Von der Leyen rilancia la sovranità europea e apre al Canada di Carney. Ma autonomia strategica, rapporti con gli Usa e Nato pongono una domanda: l’Europa ha ancora il tempo e la forza politica per cambiare?
Giornate storiche nell’emiciclo di Strasburgo? I prossimi mesi ce lo diranno. Per ora è possibile affermare che nel discorso di Ursula von der Leyen e nell’intervento del primo ministro canadese Mark Carney sono contenuti molti degli elementi di forza e debolezza dell’Unione europea nel rapportarsi all’attuale drammatica congiuntura globale.
La prima forza è senza dubbio condensata nell’affermazione iniziale di von der Leyen quando ha esplicitamente parlato della sovranità europea come dell’unica possibile nel «mondo dei predatori» di questo primo quarto del XXI secolo.
I sovranismi nazionali, quale che sia la loro declinazione, non hanno possibilità di competere con i grandi players globali, a maggior ragione nelle dinamiche conflittuali e di dissoluzione del multilateralismo in atto.
L’esaurirsi del rapporto euro-atlantico
La seconda forza è nella definitiva presa d’atto dell’esaurirsi del rapporto euro-atlantico così come si è sviluppato in tutta la prima parte di evoluzione del processo di integrazione europeo. Nel momento in cui cita come minaccia esistenziale per l’Ue l’aggressione russa all’Ucraina e quella ventilata da Trump alla Groenlandia, von der Leyen muove nella direzione di un passo definitivo e concreto nel ripensamento del rapporto tra le due sponde dell’Atlantico.
E lo ribadisce quando afferma che Ue e Canada condividono una certa definizione di democrazia, dai contenuti valoriali non negoziabili, sottintendendo che lo storico alleato pare non condividerli più. Questo secondo punto di forza, però, finisce anche per evidenziare le prime debolezze. E la prima di queste riguarda proprio l’incapacità europea di ripensare la sua missione e il suo funzionamento politico istituzionale una volta entrata nell’epoca bipolare.
Averne progressivamente preso atto, in maniera traumatica in particolare dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è sicuramente un’ottima notizia. Siamo certi, però, di non essere fuori tempo massimo?
La «carta canadese»
E qui si può collegare la «carta canadese». L’invito a Carney e il discorso dello stesso capo di governo di Ottawa costituiscono un ottimo e anche potente messaggio politico. Per molti aspetti si tratta di un passo ulteriore dopo il rivoluzionario intervento dello stesso Carney al forum di Davos dello scorso gennaio.
La dimensione simbolica è notevole: l’Unione europea che, grazie all’attivismo di von der Leyen, si è mossa per chiudere una serie di nuovi accordi commerciali come risposta all’aggressività in materia di dazi di Trump, come pensa di fare ora questo salto di qualità politico? Che cosa significa concretamente la proposta a Carney di fare del Canada il «primo nuovo membro associato» dell’Ue?
E, ancora un altro elemento di possibile debolezza: nel suo intervento Carney ha accettato con entusiasmo la mano tesa da von der Leyen, ma ha anche ribadito che l’obiettivo non è quello di creare una «terza forza», cioè un’alleanza in grado di controbilanciare il nuovo potenziale bipolarismo Usa-Cina. E proprio su questo ultimo punto non poco pesano e peseranno le minacce già giunte dalla Casa Bianca.
La sfida dell’autonomia strategica
Sempre in questo gioco di chiari e di scuri, si può individuare anche un terzo punto di forza nel discorso di von der Leyen. Si tratta di quello che ha toccato i temi della sicurezza, della strutturazione di un’autonomia strategica europea, da allargare a una potenziale nuova alleanza delle medie potenze.
Di una certa rilevanza sono stati i richiami a un articolo 4 dell’Ue (sul modello dell’articolo 4 della Nato che prevede l’obbligo di consultazione politica tra i Paesi membri in caso di minaccia a uno di essi) e a un futuro Consiglio di sicurezza europeo composto dai Paesi Ue più Regno Unito, Canada e Norvegia, con interessanti ricadute prima di tutto per l’area dell’Artico con le sue rotte decisive nei prossimi anni. Ma anche su questo punto si annida una dimensione non trascurabile di debolezza. Come si rapporta tutto ciò con la Nato e il suo comando integrato? E ancora.
Un eventuale articolo 4 dell’Ue come si rapporterebbe con l’attuale 42.7 del Trattato di Lisbona (che prevede assistenza reciproca intergovernativa in caso di minaccia a uno dei Paesi membri)?
E infine tutto ciò in che maniera si connette con il tema dei necessari «abilitanti strategici» citati da von der Leyen? E ciò in maniera meno tecnica significa come potrà il continente europeo surrogare il progressivo disimpegno statunitense dei prossimi mesi, in assenza o comunque di fronte all’oggettiva difficoltà di autonomizzarsi da sistemi informativi satellitari e logistica avanzata oggi garantiti dagli Usa?
La forza politica per imporre la svolta
Obiezioni troppo tecniche? Nessuno vuole sottostimare l’importanza politica e l’afflato simbolico della doppia giornata nell’emiciclo di Strasburgo. Vi è, però, un’ultima riflessione di natura istituzionale che non può essere evitata. Il discorso sullo stato dell’Unione, introdotto dal Trattato di Lisbona e pronunciato per la prima volta nel 2010 dall’allora presidente della Commissione Barroso, è un bilancio su ciò che la Commissione ha implementato e di contestuale presentazione di progetti futuri. Il tutto di fronte al Parlamento europeo, unico organo istituzionale che gode di legittimazione democratica diretta.
È necessario però ricordare che la presidenza della Commissione non esercita poteri assimilabili a quelli del capo di un governo parlamentare, ma resta la testa di un esecutivo comunitario che risponde al Parlamento quanto ai capi di Stato e di Governo, che scelgono il presidente della Commissione stessa. La presidenza della Commissione in generale, e nello specifico von der Leyen, non ha una legittimazione propria. E qui dal tecnico ci si sposta inevitabilmente sul piano politico: la progettualità futura meritoriamente avanzata e descritta in un discorso di indubbio valore simbolico da von der Leyen è stata concordata prima di tutto con i capi di Stato e di governo?
Avrà la forza politica per imporsi? E l’attuale emiciclo di Strasburgo, sempre più frammentato e litigioso anche nel sostegno alla stessa von der Leyen, sarà in grado di sostenere con forza la svolta politica potenzialmente radicale sottesa alle parole della presidente della Commissione?
Il «momento 1789» dell’Europa
Nelle prime righe del suo intervento von der Leyen ha citato Charles Dickens e il suo giudizio sull’Europa dei giorni della Rivoluzione francese. Scriveva il romanziere britannico.
«Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi». La frase descrive bene la cesura periodizzante del 1789, ma è altresì adeguata per riflettere sui nostri complessi anni. Oggi l’Ue vive un «momento 1789».
Deve trovare la forza politica per coglierne le opportunità e limitarne al minimo le conseguenze nefaste.





























