolo di artisti che incoraggi ingegni e forme d’arte in embrione e si faccia conoscere dalla città; avvicinare l’aristocrazia del pensiero a quella di sangue.
Nel Palazzo Nobile, tra arte e mecenati
La sede della Compagnia degli Illusi è nel Palazzo Nobile di via Crispi, nel rione Amedeo. Il grande salone, al piano terra, è destinato alle mostre personali, alle conferenze. Tutte le decorazioni sono realizzate dal pittore Ezechiele Guardascione che già aveva ornato il Palazzo degli Orsini in via Monteoliveto. È disposta una “tassa di ammissione dei non artisti”, ma guai a chiamarla quota associativa (“gretta istituzione”). Gli artisti, invece, “pagano un tributo con la propria arte” (un copione, un dipinto, uno spartito). Con pochi soldi cominciare non è facile e per acquistare sedie, tavolini e le prime lampade è stato necessario fare una cambiale di 6.000 lire, estinta solo nel 1921.
L’attività è multidisciplinare: teatro, musica, arte, conferenze, libri e ogni mese un bando per cantanti, autori di testi o pittori. È prevista anche una biblioteca per i soci che desiderano “rifugiare lo spirito tra palinsesti, papiri e codici dei quali tuttavia – ammonisce il programma – saranno rigorosamente vietati ai sensi delle vigenti grida il trafugamento e l’asportazione”.
“Gli Illusi” accendono l’attenzione sui nuovi talenti, con grande fantasia. Si pensi alla sfida fra 17 pittori chiamati a ritrarre 17 modelle, con l’abbinamento artista-modella fatto per sorteggio. Questo clima di fermento culturale con audizioni, bandi e proposte di mostre, conferenze, letture, spettacoli di musica e teatro, anima la gioventù cittadina.
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Da Rosi a Napolitano, i ragazzi di Chiaia
Anche “i ragazzi di Chiaia” (Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio Ghirelli e Raffaele La Capria) sono assidui frequentatori del Palazzo Nobile. A loro si unisce spesso un giovanotto di un anno più grande, Giorgio Napolitano. Quattordici anni dopo la sua nascita, “La Compagnia degli Illusi” fa ancora notizia. Non solo per le sue iniziative, quanto per l’inarrestabile attività: “nella vita intellettuale napoletana questo sodalizio è riuscito a stabilire un’utile affiatamento favorendo quella comunione spirituale che giova all’elevamento della cultura, accalda entusiasmi per ogni manifestazione di arte e valorizza, attraverso questo movimento, le migliori energie nei vari settori del pensiero”, si legge nell’articolo di Francesco Stocchetti pubblicato dal Mattino il 9 dicembre 1933.
Pompei, poi l’ombra del fascismo
Agli “Illusi” si deve anche il restauro del teatro di Pompei, con il coinvolgimento dell’Alto Commissario e la Sovrintendenza dell’Arte antica e degli Scavi. Obiettivo è una programmazione simile a quella del teatro greco di Siracusa, con spettacoli classici, promossi dalla “Compagnia”. Il progetto va in porto e una delle serate più importanti nel rinato Teatro Grande di cui parla tutta la stampa è la rappresentazione dell’“Alcesti” di Euripide, il 12 maggio 1927. Regia e traduzione sono affidate a uno dei massimi grecisti italiani, Ettore Romagnoli. Tra il pubblico, c’è il re Vittorio Emanuele III.
Nel 1934 gioie e dolori per “Gli Illusi”, promotori anche di un’edizione dei “Canti leopardiani”, ma anche “attenzionati” dal regime fascista, come rivelano i documenti della Prefettura e della Questura conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, e in particolare, una relazione “riservatissima e urgente” del questore datata 1º luglio 1934, in cui si accusa il sodalizio, composto da 773 soci (con maggioranza femminile) di essere frequentato da persone desiderose soprattutto di mettersi in mostra. Un pretesto: la vera preoccupazione è per il consenso che la Compagnia raccoglie nell’alta società partenopea. Sopprimerla? Impopolare, meglio appropriarsene.
Così nel 1935 il fascismo la trasforma in “Compagnia degli Artisti”, animata fra gli altri dal padre del futurismo Filippo Tommaso Marinetti, dalle conferenze di Mattia Limoncelli, avvocato e critico d’arte, dell’archeologo Amedeo Maiuri e dall’architetto e storico dell’arte Roberto Pane.
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La fame di verità e di cultura
Cala il sipario sugli artisti emergenti, ma per fortuna molti di loro sono diventati grandi talenti nel cinema, nel giornalismo, nel teatro. “La nostra fu una giovinezza vissuta dentro il fascismo, ma con una fame disperata di verità e di cultura che il regime cercava di soffocare – si legge nel libro-intervista “Io lo chiamo cinematografo” di Francesco Rosi – … cercavamo il cinema che non ci facevano vedere. La nostra vera educazione è nata da quella resistenza culturale, dal rifiuto di conformarsi a un pensiero unico … Che spettacoli metteva in scena la Compagnia degli illusi? C’erano commedie, e atti unici scritti da Peppino Patroni Griffi, da Antonio Ghirelli. Anche Giorgio Napolitano ne aveva scritto e diretto uno… Il pubblico ci seguiva, partecipava. Io ho recitato, ho scritto qualcosa, non ho mai fatto regie.”
Aveva ragione Stocchetti a commentare:
“Quando a Napoli si fa qualcosa di veramente buono non è difficile farla andare avanti e bene”.

























