5 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

5 Set, 2026

Femminicidi, solo 8 casi contestati su 34 donne uccise: perché la legge non funziona

Lorena Isceri

Il femminicidio è reato autonomo dal dicembre 2025, ma nei primi sei mesi dell’anno è stato contestato meno di una volta su quattro. Pochi fondi, denunce che non bastano, braccialetti elettronici e segnali di rischio ignorati: dove si inceppa il sistema di protezione


Ieri Lorena Isceri, 45 anni, è stata gettata da un viadotto dell’A1 dall’ex compagno, dopo aver chiamato il 112 dal bagagliaio dell’auto in cui l’aveva chiusa. Dieci giorni fa Noemi Impellizzeri, 33 anni, è stata trovata impiccata in casa a Riposto: sembrava un suicidio, ora si indaga per omicidio.

Sono solo le ultime vittime di centinaia di casi: alcuni hanno gli onori della cronaca, la maggior parte nemmeno quello. Solo fra gennaio e giugno 2026 in Italia sono state uccise almeno 34 donne, secondo i dati ancora provvisori del Viminale: 27 in ambito familiare o affettivo, 19 per mano di un partner o di un ex. Nel 2025, ad anno chiuso, erano state 111.

Eppure la legge c’è. Dal 17 dicembre 2025 il femminicidio è un reato autonomo, l’articolo 577-bis, punito con l’ergastolo. Nei primi sei mesi di quest’anno è stato contestato otto volte su trentaquattro donne uccise. Meno di una su quattro. Perché la legge non funziona?

Anzitutto perché è arrivata quasi senza soldi. Il Reddito di libertà vale 530 euro al mese per un anno: fra il 2020 e il 2024 quasi metà delle domande, 3.006 su 6.079, è rimasta senza risposta per esaurimento delle risorse. I centri antiviolenza spendono circa 408 euro per ogni donna che li contatta, con finanziamenti che passano dalle Regioni e arrivano a singhiozzo. Denunciare significa uscire di casa. E uscire di casa costa.

Quando denunciare non basta

Non funziona nemmeno per chi denuncia. Nell’unica indagine sistematica mai fatta in Italia, la Commissione parlamentare d’inchiesta ha letto i fascicoli di tutti i femminicidi del 2017-2018: solo il 15% delle donne poi uccise aveva sporto denuncia. Ma chi l’aveva fatto, l’aveva fatto in media 2,3 volte, e nel 79% dei casi aveva messo per iscritto di temere per sé o per i figli. Fra la prima denuncia e la morte passavano in media due anni e quattro mesi.

Nei fascicoli: donne dissuase dal denunciare, ascoltate davanti all’aggressore, maltrattamenti derubricati a lesioni semplici. E le misure che dovrebbero proteggerle arrancano: dopo l’obbligo introdotto nel 2023 le richieste di braccialetto elettronico sono passate da 20 a 500 al mese, e il ministero della Giustizia ha dovuto ricordare per circolare che l’indisponibilità dei dispositivi non può impedire di applicarli.

Gli omicidi calano, quelli delle donne no

Il punto non è che i femminicidi aumentino. È che non calano. Fra il 1992 e il 2018 il tasso di omicidio maschile è precipitato da 4,0 a 0,7 per centomila abitanti; quello femminile da 0,6 a 0,4. L’Italia ha smesso di ammazzare gli uomini per strada e continua ad ammazzare le donne in casa. Non è una buona notizia. Inoltre, un terzo degli uomini che uccidono una donna si toglie la vita subito dopo: l’ergastolo, su di loro, non ha alcuna presa.

I segnali che non vengono riconosciuti

La stessa Commissione ha un capitolo sugli stereotipi nel linguaggio giudiziario, e un altro su come la polizia legge i segnali. Uomini che dichiarano agli agenti di non tollerare che la moglie non rispetti le regole di casa: quella frase, invece di essere letta come indicatore di rischio, è stata ritenuta normale. Non è un’impressione italiana. Dal 2017 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia nove volte per come tratta la violenza di genere, a partire dal caso Talpis. L’impianto normativo, dice Strasburgo, c’è. È l’applicazione che manca.

Intervenire prima dell’omicidio

C’è poi il pezzo meno visibile della protezione: la prevenzione psicologica. Non basta sostenere le vittime: bisogna intercettare e trattare gli uomini che mostrano condotte violente, prima che la spirale arrivi all’omicidio. I centri per uomini autori di violenza esistono e servono a prevenire la recidiva, ma rimangono un pezzo debole del sistema. E poi c’è la scuola, dove l’educazione sessuale e affettiva continua incredibilmente a fare scandalo: come se parlare di consenso, rispetto e violenza fosse più pericoloso che ignorarli.

Quello che chiedono i centri antiviolenza

I centri antiviolenza chiedono tre cose, e sono le stesse da anni. Finanziamenti continuativi invece che a singhiozzo. Formazione obbligatoria per chi raccoglie le denunce: nei quindici fascicoli esaminati dalla Commissione, solo in quattro casi alla donna erano stati indicati i numeri di un centro. E i centri dentro la filiera della protezione, non ai margini: fra le donne poi uccise, appena il 2,5% si era rivolto a uno di loro.

Il 1522 è gratuito, attivo ventiquattr’ore su ventiquattro, e risponde in cinque lingue. L’elenco dei centri antiviolenza è su direcontrolaviolenza.it.

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