7 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

7 Ago, 2026

Francesco Guccini, che conforto sfogarsi con quell’«Avvelenata»

Francesco Guccini

Guccini è di tutti coloro che si sono lasciati dondolare da un vagone, che la sera hanno vagheggiato un amore impossibile con una donna appena incrociata. E che, anche solo una volta nella vita, hanno avuto voglia di bestemmiare


Sarebbe troppo facile dire che Guccini era tutto, niente, stronzo, ubriacone, poeta, buffone, anarchico, fascista. E ancora ricco, senza soldi, diverso, uguale, radicale, negro ebreo e comunista.

Sarebbe troppo facile partire da qui, ma alzi la mano chi, tra coloro che fanno già inevitabilmente a gara ad essere i più profondi conoscitori della sua musica, i più originali interpreti dei suoi testi, i più longevi ascoltatori dei suoi brani, alzi la mano chi, dicevo, non ha trovato nell’Avvelenata non dico un conforto, ma uno sfogo per un momento di incazzatura.

E questo, nient’altro che questo, L’Avvelenata ambiva ad essere: uno sfogo.

La stroncatura del critico Bertoncelli («ma Bertoncelli non lo conosce più nessuno», diceva il Maestrone in un concerto che si vede su YouTube, «chi ci mettiamo a sparare cazzate? Berlusconi? Ma no, ma anche Berlusconi… metteteci voi chi vi pare, tanto ce n’è…»).

Il rifugio degli imperfetti

Per chi l’epoca di Guccini l’ha solo sfiorata, perché nato troppo tardi per assistere ai suoi concerti, troppo presto perché la sua musica vivesse solo nel mito, come quella di un Battisti o di un De André, Guccini era un rifugio.

Cantava l’eterno incespicare prima che l’elogio dell’imperfezione diventasse pop. Metteva in musica la rivincita di chi viene lasciato, il miele della sconfitta, la rivalsa sulle fidanzate capricciose che impongono omeopatie, che costringono alla superficialità, che guardano male lo sfigato, il perdente, il poeta, prima che la figura del forgotten man, dell’underdog fosse sdoganata. Sfoggiava con orgoglio il «naso al piede» quando di body positivity nessuno ancora parlava.

Oltre ogni appartenenza politica

Al «trionfi la giustizia proletaria» della Locomotiva Guccini era capace di far alzare il pugno chiuso anche a chi non era lontanamente sospettabile di simpatie marxiste. Faceva rimpiangere il passato illibato della civiltà contadina a chi ha in odio ogni retorica delle «radici».

Don Chisciotte, l’anarchico Rigosi, la Signora Bovary. Il suo eroe era l’antieroe, l’ultimo uomo nicciano. Guccini sapeva imbracciare la retorica dell’eroismo senza sprofondarvi, sapeva parlare di valori senza cristallizzarli in una morale, sapeva scrivere di Dio tenendosi a distanza dalla religione.

Divenne bandiera di una sinistra radicale da cui si è sempre smarcato e un suo verso finì sui manifesti che ricordavano i giovani di Salò («gli eroi son tutti giovani e belli», ancora La locomotiva). Non fu mai nazional-popolare, o almeno cercò di non esserlo, ad esempio rifiutando per tutta la vita qualsiasi partecipazione a Sanremo.

Al contrario di quello che si è pensato e si pensa, le canzoni di Guccini erano tutto meno che ideologiche. Ha scritto bene Damiano Aliprandi, dicendo che L’Avvelenata era un’invettiva contro tutti i tribunali popolari, a cominciare da quelli eretti dai critici militanti per i quali, se eri un artista, dovevi a tutti i costi essere «impegnato».

Perché Guccini è di tutti

Sarebbe facile dire questo di Guccini, e tutto il resto che sarà detto, più giusto e più vero di questo.

«A volte sembra che abbia scritto solo tre canzoni», si lamentava. Ma la verità è che senza quelle tre canzoni Guccini non sarebbe stato Guccini.

Se l’arte diventa arte nel modo unico e individuale in cui viene vissuta, Guccini è di tutti coloro che si sono lasciati dondolare da un vagone, che hanno ripensato alla piccola città dell’infanzia, che la sera hanno vagheggiato un amore impossibile con una donna appena incrociata. E che, anche solo una volta nella vita, hanno avuto voglia di bestemmiare.

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