Il presidente e fondatore di Entopan: «Il Mezzogiorno può connettere Europa, Mediterraneo e Global South. L’ex premier ha il merito di dire la verità sul rilancio dell’Ue. Ma di quello specchio d’acqua non possiamo fare a meno»
Presidente e fondatore di Entopan, think tank internazionale sui temi dell’innovazione e dello sviluppo nato a Catanzaro e attivo da 25 anni, Francesco Cicione è un imprenditore calabrese che ha sempre puntato sull’innovazione. Con Harmonic Innovation Group, il suo «braccio operativo», collega startup, ricerca e impresa tra il Mezzogiorno e tutto il mondo.
In Silicon Valley, il gruppo gestisce Innovit. Al centro della sua visione ci sono la Magna Grecia, la tradizione cristiana e l’idea di un’innovazione al servizio della persona. Ha fatto discutere una sua riflessione sul Rhine Group, pubblicata su Il Sole 24 Ore NextMed, il forum lanciato da Mario Draghi e Patrick Collison per trasformare l’Agenda Draghi in azioni concrete, con la proposta di affiancare al Reno il Mediterraneo.
Presidente Cicione, Draghi scommette sul Reno per rilanciare l’Europa. Lei dice: non basta. Perché?
«È una scommessa giusta e Draghi ha avuto il merito raro di dire all’Europa la verità sul proprio declino e sulle prospettive di rilancio. Il Reno identifica il luogo dove si concentra la massa critica industriale del continente. Ma da solo non basta. Servono il Danubio, la Senna, il Po. E poi ancora il Baltico e la frontiera atlantica. Ma soprattutto serve il Mediterraneo. Il Reno parla del passato, di ciò che l’Europa è stata. Il Mediterraneo parla del futuro, di ciò che l’Europa deve e può diventare.
È la cerniera tra le energie dell’Africa giovane, le ambizioni dell’Oriente e le istanze dell’Occidente atlantico. Non è casuale che la Cina abbia dedicato tanta attenzione geopolitica a questo bacino. Sarebbe singolare che l’Europa pensasse al proprio rilancio senza una strategia mediterranea. C’è poi una differenza sostanziale. Un fiume è un corridoio: ha una sorgente, una direzione e una foce ed è orientato all’efficienza. Il mare è un bacino plurale, reciproco, dove nessuno arriva per primo. Sono due grammatiche diverse. Quella del fiume è deterministica e punta all’ottimizzazione.
Quella del mare è armonica ed è orientata alla costruzione di valore e di relazioni. All’Europa servono entrambe: l’efficienza produce margine, la relazione produce senso. E nessuna civiltà sopravvive al proprio margine se perde il proprio senso. Del resto, anche il nome Europa racconta un viaggio: quello della principessa di Tiro portata a Creta. Un’andata dal Sud verso il Nord, non un ritorno».
Il Mediterraneo può diventare un asse della nuova Agenda Draghi o rischia di restare ancora una periferia?
«Mi sembra inevitabile che diventi un asse strategico. Nel Mediterraneo approdano i cavi che trasportano dati fra tre continenti, passeranno le rotte dell’idrogeno e dell’elettricità rinnovabile e si affaccia la demografia africana, che sarà in una generazione il più grande serbatoio di talento e domanda del pianeta. Braudel insegnava che il Mediterraneo non è un mare ma un complesso di mari, e che la sua forza è sempre stata la molteplicità connessa. Non chiede dunque un capitolo speciale in un’agenda più ampia: offre una funzione strutturale, imprescindibile.
L’Europa produttiva ha bisogno di una frontiera Sud governata e nessuno può governarla dall’esterno. Anche le Regioni mediterranee, però, devono cambiare mentalità. Se si presentano come questuanti che invocano briciole, resteranno periferia. La questua produce assistenza, mai centralità. Se invece si propongono come avanguardia, con un’agenda di sviluppo, dossier puntuali, ecosistemi e piattaforme proprie, possono attrarre capitali e imprese e diventare in un decennio una nuova centralità. Dobbiamo abilitare processi di sviluppo sbilanciato.
È possibile recuperare ritardi e agganciare le economie digitali ad alta marginalità. C’è già chi lavora in questa direzione. Anche Entopan, come think tank, e Harmonic Innovation Group, sul piano industriale, sono impegnati in questo sforzo. Il Global South Innovation Forum e il programma di accelerazione HERO, rivolto ai giovani talenti africani, ne sono una testimonianza».
Calabria, startup, fede: non è un accostamento ardito? Lei lo considera invece un vantaggio. Perché?
«Non è ardito, è necessario. Per chi crede, l’innovazione è uno strumento per concorrere al perenne mistero della creazione, che è sempre in divenire. Bisogna essere innovazione, non semplicemente fare innovazione. E si è innovazione solo nella verità. La Calabria è storicamente un crocevia di questa cultura millenaria, al confine tra umanesimo classico e umanesimo cattolico. Cassiodoro e i suoi Vivarium, così come Barlam da Seminara, ne sono esempi significativi. Del resto, nei monasteri sono nate alcune delle più grandi innovazioni della storia».
Lei rivendica di non aver cercato fondi pubblici. È questa l’autonomia necessaria per fare davvero innovazione?
«Non c’è alcuna rivendicazione. Anzi, il partenariato pubblico-privato è la norma nel mondo nel nostro settore, soprattutto quando si costruisce un ecosistema per l’innovazione di iniziativa privata ma di interesse pubblico. In Calabria collaboriamo bene con istituzioni e università giovani e dinamiche. Ci sembrava però importante dare un contributo diverso, dimostrando che l’impresa privata può avere una funzione poietica e generativa: attrarre capitali e player internazionali e produrre, anziché consumare, valore e infrastrutture di interesse pubblico.
Tutto questo richiede una visione di lungo periodo. Nel mondo, progetti di questo tipo hanno una fase di start-up che non è mai inferiore ai vent’anni prima di raccogliere i primi frutti. È una semina che richiede pazienza. La nostra cultura contadina ci ha aiutato e ci aiuta a comprenderlo».
Una piattaforma delle piattaforme da 20 milioni di utenti in dieci anni: visione o scommessa troppo ambiziosa?
«Le due cose non si escludono. Il vero problema europeo, semmai, è il difetto di ambizione. Da noi un progetto viene giudicato temerario prima ancora che possa essere giudicato sbagliato. Questo pregiudizio ci è costato trent’anni di scala mancata. Il nostro modello, per esempio, non punta a scalare il mercato esistente, ma a crearne uno nuovo: quello dell’innovazione etica, umanistica, sapienziale e mediterranea, attraverso una piattaforma globale. È una sfida difficile, ma anche ambiziosa ed entusiasmante. Hirschman, tra i miei maestri attraverso Luca Meldolesi, chiamava “possibilismo” la disciplina di cercare il varco invece di contare gli ostacoli.
Meglio correggere in corsa una previsione troppo alta che celebrare una previsione troppo bassa, puntualmente raggiunta. Una scommessa resta una scommessa, naturalmente. Ma una delle capacità imprenditoriali più importanti è capire su quali poche cose vale la pena avere una convinzione più forte del mercato e del pensiero corrente».
Lei sostiene che la fiducia sarà l’infrastruttura più scarsa del futuro. Può il Mediterraneo diventare l’infrastruttura della nuova Europa?
«Può, e credo debba. Il futuro è oggi conteso fra due agende egemoni: una tecno-destra capitalista, che ritiene la piattaforma capace di sostituire la polis, e una tecno-sinistra statalista, che vede nella tecnologia lo strumento di un ordine amministrato. Divergono quasi su tutto, ma convergono su un punto: in entrambe la persona umana diventa una variabile dipendente. Da qui si esce soltanto recuperando un’idea di uomo. E l’Europa ne possiede una che nasce sulle rive dello stesso mare: l’umanesimo classico, la tradizione giudaico-cristiana e la cultura liberal-democratica, dal concetto di agorà al diritto romano. Tre radici, un solo bacino. Fukuyama ha mostrato che la prosperità di un sistema economico dipende dal capitale di fiducia che lo precede. La fiducia non si compra con la scala quantitativa: si genera attraverso la relazione.
Ed è esattamente ciò che il Mediterraneo ha fatto per tremila anni. Camus lo chiamava una luminosa fenice, perché da lì la vita ricomincia sempre. È l’oceano medio fra tradizione e innovazione, Oriente e Occidente, scienza e sapienza, immanenza e trascendenza. La vera anima dell’Europa. Per questo il Reno non basta».
Se il Mediterraneo è destinato a diventare una nuova centralità europea, quale ruolo può giocare l’Italia e, in particolare, il Mezzogiorno?
«L’Italia ha una posizione che nessun altro Paese europeo possiede: è fisicamente e culturalmente proiettata nel Mediterraneo. Ma una posizione geografica, da sola, non produce centralità. Occorre trasformarla in una strategia. Il Mezzogiorno non deve più essere raccontato soltanto come il luogo dei ritardi da colmare. Deve diventare una piattaforma capace di connettere Europa, Mediterraneo e Global South. Questo significa infrastrutture fisiche e digitali, energia, talenti, ricerca, capitale e soprattutto una nuova capacità progettuale. La vera sfida è passare dalla logica della compensazione a quella della generazione di valore. Se il Sud saprà presentarsi non come periferia da assistere ma come frontiera strategica dell’Europa, potrà contribuire a ridisegnare la geografia dello sviluppo continentale. Il Mediterraneo non è il margine dell’Europa: può essere il luogo dal quale l’Europa ricomincia. Ecco perché il Reno non basta».






























