Lettere oltre il tempo. Ai grandi del passato, per parlare agli uomini di oggi
Caro Rosario, ti scrivo alla vigilia del 21 settembre, e tu sai perché. Ai miei lettori devo spiegarlo: il calendario ha fatto una cosa strana. Il giorno in cui la Chiesa ricorda san Matteo, l’esattore delle tasse che Gesù chiamò dal suo banco, è lo stesso giorno in cui, nel 1990, ti hanno ucciso su una strada tra Canicattì e Agrigento. Avevi trentasette anni; ne avresti compiuti trentotto dodici giorni dopo. Andavi al lavoro da solo, come tante altre mattine. Gli uomini della Stidda ti aspettavano.
Con te ho una confidenza che con gli altri illustri non ho: ho passato anni sulle tue carte. Da postulatore ho dovuto conoscerti quasi come si conosce un imputato, cercando anche la prova contraria, domandandomi se la fede che ti attribuivano fosse davvero una ragione dell’odio che ti tolse la vita o un ornamento aggiunto dopo. La prova contraria non l’ho trovata e il 9 maggio 2021 la Chiesa ti ha proclamato beato ad Agrigento. Quello che forse non sai è che, in quegli anni, ho finito per volerti bene come a un figlio più giovane che ti ha superato.
Di te dirò pochissimo, perché tu stesso non amavi che si parlasse di te. Eri magistrato ad Agrigento; andavi al lavoro senza scorta e sulle agende scrivevi tre lettere: S.T.D., sub tutela Dei. Al mattino, prima del tribunale, ti fermavi in chiesa. Basta così.
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Matteo al banco delle imposte, tu al banco della giustizia
E ora Matteo. I miei lettori lo conoscono forse soprattutto per Caravaggio, a San Luigi dei Francesi, a Roma: una stanza in penombra, un tavolo, le monete; poi, da destra, un dito che chiama e una lama di luce. Matteo sta al banco delle imposte. Un pubblicano: per i suoi contemporanei un uomo che riscuoteva per Roma e che nessuna persona perbene avrebbe scelto come modello. Gesù passa e gli dice una sola parola: «Seguimi». Matteo si alza e lo segue. Un versetto e mezzo.

C’è una cosa che vi accomuna. Tu ricevesti la Confermazione il 29 ottobre 1988: da adulto, da magistrato, meno di due anni prima di morire. Matteo fu chiamato da adulto, con il banco già avviato. C’è un sì che si dice da ragazzi e un sì che si dice quando si conosce già il peso della vita. Il tuo fu anche questo secondo sì.
Perché vi metto insieme? Perché siete tutti e due uomini di banco: Matteo al banco delle imposte, tu al banco della giustizia. Tutti e due con la legge tra le mani. Ma il punto vero è un altro. Matteo, per seguire Cristo, ha dovuto lasciare il banco. Tu, per seguirlo, ci sei rimasto. Il Signore a volte chiede di alzarsi e a volte chiede di restare seduti dove si è. E la seconda cosa può essere più difficile, perché non ha il fascino della partenza. Ha soltanto la fatica del lunedì.
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La fatica di essere fedeli al proprio posto
Nel quadro di Caravaggio c’è un particolare che molti turisti perdono. Una mano di Matteo sembra portarsi al petto: Io? Proprio io? L’altra è ancora lì, vicina alle monete. Mi piace pensare che tu conoscessi quella domanda. Perché non si decide una volta per tutte di essere fedeli al proprio posto: bisogna ricominciare la mattina dopo. E poi quella dopo ancora. Tu lo avevi capito.
In una conferenza a Canicattì spiegasti che il compito del giudice è decidere; decidere significa scegliere e proprio nell’atto del decidere il magistrato credente può trovare un rapporto diretto con Dio. È un pensiero formidabile: non soltanto pregare prima di lavorare, ma fare del lavoro una forma della propria risposta a Dio. Dicevi anche che il magistrato credente trova la propria indipendenza nella dipendenza da Dio.
Sembra un paradosso. Forse Matteo l’avrebbe capito bene. Lui dipendeva da Roma e dal denaro; diventò libero quando accettò di dipendere da uno che non gli prometteva né carriera né sicurezza. E tu sapevi che l’indipendenza del magistrato non finisce sulla porta dell’ufficio. Un giudice è giudice anche quando nessuno gli mette davanti un fascicolo. La sua credibilità passa dalla sentenza, certamente, ma anche dalla vita.
C’è poi una frase di Matteo che un giudice potrebbe trovare perfino imbarazzante: «Non giudicate, per non essere giudicati». Tu giudicavi per mestiere. Ma Gesù, nella stessa pagina, parla della pagliuzza e della trave. Non proibisce di distinguere il bene dal male né di accertare responsabilità; proibisce all’uomo di mettersi al posto di Dio nel giudicare il cuore dell’altro. Tu hai esercitato la giustizia per anni senza, che io sappia, disprezzare un uomo. Il colpevole rimaneva una persona. È una distinzione piccola soltanto sulla carta.
La giustizia che non dimentica l’uomo
Ancora Matteo ci ha conservato le parole: «Misericordia io voglio e non sacrifici». Gesù le pronunciò proprio mentre veniva rimproverato perché sedeva a tavola con pubblicani e peccatori. Tu hai lasciato un’altra frase che ormai cammina da sola: alla fine non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili. La misericordia non cancella la giustizia. Le impedisce di dimenticare l’uomo.
E poi c’è una pagina di Matteo che ogni giudice potrebbe leggere prima di sentenziare, perché lì accade una cosa curiosa: il giudice diventa imputato. È il capitolo venticinquesimo. Il Re separa gli uni dagli altri e il codice è sorprendentemente breve: avevo fame, avevo sete, ero straniero, ero nudo, ero malato, ero in carcere. Chi ha giudicato gli altri scopre che un giorno sarà giudicato. E il codice, alla fine, è la carità. Tu questo lo sapevi.
Matteo ha messo all’inizio del suo Vangelo anche due beatitudini che sembrano scritte per entrare in tribunale: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» e «Beati i perseguitati per la giustizia». Le ha tramandate un uomo che aveva conosciuto la legge dal banco delle imposte. Le ha vissute, molti secoli dopo, un magistrato siciliano che alla legge ha consegnato la propria coscienza.
Soli davanti agli uomini, non davanti a Dio
C’è infine la solitudine. Tu ne conoscevi il peso. Chi deve decidere ascolta molti, legge molto, valuta molto; poi arriva un momento nel quale la firma è una sola. Matteo, il giorno della chiamata, fece una cosa semplice: aprì casa e invitò Gesù a tavola con gli altri pubblicani. La sua vocazione cominciò in mezzo a una cena rumorosa. Tu, invece, tante mattine ricominciavi nel silenzio di una chiesa. Due modi diversi di non essere soli. E forse hai lasciato proprio questo ai magistrati che oggi guardano a te: si può essere soli davanti agli uomini senza esserlo davanti a Dio.
L’ultima riga del Vangelo di Matteo è una promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Tu l’avevi quasi abbreviata in tre lettere sul margine delle tue carte: S.T.D. – Sub tutela Dei. Sotto la tutela di Dio. Il Signore, quando fa i calendari, qualche volta mette vicine le date perché siamo noi ad accorgercene.
Il patrono dei magistrati
Ti scrivo proprio quest’anno anche per un’altra ragione. Nel maggio scorso i vescovi italiani hanno espresso all’unanimità parere favorevole alla richiesta di proclamarti patrono dei magistrati italiani; ora si attende la conferma del competente Dicastero. Io, che ho lavorato perché la Chiesa riconoscesse il tuo martirio, ho una preoccupazione da vecchio: che ti facciano diventare una statua. Un patrono non è un premio dato a una categoria. È una forma interiore proposta a chi vuole guardarla. Se sarai patrono dei magistrati, siilo come eri giudice: senza clamore, al tuo posto, con quelle tre lettere sul margine. Che ti ricordino soprattutto quando devono decidere e sanno che la decisione costerà. Non soltanto quando devono inaugurare qualcosa.
E un’ultima cosa, Rosario. Questa è per me. Anche noi vescovi stiamo a un banco. Si chiama cattedra e qualche volta rischiamo di sederci troppo comodi. Tu firmavi sapendo che la firma poteva costarti la vita. Noi firmiamo lettere pastorali sapendo che nessuno le leggerà; e quando una firma costerebbe davvero qualcosa, troppo spesso preferiamo non firmare.
Matteo si alzò. Tu restasti. E lo faceste per la stessa voce. Insegnami a distinguere quando il Signore chiede di alzarsi e quando chiede di restare. A settantanove anni non l’ho ancora imparato del tutto.
Sub tutela Dei. C’eri tu. E ci sei.
Il tuo postulatore, che ormai ti deve più di quanto tu debba a lui.
Arcivescovo emerito
di Catanzaro-Squillace
Postulatore della Causa di beatificazione
e canonizzazione
del Beato Rosario Angelo Livatino

























