16 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Mag, 2026

Dalla Nato all’autonomia energetica. Il federalismo pragmatico alla prova delle scadenze Ue

L’ex premier Mario Draghi ha dato all’Unione europea indicazioni di massima che ora andranno vagliate in quattro importanti step


Il discorso di Mario Draghi ad Aquisgrana è stato l’ennesima allerta strategica per l’Europa. «Siamo davvero soli insieme» è la frase che definisce il nuovo paradigma europeo: fine dell’ombrello geopolitico automatico americano, crisi del modello export-led tedesco, competizione tecnologica sistemica con Usa e Cina, necessità di un salto politico dell’Unione.

L’ex capo della Bce ha implicitamente fissato un calendario di “stress test” europei nei prossimi 12-18 mesi che segneranno il destino del blocco continentale.

Il vertice Nato

Il primo banco di prova sarà il vertice Nato di giugno 2026. La guerra in Ucraina è diventata lo spartiacque della costruzione europea, mentre la sicurezza americana non è più gratuita né garantita: Washington pretende più spesa europea, autonomia della nostra industria militare, meno dipendenza strategica dal Pentagono. Già oggi è in corso una redistribuzione dei comandi all’interno della struttura militare dell’Alleanza: l’Italia assumerà il comando del Joint Force Command di Napoli, il Regno Unito guiderà il JFC di Norfolk e la Polonia e la Germania si alterneranno alla guida del JFC di Brunssum. Agli Usa resta la leadership della catena di comando complessiva: il Supreme Allied Commander Europe – il comando supremo – rimane sotto la loro guida. L’uscita degli Usa dalla Nato non è in questione ma gli europei dovranno presto risolvere tre questioni: gli eurobond per la difesa, l’acquisto congiunto di beni strategici da parte degli stati membri dell’Ue e la nascita di un complesso industriale-militare continentale. I programmi di riarmo di Ursula von der Leyen sono stati criticati proprio perché centrati sul rafforzamento delle difese nazionali: la Germania ha avviato da sola enormi investimenti per trasformare il proprio riarmo nazionale in nuova egemonia industriale. Draghi chiede un altro processo: una difesa comune per rafforzare la sovranità europea.

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Il bilancio

Il secondo banco di prova sarà, nell’autunno 2026, la trattativa sul nuovo quadro finanziario pluriennale dell’Ue. Il Rapporto Draghi sulla competitività chiede investimenti comuni, politica industriale europea, capitali integrati, debito comune permanente. Il Next Generation EU è per Draghi il prototipo di una futura capacità fiscale europea. L’Europa accetterà, superando l’opposizione dei paesi frugali, di diventare una potenza che investe come blocco o resterà una somma di bilanci nazionali?

La sfida tecnologica

C’è poi una sfida geoeconomica. L’agenda europea prevede diverse scadenze nel prossimo biennio: dazi verdi, AI Act, sovranità cloud, Chips Act europeo, regolazione dei dati, reshoring industriale. Draghi invita i paesi europei a liberarsi della “colonizzazione tecnologica”: cloud e IA americani, semiconduttori asiatici, energia dall’estero. L’Ue dovrà decidere se diventare una potenza produttiva. Il terreno decisivo per l’autonomia è quello dell’energia. Riforma del mercato elettrico, nucleare europeo, acquisti comuni di gas, reti integrate, fondi per la decarbonizzazione industriale sono i dossier aperti sui quali si giocano, da una parte, la sopravvivenza del modello manifatturiero tedesco e italiano e, dall’altra, il destino dell’UE: vivacchiare come un grande mercato post-industriale o ambire a diventare una potenza industriale?

Il dossier istituzionale

L’ultimo ma non ultimo dossier trasversale è quello istituzionale: la possibile riforma dei Trattati e del voto a maggioranza. Parlando di “federalismo pragmatico”, Draghi chiede ai paesi membri di non aspettare l’unanimità, creare avanguardie, usare cooperazioni rafforzate, spingere l’integrazione a geometria variabile. Stratagemmi che servono per affrontare le future sfide – politica estera comune, difesa comune, fisco europeo, unione dei capitali – in attesa di una riforma dei trattati che preveda l’abolizione del veto e la costruzione di un governo federale. Per l’ex capo della Bce l’Unione deve rivoltare le sue vulnerabilità in strumenti di potenza comune, altrimenti entrerà in una lunga fase di marginalizzazione geopolitica. La domanda di Draghi non è più sulla necessità – ormai scontata – di avere “più Europa”, ma sulla capacità politica di costruirla nei tempi richiesti dalle trasformazioni globali. Prima che sia troppo tardi.

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