L’Oman propone all’Iran e alle potenze rivierasche una gestione condivisa dello Stretto di Hormuz ispirata al modello di Malacca ma Teheran rifiuta la proposta, rimanendo ferma sulle sue posizioni
L’Oman ha tentato senza successo di risolvere il problema di Hormuz presentando un nuovo piano per gestire lo Stretto. L’iniziativa di Muscat rappresentava la proposta più credibile, ma non per questo più diggeribile per Teheran, che infatti l’ha già rifiutata, per evitare una nuova escalation. La proposta interveniva infatti sulla vera posta in gioco: il destino dello strategico stretto marittimo, chiuso dall’Iran in risposta alla guerra lanciata da Stati Uniti e Israele.
Una gestione condivisa di Hormuz
Nello specifico, lo schema pensato dall’Oman prevedeva la gestione congiunta di Hormuz da parte di tutti i Paesi rivieraschi, seguendo il modello dello Stretto di Malacca. Nessun attore avrebbe imposto quindi tasse unilaterali, ma sarebbero stati previsti contributi finanziari volontari da parte di chi usufruisce della navigazione attraverso Hormuz. Contributi destinati a coprire i costi dei servizi di navigazione, protezione ambientale, ricerca e soccorso. Una proposta di compromesso, dunque, che è stata però rifiutata da un Iran intento a tutelare i propri vantaggi strategici.
Alla proposta dell’Oman andavano però riconosciuti diversi meriti. Il più significativo è il tentativo di tenere insieme le preoccupazioni di tutti gli attori. Riconosceva infatti un ruolo a Teheran nella gestione dello stretto, ma salvaguardava il principio della libertà di navigazione. Inoltre, tentava di superare gli aspetti più problematici delle precedenti proposte sulla gestione di Hormuz.
La prima di queste era di fatto già contenuta nel memorandum siglato da USA e Iran lo scorso 17 giugno. Secondo il documento, Teheran e Muscat avrebbero escogitato un nuovo meccanismo per gestire lo stretto. La formulazione era però estremamente vaga e, nei fatti, non escludeva l’imposizione di tasse sulla navigazione. Tant’è che il crollo della tregua tra gli USA e la Repubblica Islamica è stato causato dalla diversa interpretazione data dalle due parti al memorandum.
Il nodo delle tasse sulla navigazione
Washington ha più volte ribadito di considerare indiscutibile la libertà di navigazione. Al contrario, nelle scorse settimane, l’Iran ha ripetutamente annunciato piani per introdurre tasse destinate a coprire non meglio precisati costi di gestione di Hormuz. L’Oman ha quindi tentando di trovare una via di mezzo tra le due posizioni.
Infine, un ulteriore punto di forza era che la proposta omanita si ispirava a un modello di successo, quello dello Stretto di Malacca. Quest’ultimo è infatti gestito congiuntamente da Indonesia, Malesia e Singapore. Tutti e tre i Paesi cooperano per garantire la sicurezza marittima, impegnandosi a rispettare la libertà di navigazione, mentre gli altri soggetti possono versare contributi volontari per sostenere gli ausili alla navigazione, i progetti riguardanti la sicurezza dell’area e la protezione dell’ambiente marino.
Eppure, proprio le differenze di contesto tra Malacca e Hormuz esponevano fin dall’inizio i limiti della proposta dell’Oman. In primo luogo, lo status quo nello Stretto di Malacca è stato raggiunto attraverso metodi cooperativi, non in seguito a un conflitto regionale dagli esiti inconclusivi. Inoltre, Singapore, Malesia e Indonesia hanno tradizionalmente mantenuto rapporti cordiali, sono membri dell’ASEAN e hanno agende compatibili.
Il problema della fiducia reciproca
Tra loro esiste un grado di fiducia reciproca irreplicabile nei rapporti tra l’Iran e gli arabi del Golfo (per tacere degli USA) in particolare dopo mesi di attacchi reciproci. Da ultimo, il successo della gestione cooperativa dello Stretto di Malacca non dipende da principi giuridici, ma da fattori geopolitici: Singapore, Malesia e Indonesia hanno un interesse geoeconomico comune nel mantenimento della libertà di navigazione.
Una comunità di intenti che non è presente in Medio Oriente. Gli USA vogliono la riapertura dello stretto per limitare i danni reputazionali derivanti dal conflitto. I Paesi del Golfo, sebbene sostengano qualsiasi proposta volta a porre fine al conflitto, sono più interessati alla realizzazione di alternative a Hormuz che alla sua cogestione insieme all’Iran. Dal punto di vista di Teheran, invece, lo strategico stretto mediorientale è diventato una leva per ricostruire la deterrenza e accrescere il proprio peso regionale, motivo per cui, come ci si aspettava, ha bocciato subito la proposta.
La sostanza geopolitica delle proposte avanzate dall’Iran nei mesi scorsi non consisteva infatti tanto nell’ottenere introiti finanziari – sebbene questi fossero utili per lenire le difficoltà dell’economia iraniana – quanto nell’affermare il proprio controllo, de jure o de facto, su Hormuz.
L’effetto paradossale del modello Malacca
Ironicamente, poi, invece di applicare il modello di Malacca a Hormuz, potrebbe verificarsi il contrario: negli scorsi mesi l’Indonesia ha ventilato la possibilità di imporre tasse sulla navigazione. La proposta è stata immediatamente abbandonata a causa dell’opposizione di Singapore e Malesia, ma rappresenta un indicatore del clima geopolitico globale.
C’è comunque un elemento che potrebbe avvantaggiare il piano di Muscat sul lungo periodo. Il controllo di Hormuz è un asset che probabilmente perderà rapidamente valore. Gli altri Stati regionali stanno accelerando i progetti per aggirare lo stretto. Gli USA e i Paesi del Golfo, inoltre, potrebbero con il tempo rafforzare le difese nell’area. L’Iran potrebbe quindi essere incentivato a concludere in futuro un accordo sulla falsariga di quello proposto dall’Oman per capitalizzare i vantaggi sul piano politico ed economico.
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In ogni caso, anche qualora si trovasse una quadra, la spinta a creare alternative a Hormuz e a ritagliarsi spazi di influenza nella sua gestione aprirebbe nuove partite regionali. La guerra iniziata a febbraio potrebbe finire a breve. Ma non c’è da sperare in una stabilizzazione a lungo termine della regione.
































