Entrano in vigore i nuovi dazi Usa su 60 Paesi, con un impatto limitato per l’Europa, che valuta positivamente il risultato ma contesta le accuse sul lavoro forzato
Puntuali ieri sono entrati in vigore i nuovi dazi americani: dal 10 al 12,5% in 60 Paesi. Compresa l’Unione europea dove si fermano al 10%. Non c’è stato, almeno in apertura, un impatto pesante sulle Borse europee nonostante le nuove tariffe si aggiungano alla pesante situazione per l’inasprirsi del conflitto in Medio Oriente, il blocco dei traffici e l’impennata del petrolio con il Brent che ha sfondato quota 100 dollari. E a metà seduta da Francoforte a Milano l’andamento è stato positivo.
Bruxelles accoglie senza allarmi i nuovi dazi americani
Reazione pacata da parte di Bruxelles. «L’Ue – questa la dichiarazione ufficiale della Commissione – prende atto della pubblicazione da parte degli Usa delle misure correttive adottate nell’ambito dell’indagine ai sensi della Sezione 301.
L’Ue valuta positivamente il fatto che siano in linea con gli impegni tariffari degli Stati Uniti concordati nell’ambito della dichiarazione congiunta». E poi l’auspicio che gli Stati Uniti «continuino a rispettare i termini della dichiarazione congiunta Ue-Usa, anche per quanto riguarda eventuali misure correttive nell’ambito di ulteriori indagini ai sensi della Sezione 301».
Per Bruxelles ci sono le condizioni «per proseguire il lavoro volto a esplorare ulteriori esenzioni tariffarie e ad approfondire la cooperazione in un’ampia gamma di settori, tra cui le risorse naturali critiche, la sicurezza economica, l’intelligenza artificiale e le questioni digitali, solo per citarne alcuni». Per il presidente della commissione Commercio internazionale (Inta) al Parlamento europeo, Bernd Lange, poteva andare addirittura peggio.
«Dopo la sanzione inflitta a Google e le continue minacce in materia di politica commerciale provenienti da Washington – ha dichiarato Lange – ci eravamo preparati al peggio. Ma non è andata così. La configurazione concreta dei nuovi dazi sui prodotti dell’Ue è migliore del previsto e mi sorprende decisamente in senso positivo».
Il nodo del lavoro forzato e lo scontro sulle motivazioni
Più che i dazi a disturbare i vertici della Commissione sono state le motivazioni. E cioè la denuncia della carenza di una legislazione europea adeguata a contrastare «il lavoro forzato». Kaja Kallas, responsabile politica estera della Ue, ha replicato piccata al presidente degli Usa, Donal Trump: «Se si confrontano le nostre leggi sul lavoro con quelle degli Stati Uniti – ha sostenuto – noi abbiamo ferie retribuite e ottime condizioni di lavoro per i nostri dipendenti, quindi le accuse non sono fondate».
«Ribadiamo – ha dichiarato la portavoce della Commissione Ue, Paula Pinho – che non siamo d’accordo con la premessa contenuta nella sezione 301. L’Ue ha già in vigore norme rigorose sul lavoro forzato. Pertanto respingiamo pienamente l’idea che l’Ue possa essere considerata come un fattore che contribuisce al problema globale del lavoro forzato».
Come si ricorda il rappresentante del Commercio statunitense, Jamieson Greer, nell’annunciare qualche giorno fa la nuova ondata di tariffe l’aveva motivata con l’impegno a contrastare i Paesi che ricorrono al lavoro forzato.
Export europeo e imprese chiedono stabilità
«Gli Stati Uniti – secondo Greer – hanno un divieto di importazione di manodopera forzata da quasi un secolo e lo applicano rigorosamente; è giunto il momento che i nostri partner commerciali facciano lo stesso».
Ma la Commissione continua comunque a vedere il bicchiere mezzo pieno. E ha precisato «tutte le esportazioni dell’Ue beneficeranno di un trattamento inferiore o uguale a quello previsto dall’accordo Ue-Usa e dal tetto tariffario del 50%». Porte aperte dunque al dialogo con Washington.
«È fondamentale che l’intesa tra Ue e Usa trovi finalmente piena applicazione per fornire un quadro normativo certo e stabile alle aziende italiane esportatrici – ha affermato Riccardo Garosci, presidente dell’Associazione italiana commercio estero (Aice) e vice presidente Confcommercio – sosteniamo anche l’iniziativa della Commissione europea di chiedere esenzioni daziarie sull’export verso gli Usa di alcuni prodotti chiave, come ad esempio vino, formaggi, robotica industriale, ecc».
I nuovi dazi Usa visti come un miglioramento rispetto al passato
L’analisi di ExportUsa arriva alla conclusione che i nuovi dazi siano «una buona notizia». Perché con il precedente sistema, bocciato dalla Corte Suprema, il dazio al 10% si aggiungeva a quello base, mentre ora il 10% è il massimo.
Anche l’Unione Italiana Vini, che rappresenta uno dei settori più esposti, ha riconosciuto che le nuove tariffe al 10% sono leggermente migliorative rispetto alle precedenti. Quello che allarma è l’annuncio di indagini sulla capacità produttiva che potrebbe generare ulteriori tariffe e continuare a favorire un clima di incertezza.
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«Dall’istituzione dei dazi – ha lamentato il segretario generale di UIv, Paolo Castelletti – per il vino italiano ed europeo non è stato possibile stabilizzare le vendite con gli Stati Uniti». Il risultato è un calo del 16% del valore delle vendite negli ultimi 14 mesi, pari a una perdita di 360 milioni.
Cina e Brasile reagiscono alla nuova stretta commerciale
Guardando fuori dai confini nazionali, la Gran Bretagna ha mantenuto un profilo basso. Un portavoce del nuovo Governo Burnham ha infatti sostenuto che le nuove tariffe non comportano cambiamenti per il Regno Unito.
Dura invece la reazione della Cina. «Ci opponiamo a tutte le forme di misure tariffarie unilaterali – ha commentato un portavoce del ministero degli Esteri cinese – le guerre tariffarie e le guerre commerciali non sono nell’interesse di nessuna delle parti».
Quanto poi al lavoro forzato denunciato nei 60 Paesi, tra cui quello del Dragone, la risposta di Pechino è stata drastica: «inesistente il cosiddetto lavoro forzato in Cina, pretesto per manipolazioni politiche».
È allarme anche in Brasile dove nel mirino finiscono 3mila prodotti per un valore di 12,5 miliardi. La Camera di commercio americana in Brasile ha stimato un ulteriore calo della competitività dell’export brasiliano. Ma anche un aumento dei costi per le imprese e i consumatori americani.































