16 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Mag, 2026

Trump preme su Cuba: Raul Castro nel mirino della giustizia Usa

Trump valuta l’incriminazione dell’ex presidente Castro per il caso Hermanos al Rescate mentre proseguono i contatti segreti tra Cuba e gli Usa


Dopo Nicolas Maduro, ora anche il novantaquattrenne Raul Castro finisce nel mirino della giustizia americana. Stando a quanto rivelato nei giorni scorsi dalla stampa statunitense, infatti, l’amministrazione di Donald Trump starebbe preparando l’incriminazione dell’ex presidente cubano per il caso legato all’abbattimento, avvenuto a Cuba nel 1996, di aerei gestiti dall’organizzazione umanitaria Hermanos al Rescate.

Una mossa tattica, evidentemente. Volta a fare ulteriori pressioni su l’Avana, già pesantemente colpita dal blocco delle importazioni di carburante imposto dagli Stati Uniti dopo la cattura di Maduro. Un lleato storico dei castristi e principale fornitore di petrolio per l’isola. A dire il vero, la potenziale incriminazione di Castro non è un fatto inimmaginabile.

Da mesi l’ufficio del procuratore degli Stati Uniti per il distretto meridionale della Florida sta supervisionando un’iniziativa volta a esaminare potenziali accuse penali contro alti funzionari del governo cubano. Sempre nell’ottica, com’è chiaro, di spingere la leadership comunista a trattare con Washington una normalizzazione dei rapporti che dalle parti della Casa Bianca s’immaginano più come una sottomissione de facto.

I contatti segreti tra Washington e L’Avana

E per quanto riguarda i negoziati, tanto gli americani quanto i cubani hanno più volte confermato che dei contatti ci sono stati e che le trattative sono in corso. Quali siano i punti posti sul tavolo e in che termini si stiano affrontando queste discussioni non è però ancora noto. Così come non sono note, al di là di varie speculazioni circolate sui giornali americani negli ultimi mesi, le richieste ufficiali di Washington all’Avana. Ciò che è certo, però, è che Cuba sta negoziando e questo è già di per sé un fatto rilevante. In tal senso, la visita avvenuta nei giorni scorsi del direttore della Cia John Ratcliffe sull’isola, per presentare al governo cubano una via d’uscita e una proposta di aiuti da 100 milioni di dollari, è un’ulteriore testimonianza di quanto il dialogo si stia svolgendo ad altissimo livello.

La crisi energetica che soffoca l’isola

Un gesto storico, impensabile solo fino a qualche anno fa, che mostra come la pressione esercitata dagli Stati Uniti stia contribuendo a spingere Cuba verso il negoziato. Del resto, ai cubani non restano molte opzioni. La mancanza di approvvigionamenti costanti di carburante, oltre a qualche sporadico carico ricevuto dagli alleati russi, sta infatti mettendo in ginocchio l’isola. Dopo mesi di scarsità, L’Avana è arrivata al punto di poter garantire solo un paio d’ore di corrente elettrica alla propria popolazione. E senza la riapertura dei canali commerciali con qualche Paese fornitore la situazione non potrà che peggiorare sempre di più. E tutto ciò influisce, com’era prevedibile e probabilmente parte del piano americano, sulla tenuta del governo sull’isola.

Mercoledì, in tal senso, si sono registrate proteste molto partecipate nella capitale. Un fatto piuttosto insolito visto il controllo esercitato dai servizi di sicurezza del regime. Tuttavia, la situazione sembra talmente grave sul piano economico e sociale da aver spinto la popolazione a scendere in piazza nonostante gli evidenti rischi personali. Del resto, con una media di venti ore al giorno di blackout in tutto il Paese i cubani possono fare poco altro che protestare. Contro un governo che stenta a venire incontro alle necessità della sua popolazione.

L’accusa delle Nazioni Unite agli Stati Uniti

E, indirettamente, anche contro gli Stati Uniti che non si fanno remore a mettere in ginocchio un Paese da 10 milioni di persone. Privandolo della capacità di far funzionare scuole, ospedali e cliniche. Non a caso, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la scorsa settimana le Nazioni Unite hanno definito illegale il blocco dei carburanti imposto da Trump. Sostenendo che la misura adottata da Washington ha ostacolato «il diritto del popolo cubano allo sviluppo». Minando al contempo «i suoi diritti al cibo, all’istruzione, alla salute, all’acqua e ai servizi igienico-sanitari». Un’accusa pesante a cui l’amministrazione ha risposto con la solita spavalderia ormai divenuta il marchio di fabbrica del secondo mandato Trump.

LEGGI L’Iran: «Probabile una nuova guerra con gli Usa». Trump: «Dopo Teheran ci “fermeremo” a Cuba». Ritiro di 5.000 soldati dalla Germania

La sensazione, oggi, è che Washington stia tentando di replicare a Cuba uno schema già sperimentato altrove: isolamento economico, pressione giudiziaria sui vertici politici e progressivo strangolamento delle risorse strategiche del Paese. Una strategia che può forse indebolire il regime castrista, ma che nel frattempo sta lasciando milioni di persone senza elettricità, carburante e servizi essenziali. Perché nella partita tra la Casa Bianca e l’Avana, ancora una volta, il rischio è che il prezzo più alto venga pagato soprattutto dai cubani.

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