8 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Ago, 2026

Europa, come proteggere la democrazia dalle fake news

In vista delle elezioni in molti Stati d’Europa, la democrazia sembra minacciata dalle fake news alimentate dal Cremlino: ecco la strategia da mettere in campo per proteggerla


Viviamo tempi cupi. Il modello liberaldemocratico erede delle grandi rivoluzioni settecentesche è sfidato dall’interno e dall’esterno. Proprio nel momento in cui la dichiarazione di indipendenza americana festeggia il suo 250° anniversario, l’emblema di quel modello registra anche il suo più clamoroso declino, fotografato dal trumpismo e da tutto ciò che questo rappresenta al di qua e al di là dell’Oceano atlantico. Tra i molti segnali di tale declino, rispetto al quale sembriamo incapaci di trovare un argine e fatichiamo anche a proporre una qualche forma di gestione o comunque di accompagnamento, un vulnus sembra operare in maniera incontrastata: si tratta di una vera e propria epidemia di disinformazione.

Il caso di Ceuta

I fatti di Ceuta, con relativa pesante frattura nella già fragile coesione europea e le notizie che giungono dall’avvio della campagna elettorale per le elezioni presidenziali francesi, sono solo gli ultimi due casi che testimoniano questa grave anomalia delle nostre pericolanti liberaldemocrazie. Qualcuno potrà dire che sui fatti di Ceuta esistono soltanto supposizioni e nessuna certezza. Anche quel poco di giornalismo di inchiesta che si è subito mobilitato non è giunto ancora a risposte definitive. Che vi siano responsabilità marocchine in ciò che è accaduto è dato per assodato. Che tali responsabilità giungano sino a Washington e/o a Mosca fa parte delle opzioni possibili.

I social network

Ciò che è stato però appurato è l’aumento esponenziale delle notizie relative all’ipotesi di apertura del “varco di Ceuta” sulle principali piattaforme social e come sempre accade, Meta e TikTok in primis, non hanno replicato alle richieste di spiegazione. L’Unione europea si è limitata ad affermare che una volta avviato l’esodo, non pochi siti e canali di informazione più o meno ufficiali riconducibili al Cremlino hanno apertamente veicolato l’immagine di un’Europa sotto assedio, cinta d’assalto da orde di immigrati clandestini. Ora alcuni senatori italiani hanno presentato un’interrogazione parlamentare a proposito dei legami economici tra il network social Welcome to Favelas e gli ambienti Maga statunitensi, che sul tema del Vecchio continente alle prese con l’invasione proveniente dall’Africa hanno costruito una narrazione delegittimante prima di tutto nei confronti dell’Unione europea.

Parigi sotto attacco

Se da Ceuta passiamo a Parigi, nella lunga campagna elettorale per quella che sarà l’elezione presidenziale probabilmente più importante dalla nascita della Quinta Repubblica, le ingerenze in termini di disinformazione si sprecano ancora prima che siano state ufficializzate le candidature. A dominare il campo sono i siti e le piattaforme riconducibili al mondo russo. Tra i primi ad aver subito un attacco vi è il candidato centrista Edouard Philippe, con le notizie veicolate da un social pro-russo circa i suoi supposti problemi di salute. Sono poi giunte le illazioni sulla giornalista Léa Salamé, compagna del probabile candidato della sinistra riformista Raphaël Glucksmann. E infine è di pochissimi giorni fa una strutturata campagna di disinformazione con video e falsi reportage, alcuni di questi poi ripresi da media istruzionali francesi, sul possibile candidato del campo macroniano Gabriel Attal.

Il ruolo di Marine Le Pen

A colpire ulteriormente è stato poi il violento scambio di accuse tra la leader degli ecologisti francesi ed Elon Musk, il quale da tempo si è iscritto alla campagna elettorale con il suo X, esprimendo tutto il suo apprezzamento per il possibile arrivo all’Eliseo di Marine Le Pen o comunque di un candidato del Rassemblement national. E sui passati rapporti tra l’allora Front national e il mondo russo non esistono illazioni, ma certezze.

La situazione in Germania e negli altri Paesi

Il tema assume un’importanza crescente dal momento che, a partire dal voto regionale e per la città di Berlino di settembre in Germania, i prossimi mesi tra gli appuntamenti decisivi vedranno le già citate presidenziali francesi (seguite poi dalle legislative), le legislative rispettivamente in Italia, Polonia e Spagna e infine l’elezione del presidente federale tedesco.

Il rimedio della sanzione penale

La disinformazione non è una novità e solo per fermarci alla storia europea degli ultimi due secoli, in particolare nelle fasi belliche o prebelliche, gli esempi si sprecano. La vera differenza odierna riguarda l’irruzione di quelli che fino a poco tempo fa si usava definire nuovi media. Che fare di fronte alla preponderanza dell’informazione da essi veicolata? In Francia sembrano prima di tutto voler percorrere la via della legislazione. Il primo ministro Lecornu ha in programma per settembre il via libera ad un provvedimento che inasprisce le pene (fino a tre anni e circa 50 mila euro di ammenda). Legiferare, come è ovvio, non basterà. Come altro cercare di arginare la situazione?

Ripensare i social media

Prima di tutto smettendo di considerare l’arena virtuale come un potenziale veicolo di democratizzazione e prendere atto che essa ne rappresenta l’esatto opposto. Tale concezione è figlia di un’ubriacatura che risale all’ultimo decennio dello scorso secolo e al primo dell’attuale. È tempo di tornare sobri, dimenticare i proclami (tutti smentiti) della globalizzazione dell’informazione e della fine della supposta cappa di chiusura rappresentata dalla Guerra fredda. È necessario tornare ad essere realisti, rivedere i molti giudizi lusinghieri espressi sulla cosiddetta democrazia digitale, magari ripensando anche le considerazioni fatte, molto spesso a sproposito, ad esempio sulle primavere arabe come trionfo della comunicazione social.

Rivalutare i media tradizionali

Un secondo passaggio ci porta a considerazioni che possono sembrare radicali: servirebbe un ritorno al passato. Nessuno può però pensare che una volta uscito dalla lampada, il genio vi possa essere rinchiuso. Non si tratta di fondare un neonato movimento luddista del XXI secolo. Ritorno al passato significa cercare di privilegiare ed incentivare le piazze reali rispetto a quelle virtuali, i media tradizionali (anche elettronici naturalmente) rispetto all’informazione veicolata dai social. Tutto ciò dovrebbe marciare di pari passo con un’altra operazione da svolgere in controtendenza: il recupero della legittimità delle competenze e dell’autorevolezza dello specialismo da contrapporre alla logica, diciamolo in maniera semplice, dell’”uno vale uno”. La virtù deve tornare ad essere quella dell’argomentare e non dell’urlare, l’idea cardine dell’informazione deve essere la centralità della notizia e non del fare notizia.

Un patto tra politici, giornalisti e intellettuali

Il terzo ed ultimo punto riguarda chi si debba assumere il compito di tentare di porre un argine a tale deriva. Perlomeno tre categorie, non in ordine di importanza, dovrebbero essere in prima fila: politici, giornalisti e intellettuali, cioè coloro che dovrebbero costituire la spina dorsale, l’architrave del sistema liberaldemocratico. I protagonisti essenziali e imprescindibili (ma troppo spesso solo teorici) affinché possa esistere un’opinione pubblica in grado di vivificare e dare un senso al concetto di liberal-democrazia, plurale, articolata e non manipolata. Oggi la disinformazione erode dall’interno qualsiasi tentativo di argine alla crisi del modello liberaldemocratico di matrice euro-occidentale. Chi parla di interesse nazionale, o chi cerca di declinarlo in un’ottica di interesse comune europeo e ne sottostima la portata devastante, è parte di quella schiera di sonnambuli che camminano sul ciglio del precipizio.

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