30 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

30 Ago, 2026

Beffati nel mercato delle attenzioni

C’è una nuova creatura sentimentale: l’essere umano disponibile a intermittenza (per noia)


Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente, senza la solita cautela con cui si maneggiano le cose che riguardano il cuore come fossero materiale esplosivo. Non ci stiamo innamorando meno, ci stiamo innamorando peggio, e lo stiamo facendo con una competenza tecnica sempre più raffinata e un’anima sempre più distratta.

C’è una nuova creatura sentimentale che abita le nostre città, i nostri telefoni, le nostre notti insonni a fissare due spunte blu che non arrivano mai a un terzo segno. L’essere umano disponibile a intermittenza. Che non è necessariamente solo o infelice, ma semplicemente annoiato e la noia, oggi, è diventata il combustibile più economico e meno regolamentato che la storia sentimentale dell’Occidente abbia mai conosciuto.

Un tempo, quando ci si annoiava, si apriva un libro. Oggi si apre un’applicazione, e in tre minuti si passa da “che bella giornata” a “mi piacerebbe conoscerti” rivolto a un perfetto sconosciuto. Che, con ogni probabilità, tra sette giorni sarà già ridotto a un fantasma nella cronologia delle conversazioni.

Una settimana è il tempo necessario perché qualcuno costruisca dentro di te un intero appartamento ammobiliato – con vista, ben illuminato, con l’aria condizionata della sua piena attenzione – e poi se ne vada senza disdire il contratto o restituire le chiavi. Un’apertura fulminante. I messaggi al mattino che sanno di caffè bollente, quella sensazione da “farfalle nello stomaco” che non va via neanche con un antiacido preso all’occorrenza.

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E poi, puntuale come le tasse, il silenzio. Non un dolore netto, quello, almeno, si potrebbe medicare, ma un ronzio sordo che continua anche a schermo spento. Come un elettrodomestico lasciato acceso per abitudine. Chi sparisce non lo fa quasi mai per cattiveria pura, sarebbe quasi un sollievo, se lo fosse, almeno ci sarebbe un colpevole su cui concentrare la rabbia. Lo fa perché ha studiato benissimo il primo atto e ha saltato tutte le prove del secondo. È bravissimo ad aprire il sipario. Poi dimentica che dietro, al buio, qualcuno resta seduto in platea, convinto che lo spettacolo continui.

Il supermercato dell’attenzione

Come osserva la sociologa Eva Illouz (nella foto) – che di questa materia ha fatto oggetto di studio serio, – si vive in una sorta di capitalismo emotivo.

La logica del mercato, domanda e offerta, minimo investimento per massimo ritorno.

Con meno rigore accademico, si potrebbe definire il supermercato dell’attenzione. Entri con le mani vuote, riempi il carrello di rassicurazioni raccolte come buoni sconto scaduti, e alla fine – perché una fine arriva sempre, non è mai stagionale, è strutturale. Scopri che nel sacchetto non c’era niente. Solo il fruscio della plastica vuota mentre torni a casa, sola, con l’aria di chi ha fatto acquisti terapeutici senza comprare nulla.

E qui arriva la parte scomoda, quella che conviene sempre evitare, questa non è una guerra tra uomini e donne. È la specie intera, lasciata sola con una connessione che non dorme mai. Sarebbe consolante scrivere che sono “loro” a sparire, a cercare solo il proprio riflesso in un altro paio di occhi disponibili, ma tutti siamo consci che il copione è identico. Cambia solo chi lo recita con più convinzione.

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Incontri ravvicinati

C’è l’uomo che scrive per sette giorni e si volatilizza con la grazia di un prestigiatore mediocre. E c’è la donna che compie lo stesso rito, con identica cortesia all’apertura e identica assenza alla chiusura.

C’è il compagno “esploratore”, accasato da anni ma convinto che la felicità coniugale sopporti un secondo mercato aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Non tradisce, precisa lui con l’aria di chi fa ricerca sul campo, “esplora”. Come se ogni nave partita di notte non lasciasse un porto vuoto ad aspettare. E c’è, specchio simmetrico, la donna che sventola la libertà come un vessillo. E poi la controlla su altre dieci conversazioni aperte insieme. Come se l’indipendenza avesse bisogno di testimoni per essere autentica.

C’è chi dichiara, con la voce di chi recita un lutto ancora fresco d’imballaggio, “sono appena uscita da una storia, non cerco niente”. E in dodici ore ha già raccontato l’infanzia, il padre assente, la prima cicatrice, e programmato un matrimonio con uno sconosciuto di tre giorni. Non sta guarendo, sta facendo l’inventario di magazzino.

E c’è, dalla riva opposta, chi non cerca l’amore ma solo lo specchio che risponde al proprio nome – perché l’amore chiede manutenzione, mentre la conferma chiede solo un battito di pollice su un’icona rossa che non costa nulla a chi la manda, e pesa come un macigno a chi la riceve. “Non cerco niente” resta la frase con il più alto tasso di conversione mai registrato nella storia recente dei rapporti umani. La si pronuncia sempre un istante prima di volere tutto, e subito.

Uomini e donne, la stessa crepa

È il paradosso della nostra libertà sbandierata come una bandiera bianca che in realtà non si arrende a niente. Bisognerebbe avere l’onestà – la stessa che si riserva allo specchio alle quattro del mattino – di ammettere che questa non è, come ci si racconta per pigra convenienza, una crisi che riguarda solo l’universo maschile. È una crepa che attraversa lo stesso muro da entrambi i lati.

C’è un’idea di uomo che non regge più, educato alla conquista ma mai alla permanenza, bravissimo nel primo passo e smarrito davanti a tutti quelli che dovrebbero seguirlo, orfano di un modello vecchio e ancora sfornito di uno nuovo. E c’è, specularmente, un’idea di donna sospesa tra l’ordine tacito di bastare sempre a se stessa e la voglia, soffocata per orgoglio, di qualcosa che non si sciolga al primo sole come un gelato lasciato fuori dal freezer. Nessuno dei due copioni insegna a restare. Entrambi insegnano solo la partenza.

Le piattaforme virtuali hanno azzerato il peso del gesto di avvicinarsi.

Come un dazio abolito da un trattato che nessuno ha firmato ma tutti rispettano. Un tempo bisognava esporsi a un rifiuto dotato di corpo e voce, capace di dire di no guardandoti negli occhi. Oggi si può restare indisponibili, spettinate, sepolte sotto un piumone dubbio, e bastano due parole e un pollice che scorre nel buio.

La solitudine più affollata

Prima ci si annoiava insieme a qualcuno; oggi ci si annoia perfettamente sole, circondate dalla folla finta di una connessione che non si spegne mai – la solitudine più affollata che la storia umana abbia avuto la sfrontatezza di inventare. Si vive in un’epoca dove spopola il susseguirsi ininterrotto di piccole rotture, inizi senza sviluppo, tutto questo consuma piano piano la nostra capacità di sentire fino in fondo.

Ogni sparizione è un piccolo, quotidiano addestramento all’indifferenza, ripetuto fino a diventare competenza quasi certificabile. Diventiamo tutti abili a cominciare, e sempre più disarmati nel restare. Non sorprende, allora, che anche nella dimensione virtuale questa dinamica sia diventata quasi un piccolo teatro, con personaggi e copioni ormai facilmente riconoscibili. Fa ridere perché ci identifichiamo tutti, o quasi, da entrambi i lati dello schermo, e in parecchi – sarebbe onesto ammetterlo – lo abbiamo fatto e subito.

Imparare a restare

Il prossimo, vero progresso tecnologico non sarà un ulteriore affinamento dell’intelligenza artificiale generativa ma sarà un algoritmo capace di rispondere da solo, con l’educata freddezza di un centralino ben programmato, al messaggio “vorrei conoscerti” – “la chiamata non può essere completata, la persona cercata sta ancora imparando a restare nella stanza; si prega di riprovare mai”.

In attesa di quel giorno improbabile, resta sospesa una domanda molto meno leggera delle battute che l’hanno preceduta: che cosa sta diventando una generazione intera, allenata ogni giorno a cominciare tutto e a non concludere mai niente? Forse non è un problema che riguardi gli uomini o le donne separatamente. È un problema di radici.

In un’epoca che ha reso il decollo leggero come un respiro, l’atterraggio, con il coraggio, lo sguardo fermo negli occhi di un altro essere umano che non scompare, resta, irrimediabilmente, fuori moda.

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