5 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Set, 2026

Migranti, cinque Paesi Ue pronti agli hub in Africa entro il 2027. Italia fuori

Il ministro dell'Immigrazione Morten Bodskov

Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia puntano a un accordo con un Paese extra-Ue entro fine anno. Uganda e Rwanda tra i candidati. Roma, che aveva fatto dell’esternalizzazione dei migranti un cavallo di battaglia, non siede al tavolo


La Danimarca ha fissato una data: entro fine 2027 i primi migranti irregolari lasceranno il suolo europeo per centri di rimpatrio in Paesi terzi, molto probabilmente in Africa.

L’annuncio di Morten Bødskov, ministro danese dell’Immigrazione, poche ore prima del vertice dei cinque nella capitale danese. «Abbiamo fatto molta strada, ora siamo più vicini che mai. Si tratta di una pietra miliare verso un sistema di asilo più efficiente. Non accetteremo che stranieri senza permesso vengano premiati rendendo difficile la loro espulsione».

Al tavolo, con Copenaghen, Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia. Obiettivo: accordo con Paese extra-Ue entro fine anno, Uganda e Rwanda candidati principali.

«Insostenibile che migranti senza prospettive di residenza legale paghino ingenti somme ai trafficanti di esseri umani. L’elaborazione delle loro pratiche comporta costi enormi per i paesi dell’Ue, quando a molti non viene concessa la residenza. Inoltre, il viaggio è lungo e pericoloso. I centri di uscita svolgono un ruolo fondamentale: inviano un segnale forte, i migranti non traggono vantaggio dal viaggio verso l’Europa».

La corsa verso l’Africa

Il ministro tedesco Alexander Dobrindt punta a un’intesa entro fine anno con «discussioni tecniche» già in corso. L’austriaco Gerhard Karner: «un partner concreto entro fine anno». L’olandese Bart van den Brink definisce i return hub «il primo passo» verso un sistema in cui l’intera procedura di asilo si svolgerà fuori dall’Europa. Il greco Thanos Plevris: discussioni «sempre più profonde e fruttuose».

«Ci troviamo in una fase decisiva, il dialogo con i Paesi partner procede bene», aggiunge Bødskov. Secondo Deutschlandfunk e Der Spiegel, la scorsa settimana rappresentanti dei cinque Paesi si sono recati in Ruanda per discussioni preliminari. Il ministro degli Esteri ruandese Olivier Nduhungirehe all’AFP: «Visita c’è stata, negoziati in corso».

Tra le opzioni, il centro di transito di Gashora, a 60 km da Kigali, già usato per migranti bloccati in Libia. L’Uganda per un progetto pilota con capacità tra 5mila e 10mila persone, forte dell’esperienza con i due milioni di rifugiati già presenti.

Secondo il quotidiano greco Kathimerini, squadre tecniche dei cinque Paesi si recheranno in Africa entro fine mese per le discussioni finali. Il Kenya, inizialmente preso in considerazione, è stato escluso.

I cinque Stati finanzieranno i centri e forniranno ulteriori incentivi commerciali ai partner. «Non stiamo parlando di campi, ma di opportunità, di una nuova possibilità per i migranti irregolari che non possono tornare nel loro Paese», ha precisato Bødskov. Karner: «Il nostro obiettivo comune è spingere la migrazione illegale verso lo zero».

Il «buco nero per i diritti umani»

Amnesty ha definito i return hub un potenziale «buco nero per i diritti umani», citando Rwanda e Uganda, due paesi con repressioni e violazioni, tra cui la legge anti-LGBTQ+ che prevede la pena di morte per rapporti omosessuali. Eve Geddie: «Trattative basate su asimmetrie di potere, tentativo spudorato dell’UE di sottrarsi alle responsabilità e trasferirle su Paesi del Sud che fanno già più dell’Europa per accogliere rifugiati con meno risorse».

Il Consiglio d’Europa, con O’Flaherty, chiede valutazioni preventive e accordi giuridicamente vincolanti: «vaghe assicurazioni non sono sufficienti».

I precedenti di Londra e Roma

Il progetto si confronta con il fallimento britannico. Nel novembre 2023, la Corte Suprema del Regno Unito dichiarò all’unanimità illegale il piano Sunak di trasferire richiedenti asilo in Rwanda per «rischio reale che le richieste non fossero determinate correttamente». Dei 700 milioni di sterline spesi, solo quattro migranti arrivarono volontariamente in Rwanda prima che i laburisti dichiarassero l’accordo «morto e sepolto». Il governo britannico: «sprecati 700 milioni per quattro volontari».

A questo si aggiunge il fallimento italiano in Albania. I centri hanno accolto appena 685 persone dal 2024, con soli 101 rimpatri effettivi, a fronte di una stima di 36mila trasferimenti l’anno. Costi tra 670 e 800 milioni, oltre un milione per ogni rimpatrio. Uno studio universitario ha rilevato che detenere migranti in Albania è più costoso che ospitarli in Italia.

L’International Rescue Committee ha visitato il centro di Gjader e ha descritto condizioni di detenzione «crudeli, costose e controproducenti», con detenuti sotto costante sorveglianza e problemi di salute mentale non affrontati.

Il gruppo di testa non replicherà, considerando l’esperimento un precedente. L’europarlamentare di FdI Nicola Procaccini rivendica però il ruolo di apripista: «L’Europa scopre oggi ciò che Giorgia Meloni aveva capito anni fa. Il modello italiano ha rotto un tabù. Quello che ieri veniva presentato come un esperimento oggi è diventato un tema centrale dell’agenda europea».

Le nuove regole sui rimpatri

Il Regolamento europeo sui rimpatri, approvato a giugno per accelerare espulsioni e consentire centri all’estero, introduce divieto di reingresso fino a 10 anni, fino a 20 nei casi gravi e a vita per minacce alla sicurezza. Ordine europeo di rimpatrio valido in tutti gli Stati membri. Detenzione da sei mesi a due anni, a tempo indeterminato per chi rappresenta un rischio.

Approvato con 418 voti, adottato dal Consiglio in autunno, esclude solo minori non accompagnati. La sinistra ha contestato, maggioranza conservatori con destre ha fatto passare.

Macron: «Non è efficace, né corrisponde ai principi. Mai visto un centro funzionare». Sánchez: l’Europa deve affrontare con i Paesi d’origine, non scaricare.

Il Financial Times: bilancio Ue potrebbe stanziare fino a 20 miliardi in sette anni per i return hub, circa il 10% del budget per la politica estera. Diciannove governi europei convinti che sia una «soluzione innovativa». La Commissione non è coinvolta nelle trattative. Mercier: «Non siamo coinvolti».

Il paradosso italiano

Paradosso: l’Italia, che ha fatto dell’esternalizzazione il cavallo di battaglia e spinge per i 20 miliardi, non siede al tavolo. Il gruppo di testa va avanti senza Roma.

I ministri si incontreranno a fine settembre a Monaco. Mentre Danimarca e alleati stringono i tempi, l’Italia guarda da fuori. Un paradosso, per un governo che aveva fatto della migrazione il proprio cavallo di battaglia. E forse un monito: in Europa, chi non è nel gruppo dei primi rischia di restare indietro.

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