Il garante della privacy ha richiamato i media dopo la diffusione di colloqui tra Alberto Stati e il suo avvocato difensore. Ormai il caso Garlasco si è trasformato in un salotto dell’orrore
Il caso Garlasco è tornato a dirci che cosa può diventare la cronaca giudiziaria quando smette di informare e comincia ad allestire un teatro dell’orrore, laddove un’inchiesta, una vicenda processuale, un fatto di sangue vengono trasformati in sceneggiatura permanente. La giustizia esce dall’aula e finisce nel salotto televisivo, in una costruzione mediatica che si stacca dalla realtà. Al centro delle polemiche più recenti, persino la diffusione su una piattaforma televisiva online di audio e trascrizioni di colloqui privati tra Alberto Stasi e il suo avvocato difensore, materiale che tocca il cuore stesso del diritto di difesa.
Una situazione che ha spinto anche il Garante della privacy a richiamare fermamente i media al rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali e delle regole deontologiche dei giornalisti, oltre che delle garanzie costituzionali e della dignità delle persone coinvolte, per fermare questa oscena spettacolarizzazione morbosa. È una questione che lo stesso Csm ha cominciato a porsi davanti alla comunicazione istituzionale dei magistrati: nell’ecosistema digitale l’indagine preliminare rischia, infatti, di diventare una condanna reputazionale permanente.
La tv di stato che diventa commerciale
Prima ancora del processo, prima ancora della verifica dibattimentale, prima ancora di una sentenza, il nome di una persona può essere consegnato a un’esposizione senza ritorno, se non si affianca alla presunzione d’innocenza una tutela più ampia della reputazione. Ora, di fronte a questa deriva, la Rai, servizio pubblico pagato dai cittadini, dovrebbe rappresentare un argine. Dovrebbe, cioè, sottrarre la cronaca nera alla fame compulsiva del dettaglio, alle perizie improvvisate, al sospetto messo in scena come intrattenimento.
Invece finisce per inseguire anch’essa, come la peggiore delle tv commerciali, il terreno dell’emozione senza responsabilità, costringendoci a essere spettatori di programmi in cui non si porta il frutto di un’inchiesta, ma ci si limita a rimasticare materiale, ad amplificare e commentare fatti e misfatti dove persone reali, vittime, familiari, indagati, testimoni, figure laterali, diventano comparse e personaggi di un copione che la macchina mediatica riscrive ogni sera. Qui il problema supera Garlasco. Riguarda un’informazione pubblica del tutto fuori controllo, capace di oscillare tra due eccessi speculari: l’inchiesta che si sente potere autonomo, come nel caso Report, e il talk che trasforma la cronaca giudiziaria in consumo emotivo. In entrambi i casi, a mancare è il necessario contrappeso.
Il caso Giachetti
Senza verifica, senza misura, senza responsabilità istituzionale, il servizio pubblico smarrisce la propria funzione, restando pubblico solo nel finanziamento, privato nelle logiche di influenza e commerciale nei riflessi peggiori. Per questo la protesta di Roberto Giachetti, incatenato al banco della Camera dopo dodici giorni di sciopero della fame e arrivato ad annunciare anche lo sciopero della sete per chiedere lo sblocco della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, non è una bizzarria parlamentare. È un gesto estremo, certo, quasi d’altri tempi. Però è una battaglia sacrosanta perché riguarda la qualità della nostra democrazia.
La Commissione di Vigilanza Rai non è una poltrona in più nel teatro della lottizzazione. È l’organo chiamato a ricondurre la televisione pubblica entro una fisiologia democratica. Quando la Vigilanza resta bloccata, la Rai procede in una zona grigia. E nella zona grigia prosperano tutti i poteri: quelli dei governi, quelli dei partiti, quelli degli apparati, quelli delle redazioni, quelli dei programmi più forti, quelli dei format che scoprono ogni giorno quanto renda trasformare il dolore in spettacolo. La vicenda di Garlasco mostra, così, il lato più osceno di questa mutazione che ha trasformato la cronaca in serialità, la presunzione d’innocenza in ostacolo narrativo, il diritto di difesa in materiale da esporre alla gogna online e la dignità delle persone in dettaglio sacrificabile.


















